Identità di genere, teoria multisenso sulla disforia di genere

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Le basi neurobiologiche della disforia di genere. Il disturbo di chi non si riconosce nel proprio sesso biologico sarebbe dovuto a un’alterazione dell’attività di specifici network di regioni cerebrali. Lo sostiene un nuovo studio che mette in discussione l’interpretazione basata su differenze neuroanatomiche e l’intervento chirurgico per il cambiamento di sesso.

La disforia di genere è causata da un’alterazione nell’attività di alcuni network di connessioni cerebrali e non da anomalie neuroanatomiche. È questa in sintesi, la conclusione di uno studio pubblicato sulla rivista “eNeuro” da Stephen Gliske, del dipartimento di Neurologia dell’Università del Michigan ad Ann Harbor, che mette in discussione l’interpretazione attualmente più diffusa di questo disturbo e di conseguenza il suo trattamento.

La disforia di genere, indicata anche come disturbo d’identità di genere, è descritta nei più recenti manuali di psichiatria come uno stato di acuta sofferenza di una persona che percepisce che il proprio “vero” sesso non coincide con quello biologico. Questa sofferenza si associa a una non conformità di genere, cioè a comportamenti non tipici del proprio sesso biologico, e infine a uno stato cronico di stress, che si manifesta con stanchezza cronica fisica e mentale, problemi interpersonali e autoisolamento, turbe emotive e altro.disforia di genere ©ronniechua/iStock 

Negli ultimi decenni, molte ricerche hanno cercato di fornire un’interpretazione neurobiologica della disforia, poiché  gli studi sulle possibili alterazioni genetiche e ormonali non hanno mai dato risultati significativi. A partire dalle prime analisi post mortem del cervello di soggetti transessuali, l’attenzione si è focalizzata su uno specifico nucleo dell’ipotalamo chiamato letto della stria terminale.

Le analisi sembravano indicare che dimensioni e forma di questa regione cerebrale, che sovraintende alla risposta ansiosa di fronte alle minacce percepite dal soggetto, potessero essere invertite rispetto al sesso biologico. Tuttavia, recenti studi di imaging cerebrale non supportano questa ipotesi.

Gliske ha condotto un’approfondita revisione delle ricerche precedenti e ha sviluppato una nuova teoria, che definisce “multisenso”, sulla disforia di genere, teoria che si focalizza sulla funzione dei network che connettono diverse regioni cerebrali invece che solo sulle loro dimensioni e forme.

La conclusione del ricercatore è che la disforia di genere sarebbe causata da un’attività alterata in tre specifici network: quello del distress, o stress negativo, quello del comportamento sociale e quello del senso di appartenenza corporea. Il suo risultato è coerente con quelli di precedenti studi che hanno mostrato che le alterazioni delle attività di questi network possono essere associate anche a cambiamenti neuroanatomici.

Gliske afferma inoltre che ulteriori conferme sperimentali di questi risultati potrebbero trattare in modo specifico la condizione di distress cronico dei pazienti con disforia di genere, senza ricorrere a un intervento chirurgico di cambio di sesso invasivo e irreversibile.

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