Ipotesi siluriana sull’esistenza degli extraterrestri

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Ipotesi siluriana sull'esistenza degli extraterrestri
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Gli extraterrestri esistono. Ecco le prove. L’ipotesi siluriana — Forme di vita complesse esistono sulla superficie terrestre da circa 400 milioni di anni; l’uomo è qui da molto meno, forse 300mila anni, una piccolissima frazione di quel tempo. È possibile che la Terra sia stata abitata da altre razze di esseri intelligenti prima di noi? E se fosse così, come faremmo a saperlo? I ripetuti sconvolgimenti della crosta terrestre intervenuti nei lassi di tempo geologici rendono estremamente improbabile il ritrovamento di artefatti tecnologici prodotti da civiltà così vecchie—ammesso che fossimo in grado di riconoscerli per quello che sono.

Gli extraterrestri esistono. Ecco le prove.Il problema se lo sono posto due importanti astro-biologi americani: Gavin Schmidt e Adam Frank, il primo Direttore del NASA Godard Institute e il secondo dell’University di Rochester—non perché ci credano, ma per prepararsi alla possibilità che civiltà non- umane possano essere esistite su altri pianeti meno geologicamente “attivi” della nostra Terra, che invece nei milioni di anni dovrebbe avere seppellito e ri-seppellito molte volte ogni possibile tipo di reperto del passato così distante. I due hanno pertanto sviluppato “l’ipotesi siluriana”. Prende nome da un famoso programma di fantascienza televisiva della BBC, una delle cui serie, per l’appunto “Dr. Who and the Silurians”, propose nel 1970 l’esistenza di una razza di misteriosi alieni che regnarono sulla Terra prima degli esseri umani.

I due ricercatori non prendono l’ipotesi sul serio. È intesa come un “thought experiment”, un esperimento concettuale, da non realizzare nei fatti ma solo per immaginare come procedere e che tipo di prove cercare. Per Schmidt e Frank, vista l’impossibilità pratica di trovare artefatti tecnologici degli alieni da loro ipotizzati, le eventuali “prove” potrebbero essere solo indirette.

Hanno suggerito l’identificazione negli strati geologici più profondi—come quelli sotto i grandi oceani —di tracce di plastica, di scorie nucleari, di concentrazioni anomale di metalli e di altri tipi d’inquinamento sintetico particolarmente duraturi che una civiltà industriale come quella umana avrebbe potuto lasciare dietro di sé. Riconoscono però che i nostri “predecessori” potrebbero avere avuto l’accortezza di curare meglio il loro ambiente.

L’ipotesi nell’ipotesi contiene una punta di ironia. Secondo i due, un’altra civiltà industriale gestita male avrebbe potuto contribuire allo sviluppo repentino delle nostre tecnologie. La sua inefficienza, intaccando la quantità di ossigeno disciolto negli oceani, avrebbe potuto incrementare il deposito dei sedimenti organici destinati a diventare—nell’allora lontano futuro—i carburanti fossili di cui oggi facciamo un grande uso.

Il bello degli thought experiments è che, non dovendoli materialmente eseguire, permettono di puntare praticamente ovunque. C’è però una finalità più prossima nel formulare l’ipotesi siluriana. Basta supporre anche che una civiltà industriale così efficiente da non lasciare le proprie tracce sulla Terra avesse senz’altro acquisito un livello tecnologico tale da permettergli di volare nello spazio.

Qualora fosse così, è più probabile che potremmo trovare le tracce del lontanissimo passato terrestre non sulla Terra, ma piuttosto sugli altri corpi celesti vicini—la Luna, Marte—sui quali sono molto meno presenti i fenomeni tettonici e d’erosione che celano la (del tutto ipotetica) civiltà dei siluriani ai nostri occhi.

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