Quanto conta la materia grigia del cervello?

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Lo strano caso dell’uomo (quasi) senza cervello. Un chilogrammo e mezzo è il peso medio di un cervello umano. Un ammasso di materia grigia fatta di tante cose belle che ci permettono di interagire con il mondo che ci circonda. Il cervello riceve stimoli esterni e genera in continuazione reazioni, pensieri, emozioni e pippe mentali di ogni genere. Ci permette di coordinare i movimenti, anche quelli involontari come la respirazione. C’è chi nella vita lo usa per realizzarsi e c’è chi lo usa per guardare video di capre che urlano alle 4 di notte. Insomma chiunque, qualsiasi essere umano, fa affidamento sul cervello per stare al mondo.

Si potrebbe vivere senza cervello? No, vivere completamente senza cervello è impossibile, a meno che tu non sia un sasso o un robot. La neurologia ci insegna che sono tantissime le patologie del sistema nervoso centrale che insorgono anche solo da lievi danni cerebrali o disfunzioni di piccole aree del cervello. Quest’organo è composto da una fitta rete di neuroni che trasmettono continuamente informazioni vitali tra loro e il resto del corpo. Basterebbe un danno da poco per farne saltare la trasmissione e, di conseguenza, alterare relativamente subito il comportamento dell’intera persona [1].

L’uomo (quasi) senza cervello

Esemplare noto di Homo Sapiens che utilizza il 2% del suo cervello per comunicare un bisogno fisiologico.
Esemplare noto di Homo Sapiens che utilizza il 2% del suo cervello per comunicare un bisogno fisiologico.

Nonostante le premesse, siamo qui a parlare di un caso eccezionale, che fu descritto nel 2007 sulla nota rivista scientifica The Lancet [2]. Riguarda un signore francese di 44 anni impiegato, sposato e padre di due figli, che conduceva una vita normale e tranquilla. Nel 2003 si presentò in ospedale, lamentando un senso di stanchezza alla gamba sinistra. Dopo diverse analisi inconcludenti, i medici decisero di eseguire una risonanza magnetica anche alla testa. Il risultato fu sconcertante: il suo cranio era pieno di liquido cerebrospinale, ed il 90% del suo cervello appariva quasi completamente eroso dall’interno. Si trattava di un caso grave di idrocefalia.

Idrocefalia significa letteralmente avere “acqua nel cervello”. In realtà non si tratta di acqua, ma di liquido cefalorachidiano, una sostanza fluida che si trova nel nostro sistema nervoso. Questo fluido serve a proteggere il nostro cervello ed a mantenerlo nutrito e idratato dall’interno. Nel momento in cui il liquido cefalorachidiano, per motivi genetici o legati a traumi, fuoriesce dall’interno del cervello, subentrano una serie di problemi. Nei casi gravi in cui il liquido si accumula, come nell’idrocefalia appunto, questo comincia ad erodere il tessuto cerebrale, danneggiando irreversibilmente il cervello [3].

Come è possibile sopravvivere (quasi) senza cervello?

Risonanza magnetica del cranio del paziente 44enne. L’area nera rappresenta il liquido cefalorachidiano che ha preso il posto del cervello del paziente. Feuillet et al./The Lancet
Risonanza magnetica del cranio del paziente 44enne. L’area nera rappresenta il liquido cefalorachidiano che ha preso il posto del cervello del paziente. Feuillet et al./The Lancet

Tornando al caso del paziente francese, si scoprì che egli in realtà aveva già avuto in passato, all’età di soli 6 mesi, un episodio di idrocefalia. Gli era stato impiantato, tramite trattamento chirurgico, uno shunt, una sorta di canale che ha lo scopo di drenare il liquido cerebrospinale in eccesso in modo da proteggere il cervello. Purtroppo però, all’età di 14 anni, a seguito di una serie di complicazioni che questo shunt gli provocò, fu rimosso. Da allora, il paziente seguì altre terapie minori e per 30 anni riuscì così a vivere una vita normale. Col passare del tempo però, il liquido ha iniziato ad erodere il cervello dall’interno, fino a lasciarne solo un sottile strato intorno al cranio (vedi immagine che segue).

Ma come ha potuto quest’uomo vivere gran parte della sua vita come se niente fosse, svolgendo una vita normale per 30 anni?

Secondo gli esperti che hanno seguito il caso, il cervello del paziente avrebbe subito progressivamente un riadattamento durante gli anni in modo da funzionare anche se i lobi frontali, parietali, temporali e occipitali del cervello che presiedono alle principali funzioni cognitive e percettive si sono ridotti al minimo. L’erosione dell’organo sembra essere stato un processo talmente lento e al contempo progressivo che il cervello stesso sembra essersi riorganizzato con ciò che ne restava per sopravvivere a quelle condizioni disastrose [4].

Ma cosa può significare questo?

La plasticità cerebrale

Avete presente quell’immagine concettuale, che si può trovare su tutti i libri di medicina o scienze, che rappresenta il cervello come un organo suddiviso in zone di diversi colori e che svolgono diverse funzioni?

Immagine concettuale, che rappresenta il cervello
Immagine concettuale, che rappresenta il cervello

Bhe, alla luce dei fatti di questo caso (ma non solo), sembra che i neuroni che compongono questo fantastico organo in realtà se ne fregano delle nostre schematizzazioni. Quando un qualche tipo di danno progredisce fino a distruggere fisicamente alcune strutture del cervello, i neuroni cerebrali hanno la capacità di riorganizzarsi, compensando le funzioni delle parti danneggiate. Questo fenomeno è noto come plasticità cerebrale. Il cervello “si accorge” di avere un danno irreparabile e, piuttosto di cercare di ripararlo, compensa la mancanza con ciò che gli resta [5]. La plasticità cerebrale, infatti, sembra essere intrinseca alla plasticità neuronale o sinaptica: i neuroni sono in grado di ristabilire nuove connessioni favorendo la creazione di nuovi circuiti neuronali, quindi nuovi percorsi attraverso i quali una particolare informazione può essere risolta.

Conclusioni

Per anni, la parte centrale del cervello è stata considerata la sede della “coscienza” e della percezione del sé, oltre che a contenere strutture di vitale importanza per il coordinamento dei movimenti e per la regolazione delle funzioni fisiologiche del corpo. Il paziente francese avrebbe dovuto perdere coscienza o comunque non essere in grado di svolgere le attività di una vita normale. A quanto pare però, seppur in rarissimi casi, esistono meccanismi cerebrali che, all’occorrenza, riorganizzano il lavoro di ogni singolo neurone.

Inoltre, negli anni, si è passati dal concetto di immutabilità e incapacità di rigenerazione del tessuto nervoso a quello di plasticità delle sue strutture e funzioni. Seppure il tessuto nervoso sia uno dei tessuti a più bassa capacità di rigenerazione, ha comunque dimostrato di nascondere un asso nella manica.

Cosa ci riserverà il futuro della neurologia? Forse è presto per dirlo. Come funzioni la plasticità cerebrale non è ancora del tutto chiaro, ma scoprirlo è sicuramente un ottimo traguardo da porsi e che potrebbe aprire nuove opportunità, ad esempio, nel trattamento delle malattie neurodegenerative.

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