Gli spazzini dei virus presenti nell’acqua marina

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Gli animali marini che si mangiano i virus. Spugne, ostriche e altri animali marini riducono il contenuto virale dell’acqua: una scoperta interessante e che potrebbe anche fare bene all’acquacoltura.

Quanti virus ci sono nell’acqua di mare? Come fanno gli animali marini a convivere con una “zuppa” piena di particelle potenzialmente pericolose? La risposta alla prima domanda è semplice: un bicchiere d’acqua di mare contiene circa 150 milioni di particelle virali, le quali, come tutti i virus, hanno la possibilità di attaccarsi a un ospite e da lì partire per infettare altri organismi della stessa specie. Alla seconda domanda, invece, risponde uno studio di Jennifer Welsh, del Royal Netherlands Institute for Sea Research, pubblicato su Nature, che per la prima volta mette in evidenza il ruolo degli organismi

 Una spugna. | Tom Goaz / Shutterstock
Una spugna. | Tom Goaz / Shutterstock

filtratori nel mantenere sotto controllo la popolazione virale in mare.

Pranzo a base di virus. Welsh ha messo alla prova la capacità “antivirale” di diverse specie di organismi marini che si nutrono filtrando l’acqua di mare: ostriche, granchi, bivalvi e soprattutto spugne. Gli animali sono stati lasciati senza cibo, “costretti” a filtrare l’acqua di mare nella quale erano immersi; Welsh ha poi confrontato la presenza di virus in quella stessa acqua prima e dopo l’azione filtratoria. Non tutte le specie si sono dimostrate ugualmente efficaci – le ostriche hanno eliminato circa il 12% dei virus, mentre le spugne sono arrivate al 94% nel giro di tre ore – ma tutte hanno dimostrato di avere una qualche capacità di sottrarre particelle virali all’ambiente per assimilarle, scomporle e trasformarle in cibo.

Più spugne per tutti. Per noi uomini, la scoperta è particolarmente importante. È raro che i virus marini in natura siano talmente concentrati da far scoppiare epidemie devastanti nelle popolazioni selvatiche, ma il discorso cambia completamente quando si parla di animali da acquacoltura. Questa pratica, indicata come alternativa sostenibile alla pesca tradizionale e che prevede di tenere pesci e altri animali marini in spazi chiusi ma a contatto diretto con il mare aperto, genere infatti un altissimo rischio di epidemie tra gli animali, soprattutto perché i recinti per l’acquacoltura ospitano di solito una singola specie – ossia l’ambiente ideale per lo sviluppo di epidemie devastanti, che a questo punto potrebbero essere tenute a bada riempiendo i recinti di spugne e altri animali filtratori.

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