I Bitcoin sono la nuova frontiera per il riciclaggio denaro sporco

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Aiuto, la ’ndrangheta ha scoperto i bitcoin (e non c’è una legge per evitare il riciclaggio). Luigi Bonaventura, ex boss crotonese, ora collaboratore di giustizia: “La ’ndrangheta non è più coppola e lupara. I nuovi mafiosi sono tutti laureati e al passo con gli sviluppi tecnologici. Non si diventa boss solo perché si è killer, ma se si è capaci di pensare e fare soldi senza avere problemi”.

Sembra la trama di un film di James Bond. Eidoo, startup fondata da italiani che permette di conservare, convertire e spendere criptovalute, sceglie nel 2017 come sede operativa un appartamento in un palazzo confiscato per ’ndrangheta a Chiasso, in Svizzera, esattamente a 400 metri dal confine con l’Italia. Tra i proprietari dell’immobile c’è un ex consulente dell’azienda, Oliver Camponovo, condannato a tre anni in primo grado da un tribunale elvetico per aver facilitato il riciclaggio di denaro di una cosca. Da quel palazzo in via Giuseppe Motta, parte un crowdfunding privato, non regolamentato, chiamato in gergo Ico, per finanziare la società che raggiunge i 27 milioni di dollari, 18 solo nella prima ora di compravendita. È la cifra più alta mai ottenuta da una startup italiana di criptovalute. Ma una piccola parte di quei finanziamenti, fatte da utenti anonimi, potrebbe provenire dalle cosche della ‘ndrangheta che, come afferma la commissione Antimafia, ora ricicla il proprio denaro attraverso i bitcoin.

E non è l’unica startup di exchange di criptovalute a rischio. Perché in questa trama da film di spionaggio, non esiste un agente 007: al momento non c’è un regolamento italiano o europeo che possa fermare il possibile riciclaggio delle cosche mafiose tramite i bitcoin. «Non possiamo escludere che qualcuno legato ad associazioni mafiose abbia acquistato dei nostri utility token (un voucher per utilizzare in futuro i servizi della startup)», spiega un portavoce di Eidoo, «ma sarebbe stato rischioso e stupido farlo con Eidoo perché esistono siti stranieri più facili, veloci e impersonali per raggiungere quello scopo».

La denuncia di Eidoo è confermata dalla realtà. I clan di ‘ndrangheta non solo sanno cosa sono i bitcoin ma sono in anticipo rispetto a tutte le altre organizzazioni criminali del mondo. Lo conferma la maxi operazione “European ‘ndrangheta connection”, detta anche “Pollino” del dicembre del 2018 che ha portato all’arresto di oltre 90 persone coinvolte in un traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio tra Italia, Paesi Bassi, Belgio e Brasile. Secondo il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho, i clan ‘ndranghetisti della locride avrebbero voluto pagare la partita di cocaina acquistata in Brasile con i bitcoin. E l’affare è saltato solo perché i narcotrafficanti brasiliani non sapevano come gestire questa transazione. Due giorni dopo l’ha confermato anche il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra a Studio24, programma di RaiNews: «I mafiosi sono diventati professionisti nell’usare tecnologie come i bitcoin per scopi criminali».

Un po’ per la difficoltà nel capire il fenomeno, un po’ perché è in continua evoluzione, gli Stati faticano a capire come regolamentare il mondo della blockchain. Solo la Finma, l’autorità svizzera che controlla i mercati, ha emanato le prime regole per governare il fenomeno, introducendo nel febbraio 2018, l’obbligo della procedura KYC (Know your customer) per poter acquistare dei bitcoin: tra cui il numero di telefono e il codice della carta d’identità. Too little, too late, direbbero gli inglesi, perché non esclude il rischio di prestanome. Senza contare che la maggior parte degli Ico per finanziare le startup di criptovalute sono state fatte all’apice della bolla blockchain, tra il 2017 e l’inizio del 2018.

«Il mondo della blockchain di oggi è come quello di internet nel 2005: un Far West dove utenti e regolatori ancora devono capire le potenzialità e i rischi», chiarisce il portavoce di Eidoo. «Ci sono voluti vent’anni per proteggere i nostri dati dall’uso improprio che si fa in Rete. Non so quanti giorni al mese io e i miei colleghi a spiegare al legislatore svizzero, europeo e italiano come poter regolamentare questo mercato. Noi vogliamo fare business, è nel nostro interesse poterlo fare nel modo più trasparente perché in questo mondo la reputazione è tutto, ma ancora non si è fatto nulla perché il sistema è complesso da capire».

Secondo Bankitalia, nel 2017 sono state registrate oltre 200 segnalazioni sospette riferite all’utilizzo di criptovalute

Il sistema è complesso per i legislatori, ma non per la ‘ndrangheta che già da tempo ha capito come funzionano i bitcoin, creati la prima volta nel 2009. Già nel 2014 il Gafi (Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale) in un report metteva in guardia dai rischi delle valute virtuali sull’economia legale: «I bitcoin sono l’ondata del futuro per i sistemi di pagamento e forniscono un nuovo e potente strumento per i criminali, terroristi, finanzieri ed evasori. E consentono loro di far circolare e conservare fondi illeciti, fuori dalla portata del diritto». Tutto ruota attorno all’anonimato di chi dà soldi reali in cambio di quelli virtuali. Un esempio concreto di cosa voglia dire commerciare in criptovalute è offerto dal portale Localbitcoins, dove «persone di ogni parte del mondo possono scambiare le loro monete locali con i bitcoin». Qui sono direttamente gli utilizzatori del sito a pubblicare «annunci con tasso di cambio e metodi di pagamento per l’acquisto o la vendita». Il sistema è semplice: «Rispondi agli annunci – si legge ancora sul portale – e accetti di incontrare la persona per l’acquisto di bitcoin online». Un sistema, dunque, che potenzialmente garantisce totale anonimato.

Perché le “valute virtuali” sono «rappresentazioni digitali di valore, utilizzate su base volontaria come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi, non emesse da banche centrali o da autorità pubbliche, non costituiscono moneta legale, né sono assimilabili alla moneta elettronica. Di agevole trasferibilità, conservazione e negoziazione elettronica, le valute virtuali consentono lo scambio di ricchezze sulla rete tra soggetti che non sono facilmente individuabili e che possono operare in Stati diversi, ivi inclusi quelli che non assicurano un’efficace cooperazione giudiziaria o di polizia o carenti sotto il profilo della legislazione antiriciclaggio sul piano sia preventivo che repressivo». Tradotto: le mafie seguono la stessa filosofia con cui è nato il bitcoin: decentrare. Gli accordi vengono fatti tramite le chat di Telegram, non rintracciabili, con tanti prestanome disposti a investire poche migliaia di euro per non destare sospetti in moneta virtuale per poi cambiarle in altre criptovalute sfuttando le falle dei siti esteri di exchange, e infine riconvertire in dollari o euro a seconda di dove si vuole riciclare il denaro.

Non è un caso che, secondo quanto denunciato nell’ultima relazione dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, nel 2017 siano state registrate oltre 200 segnalazioni sospette riferite all’utilizzo di criptovalute (600 negli ultimi anni), dietro le quali in alcuni casi si nascondevano «connessioni con estorsioni online, truffe, schemi piramidali, che hanno anche innescato rilevanti attività investigative», in altri l’utilizzo di criptovalute si inserisce «in operatività complesse con utilizzo di fondi pubblici, probabili collegamenti con la criminalità organizzata o connessioni con paradisi fiscali».

Purtroppo si pensa che la ‘ndrangheta sia ancora coppola e lupara, ma non lo è più da decenni. Figuriamoci con le nuove generazioni di mafiosi: sono tutti laureati e al passo con gli sviluppi tecnologici. Non diventi boss perché sei killer. Diventi boss se sei capace di fare il killer quando devi farlo, ma soprattutto se sei capace di pensare e di fare soldi senza avere problemi.

Luigi Bonaventura

Come spesso accade, a capire per prima il fascino criminale degli strumenti innovativi è stata la ‘ndrangheta. A togliere ogni dubbio è Luigi Bonaventura, ex boss crotonese della famiglia Vrenna-Bonaventura, oggi pentito e collaboratore chiave nel corso degli anni di ben 14 procure antimafia. «Io non sapevo neanche accendere il computer al tempo», spiega a Linkiesta, «ma noi eravamo molto attenti all’evoluzione del web, specie di quello sommerso fino alle criptovalute. Già dagli anni Duemila avevo persone specializzate, tecnici informatici che facevano mille ricerche sulle nuove modalità di riciclaggio, di acquisto e di pagamento di stupefacente». La ‘ndrangheta, dunque, da molto prima che esplodesse il fenomeno delle criptovalute, ha investito foraggiando tecnici «che non erano ‘ndranghetisti, ma che collaboravano con noi sapendo per chi stavano lavorando». E risultati già all’inizio degli anni duemila erano stati raccolti, tanto che «già da allora i pagamenti con i cartelli avvenivano in forma criptata tramite web. E lo stesso valeva per le scommesse illegali».

Un legame, quello tra gaming e valute virtuali, su cui anche la commissione antimafia nella sua ultima relazione ha posto un forte accento sottolineando come ci sia «un utilizzo sempre più crescente» di criptovalute nelle «scommesse on-line, o nei cosiddetti casinò virtuali». Diverse e preoccupanti, d’altronde, sono le segnalazioni «che testimoniano come anche nel nostro Paese le valute virtuali siano utilizzate per alimentare conti di gioco accesi presso provider, al momento non riconducibili a regolari concessionari, che accettano scommesse anche in Italia». Insomma, la ‘ndrangheta ha in qualche modo anticipato i tempi.

«Purtroppo», spiega ancora Bonaventura, «si pensa che la ‘ndrangheta sia ancora coppola e lupara, ma non lo è più da decenni. Figuriamoci con le nuove generazioni di mafiosi: sono tutti laureati e al passo con gli sviluppi tecnologici. Non diventi boss perché sei killer. Diventi boss se sei capace di fare il killer quando devi farlo, ma soprattutto se sei capace di pensare e di fare soldi senza avere problemi». E così anche la camorra: un segnale secondo gli investigatori concreto di questa rotta arriva dal fatto che, secondo i dati Uif, la Campania risulta essere una delle regioni più toccate dalle segnalazioni sospette insieme a quelle del Nord. E non è un caso che il procuratore della Dda di Napoli, Giuseppe Borrelli, ha più e più volte sottolineato i legami tra camorra e criptovalute: «È impossibile individuare gli autori degli investimenti. È un settore aperto al riciclaggio e al reinvestimento di capitali illeciti», ha detto in una recente intervista.

Vista la complessità del fenomeno, l’obiettivo degli investigatori è creare una rete specializzata a livello globale. L’anno scorso, non a caso, si è tenuto a Basilea un incontro con l’Europol e la nostra Dia per creare «una rete internazionale di esperti impegnati nel settore del contrasto al riciclaggio realizzato mediante l’uso della moneta virtuale», che fa seguito alla «Conferenza Globale sulle Valute Virtuali», svoltasi in Qatar nel 2017. Un impegno fondamentale nel contrasto non solo delle mafie, ma anche del terrorismo internazionale che riesce a finanziarsi tramite finte organizzazioni non lucrative, il complesso sistema dei money transfer e, negli ultimi anni, tramite «piattaforme di crowdfunding e il ricorso alle valute virtuali», come fa sapere ancora Bankitalia nei suoi report. Il 26 giugno 2017 la Commissione europea ha pubblicato un documento relativo alla «valutazione dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo condotta a livello sovranazionale», in cui si indicava «rischio significativo» nel campo delle monete virtuali. Tale documento ha portato il 19 giugno 2018 alla quinta direttiva antiriciclaggio dell’Unione europea che mira, tra le altre cose, a una maggiore attenzione in merito «ai rischi connessi alle carte prepagate e alle valute virtuali».

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