Il North Sea Wind Power Hub è in fase di costruzione

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Parte nel mare del Nord il parco eolico offshore più grande del mondo: è due volte Milano serve a catturare l’energia del vento.

Primo vento per il parco eolico offshore più grande del mondo, al largo delle coste inglesi. Hornsea One, a 120 miglia dal porto di Hull, nel Mare del Nord, ha cominciato a produrre energia settimana scorsa, prima ancora di essere completato. A regime, entro la fine di quest’anno, l’immenso parco eolico da 400 chilometri quadrati (oltre il doppio della superficie di Milano) avrà una potenza di 1,2 gigawatt, più di una centrale nucleare, e potrà soddisfare i consumi di oltre un milione di famiglie, superando di gran lunga l’attuale campione mondiale del settore, il parco di Walney, completato pochi mesi fa nel Mare d’Irlanda.

Hornsea One, peraltro, è solo il primo di quattro campi eolici contigui, che sono già stati appaltati e arriveranno a una potenza finale di almeno 8 gigawatt, equivalente a 8 centrali nucleari. Saranno sviluppati tutti dal colosso danese Ørsted, leader mondiale dell’eolico offshore con una quota del 25%, che ha realizzato anche il parco di Walney. La costruzione del gigantesco progetto, composto da 174 turbine Siemens Gamesa da 7 megawatt, è partita all’inizio dell’anno scorso e già a dicembre 2018, mesi prima del previsto, Ørsted ha annunciato il completamento dell’installazione del cavo di trasmissione.Reuters

L’efficienza di turbine gigantesche

Il boom di questa tecnologia, destinata a coprire un terzo della domanda elettrica inglese in pochi anni, è stato innescato dal crollo dei prezzi: il gigantismo delle turbine è il punto critico che sta rendendo anche l’eolico offshore competitivo con le fonti fossili. Le turbine da 7 mega utilizzate a Hornsea, con un rotore di 154 metri di diametro, sono più alte sul livello del mare del grattacielo Gherkin di Londra, che arriva a 180 metri. Ma sono già state ampiamente superate dagli ultimi modelli in commercio. Per Hornsea Two, che sarà operativo nel 2022 con i cavi sottomarini forniti dall’italiana Prysmian, sono state già ordinate altre 174 turbine da 8 megawatt di Siemens Gamesa, le “sorelle più grandi” di quelle utilizzate a Hornsea One, con un rotore di 167 metri di diametro e un’altezza di oltre 200 metri.

Nel frattempo, la corsa alle turbine giganti prosegue: Vestas ha prodotto una turbina da 9,5 megawatt, Siemens Gamesa il mese scorso ne ha annunciata una nuova da 10 megawatt e General Electric punta nel 2021 a Haliade-X, un mostro da 12 megawatt che sarà alto come la Shard di Renzo Piano, il grattacielo più grande d’Europa. Procedendo di questo passo, nel prossimo decennio le turbine da 12-15 megawatt saranno diventate la regola nei grandi parchi eolici offshore, triplicando o quadruplicando la potenza di quelli costruiti negli scorsi anni, con un conseguente calo dei costi globali d’installazione, riducendo il numero di basi e di cavi da fissare sul fondo del mare e rendendo quindi l’eolico offshore sempre più competitivo.

La svolta del vento

Le ricadute sulla diffusione di questa tecnologia sono molto rilevanti. La svedese Vattenfall, ad esempio, si è lanciata qualche mese fa in Olanda nei primi due parchi eolici offshore senza incentivi della storia, da mettere in funzione entro il 2022. Altri tre parchi non incentivati si realizzeranno in Germania, con la prospettiva di entrare in esercizio nel 2024. In entrambi i casi, lo Stato si farà carico dei costi della connessione elettrica con la terraferma, ma non concederà alcun tipo di sussidio, il che significa che l’eolico offshore europeo ormai sta in piedi da solo sul mercato.

La svolta potrebbe essere decisiva per tutto il sistema elettrico del Vecchio Continente, che continua a basarsi su tecnologie sporche come il carbone (in Germania al 35% e in Gran Bretagna al 17% del mix elettrico) e controverse come il nucleare (al 12% in Germania, al 21% in Uk e al 75% in Francia). L’avanzata delle turbine giganti, in altre parole, potrebbe accelerare la dismissione del carbone, che ormai ha i giorni contati, ma anche sostituire il nucleare europeo, che fa sempre più fatica a realizzare nuovi reattori: è di pochi giorni fa l’abbandono dei due progetti di Moorside e Wylfa Newydd, ritenuti centrali nella strategia elettrica britannica.

«La capacità di generare elettricità pulita in mare aperto a questi livelli di potenza è un traguardo significativo a livello mondiale, in un momento decisivo per affrontare i cambiamenti climatici», ha commentato Matthew Wright, Ceo di Ørsted Uk. La società danese fa parte del progetto di sfruttamento del Dogger Bank, un vasto banco sabbioso al largo dello Yorkshire, subito fuori dalla piattaforma continentale del Regno Unito e vicino al punto in cui s’incontrano i confini tra le acque territoriali di Paesi Bassi, Germania e Danimarca. Fino all’ultima glaciazione del Pleistocene, il Dogger Bank era un’isola nel Mare del Nord, grande quasi come la Sardegna. Quando si è inabissata, circa 10mila anni fa, non è sprofondata di molto: a seconda delle zone, qui l’acqua è alta 10-15, massimo 30 metri. Perfetta per un campo eolico offshore.

Questo è il futuro del Dogger Bank: una distesa grigio-blu disseminata di mega-turbine alte almeno 200 metri, con un’apertura alare di 150 e oltre. E in mezzo, un’isola. Si chiamerà North Sea Wind Power Hub e sarà un’isola artificiale di 6 chilometri quadrati, realizzata per fare da punto d’appoggio centrale alla grande rete che raccoglierà l’energia eolica prodotta in loco, capace di alimentare qualcosa come 100 milioni di persone, e la trasmetterà a Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca e Norvegia. Il progetto, a cui si lavora ormai da una decina d’anni, ora può diventare realtà.

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