I Giganti d’America

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I Paiute, tribù amerinda del Nevada, narrano in una loro leggenda che in epoche remotissime essi erano in perenne stato conflittuale con i Si-Te-Cah (letteralmente mangiatori di tule, una specie di giunco), uomini giganteschi dai capelli rossi e dalle abitudini antropofaghe, che essi alla fine intrappolarono in una caverna, la Lovelock cave, di cui poi diedero alle fiamme l’entrata, sterminandoli per intero.

Per lungo tempo questa storia non godette ovviamente di alcun credito presso la comunità scientifica, ma nel 1911 due minatori, David Pugh e James Hart, mentre raccoglievano guano di pipistrello da usare come fertilizzante nella suddetta caverna, rinvennero una gran quantità di manufatti preistorici. I due attesero un anno prima di informare le autorità della loro scoperta, e ciò portò alla perdita di una parte rilevante dei reperti, tuttavia le successive campagne di scavo portarono alla luce una serie di importanti manufatti ed anche di resti umani. Per questi ultimi si parlò di dimensioni gigantesche, e del fatto che i capelli recuperati presentavano un colore rossastro. In particolare, nel letto di un lago prosciugato nei pressi del sito sarebbero stati dissotterrati i resti di una donna alta quasi due metri e quelli di un uomo dalla statura di più di due metri e quaranta centimetri; all’interno della caverna, poi, era visibile l’impronta di una mano grande il doppio di una normale umana. Fatto ancora più intrigante, tra i resti umani vennero scoperte tre ossa fratturate per facilitare la suzione del loro midollo: una prova delle abitudini antropofaghe degli abitanti della caverna?

Successivamente, molti studiosi, prima fra tutti l’antropologa Adrienne Mayor, contestarono queste notizie, negando che gli scheletri ritrovati avessero dimensioni superiori al normale ed affermando che il colore dei peli può schiarirsi dopo la morte del corpo a cui appartengono.

Tuttavia, in un resoconto scritto James Hart, uno degli scopritori della caverna, parla di un corpo umano lungo sei piedi e sei pollici, cioè quasi due metri, e pare che nel 1952 nel Nevada Historical Society’s Museum, a Reno, venisse esposto un sandalo, proveniente da Lovelock Cave, lungo più di 15 pollici, cioè ben 38 centimetri.

Del resto, leggende su una popolazione di giganti antecedente agli Amerindi non sono una peculiarità dei Paiute: ad esempio, gli Inuit parlano dei Tornit o Tunrit, uomini altissimi e fortissimi, ma molto schivi e paurosi, che essi sterminarono; presso gli Irochesi si parla degli Stone-coats, dal corpo ricoperto da scaglie in grado di respingere le frecce; un capo comanche, Ray Vibrante, narrò di una razza di giganti bianchi, alti tre metri, che un tempo dominava su tutte le praterie del Nord America; gli Aztechi e gli altri popoli mesoamericani raccontavano dei Quinametzin, una razza di uomini dalle enormi proporzioni che li avrebbero preceduti nel dominio del Messico.

Per tutto il XIX secolo, ma anche prima e dopo di esso, non mancarono annunci della scoperta di scheletri giganteschi in varie parti degli Stati Uniti: nel 1798 ad Harrisburg, in Pennsylvania (due scheletri di 3,30 metri), nel 1856 ad East Wheeling, in Ohio (uno scheletro di 3,30 metri), nel 1868 a Sank Rapids, in Minnesota (3,40 metri), nel 1871 a Petersburg, in Virginia (quasi 3 metri), nel 1882 presso Saint Paul, in Minnesota (3,60 metri), nel 1893 a South Huntington, nel New York (circa 2,50 metri), nel 1897 a Maple Creek, in Wisconsin (quasi 3 metri), nel 1902 a Guadalupe, in New Mexico (diversi scheletri di 3,60 metri circa di lunghezza), nel 1940 presso Victoria, in Texas (un teschio dalle dimensioni eccezionali). Esiste addirittura una fotografia, risalente forse al 1904, che ritrae il professor William McGee al fianco di uno scheletro gigantesco da lui ritrovato.  Tuttavia queste notizie non vennero mai commentate, neanche in senso negativo, da qualche rappresentante della comunità scientifica. Questo silenzio può apparire alquanto sospetto, ed infatti lo scrittore Richard J. Dewhurst ha avanzato l’ipotesi che le notizie di questi controversi ritrovamenti vennero passate sotto silenzio ed insabbiate per precisa volontà dello Smithsonian Institution, un istituto di ricerca ed istruzione alle dirette dipendenze del governo statunitense: quanto ai motivi di tale comportamento, si potrebbero cercare nella volontà di eliminare ogni interesse per la storia e le origini delle tribù indiane, in quel periodo tristemente destinate ad essere confinate nelle riserve, o, più probabilmente, nel desiderio di non permettere la divulgazione di ipotesi che contrastassero con le sempre più imperanti teorie evoluzionistiche di Darwin.

I primi esploratori europei delle Americhe riferirono spesso di avvistamenti di tribù di giganti, a partire da Amerigo Vespucci, nel 1498 (in Venezuela), proseguendo con Ferdinando Magellano, nel 1520-21 (in Patagonia) per passare ai conquistadores Panfilo de Narvaez, nel 1527-28 (in Florida), Hernando de Soto nel 1539-40 (sempre in Florida), Francisco Coronado nel 1540 (nel Sonora). Per quel che riguarda gli avvistamenti in Patagonia, essi si ripeterono anche negli anni successivi: nel 1578 anche il celebre corsaro inglese Francis Drake affermò di essersi imbattuto in uomini dall’altezza di circa due metri e mezzo, seguito nel 1586  dal connazionale e collega Thomas Cavendish, nel 1756 dallo scrittore francese Charles de Brosses, nel 1767 dal capitano inglese John Byron; il famoso esploratore James Cook sarebbe riuscito addirittura a catturarne uno, che però riuscì in seguito a fuggire.

Tutte queste testimonianze sono state in seguito ritenute esagerazione nella descrizione degli indiani Tehuelche, che sono in effetti di statura molto alta, ma c’è chi crede che in realtà gli indigeni attuali siano di proporzioni ridotte rispetto ai loro antenati a causa delle commistioni con altre tribù della zona.

Solo la possibilità di poter studiare in maniera imparziale qualcuno dei resti umani anomali ritrovati e poi misteriosamente scomparsi potrebbe dare una risposta definitiva alla domanda se in America sia realmente esistita una qualche razza di uomini giganteschi, successivamente scomparsa per genocidi o per ibridazione con altre popolazioni; in mancanza di questa opportunità la questione resterà un campo di battaglia tra scettici inveterati ed entusiasti fanatici.

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About Roberto Conte 23 Articles
Nato a Taranto il 30/10/1966, laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Lecce, membro dell'Associazione Culturale ACSI/Prometeo Video Lab, autore del saggio storico-biografico "Giovanni delli Ponti, un d'Artagnan tarantino", edito nel 2012 da Scorpione Editrice. Appassionato di Criptozoologia, Archeologia e di tutto ciò che ha a che vedere con il mistero.

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