Truffata la Deutsche Bundesbank per miliardi di Euro

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Una presunta frode da 63 miliardi di euro. Per anni alcune banche e società d’investimento avrebbero sottratto una montagna di denaro a diversi stati europei, attraverso una complicata operazione finanziaria ai limiti della legalità.

Lo scorso settembre è iniziato a Bonn, in Germania, un processo ai danni di due ex banchieri britannici accusati di aver sottratto illecitamente alle casse dello stato circa 450 milioni di euro tra il 2007 e il 2012. Secondo l’accusa, i due avrebbero partecipato a un’enorme truffa finanziaria che avrebbe permesso a loro e a grandi banche e società d’investimento di ricevere miliardi di euro di rimborsi fiscali illeciti su transazioni azionarie.

La truffa avrebbe coinvolto non solo la Germania ma anche diversi altri paesi europei, e si stima che in tutto il danno ammonti a 63 miliardi di euro, una cifra gigantesca: la nazione più colpita sarebbe la Germania, con 30 miliardi di euro sottratti alle casse statali, seguita dalla Francia con 17 miliardi, l’Italia con 4,5 miliardi, la Danimarca con 1,7 miliardi e poi Belgio, Spagna, Finlandia, Austria, Norvegia e Polonia con altre somme più piccole.

Il processo in corso a Bonn, che si prevede terminerà verso febbraio, è il primo in Europa sulla presunta truffa; se si accerterà l’illegalità delle operazioni, potrebbe portare ad altri procedimenti simili anche negli altri paesi. Solo in Germania ci sono almeno altre 400 persone sospettate di aver avuto un ruolo nella truffa. La presunta truffa era stata rivelata nel 2017 dal giornale tedesco Die Zeit in seguito alla rivelazione di una fonte anonimain un’inchiesta a cui avevano lavorato 39 giornalisti di 16 giornali di 12 paesi diversi, tra cui La Repubblica per l’Italia, coordinati dall’organizzazione non-profit tedesca Correctiv.

L’indagine, che ha analizzato più di 180mila pagine di documenti, è stata chiamata “Cumex files”, dal nome dello schema utilizzato dai presunti truffatori, “cum-ex”. I due banchieri a processo sono accusati di evasione fiscale per i fatti antecedenti il 2012, anno in cui la pratica è stata dichiarata illegale in Germania.

La sede della HypoVereinsbank, a Monaco di Baviera (Johannes Simon/Getty Images)
La sede della HypoVereinsbank, a Monaco di Baviera (Johannes Simon/Getty Images)

Come funzionava il “cum-ex”

Il “cum-ex” è un tipo di operazione molto complessa che viene effettuata su prodotti finanziari di almeno tre soggetti pochi giorni prima del pagamento dei dividendi di una società tedesca quotata in Borsa: bisogna specificare che prima del versamento del dividendo l’azione è detta, dal latino, cum, cioè incorpora il valore del dividendo, mentre dopo il pagamento del dividendo, si dice ex, cioè non lo comprende più. Semplificando, il “cum-ex” permetteva sia al proprietario delle azioni di una società sia a chi le aveva acquistate e rivendute dopo il pagamento dei dividendi, di ricevere i rimborsi sulle tasse pagate sui dividendi, nonostante a pagarle fosse stata solo una delle due parti.

È un’evoluzione del cosiddetto “cum-cum”, una pratica che poggia sulla possibilità di ottenere un rimborso delle tasse che si pagano sui dividendi di una società (che in Germania sono del 25% e in Italia sono del 26%), dato che le società straniere non sono tenute a pagare queste tasse. Succede così che due società, A e B, si mettano d’accordo e prima del giorno del pagamento dei dividendi si scambino le azioni per eludere il fisco: A, che ha sede all’estero, compra i titoli da B e ottiene il rimborso, e dopo il pagamento del rimborso li rigira a B, spartendosi poi la somma rimborsata. Questa operazione avviene quando il valore delle azioni incorpora quello dei dividendi (cum dividendi), mentre nello schema “cum-ex” si sfrutta la diminuzione del valore delle azioni dopo il pagamento dei dividendi (ex dividendi).

I soggetti che partecipano allo schema “cum-ex” sono tre, e non più due, per riuscire ad avere due rimborsi delle tasse sui dividendi a fronte di una sola tassa pagata, in poche parole. Ipotizzando che l’investitore A possieda azioni di una particolare società quotata in Borsa, acquistate tempo prima per 10 milioni di euro, e che l’investitore B acquisti 10 milioni di euro di azioni della stessa società, ma che lo faccia a a pochi giorni dal pagamento dei dividendi agli azionisti (cum dividendi).

L’investitore B poi compra anche le azioni che l’Investitore C possiede dalla stessa società, ma quest’ultimo non le possiede realmente (le vende allo scoperto, in gergo tecnico). Ora, ipotizzando che l’investitore A riceva dividendi da 1 milione di euro, ne pagherà immediatamente il 25 per cento (250mila euro) al fisco tedesco, ricevendone solo 750mila euro, e il fisco rimborserà all’investitore A il pagamento di queste tasse. A questo punto l’investitore A vende le sue azioni all’investitore C per 9 milioni di euro e non 10 perché dopo il pagamento dei dividendi hanno perso valore (ex dividendi), e quest’ultimo le gira a sua volta all’investitore B, a cui non le aveva ancora consegnate. Ma poiché le azioni adesso valgono meno, C integra le azioni pagando 750mila euro e B riceve un rimborso di 250mila euro per le tasse sui dividendi. Alla fine l’investitore B rivende le azioni all’investitore A e tutto ritorna alla situazione iniziale, solo che lo Stato ha ricevuto solo 250mila euro di tasse sui dividendi e ne ha rimborsati 500mila: l’investitore A ha guadagnato come previsto 1 milione di euro di dividendi, l’investitore B non ha guadagnato né perso nulla, mentre l’investitore C ha guadagnato 250mila euro (avendo incassato 10 milioni e  speso 9,75 milioni).

Il processo 

I due banchieri a processo sono Martin Shields, di 41 anni, e Nicholas Diable, di 38 anni, che all’epoca dei fatti avevano lavorato come trader per la banca tedesca HypoVereinsbank (divisione tedesca di Unicredit), lasciata nel 2008 per fondare la Ballance Capital, un fondo di investimento con sedi a Londra, alle Isole Cayman, a Gibilterra e alle Isole Vergini. I due rischiano fino a 10 anni di prigione, nel caso in cui vengano ritenuti colpevoli, ma stanno collaborando con gli inquirenti per ottenere uno sconto di pena, pur continuando a sostenere la legalità di quelle operazioni. Un terzo nome che ricorre nelle carte del processo è quello di Paul Mora, la cui posizione verrà però valutata in un processo separato.

Mora era stato il capo di Shields alla filiale londinese della banca statunitense Merril Lynch, dove quest’ultimo aveva iniziato a lavorare nel 2002, e aveva poi fondato insieme a lui la Ballance Capital. Insieme a Mora sarà processato anche Hanno Berger, un avvocato tedesco esperto di questioni fiscali che avrebbe studiato nei minimi dettagli tutte le possibili implicazioni legali del “cum-ex” per evitare ogni possibile problema per chi lo metteva in pratica. Berger, che ora vive in Svizzera, è stato contattato dal New York Timesa cui ha continuato a sostenere la legalità dello schema messo in pratica: «Questo processo sul “cum-ex” è  il tentativo del fisco tedesco di oscurare il fallimento dei politici e della legislazione in modo retroattivo. Questa non è una cosa adatta a uno stato di diritto», ha detto.

Agli inquirenti Shields ha detto che le operazioni “cum-ex” hanno coinvolto diverse banche, società, broker, avvocati e consulenti finanziari, tra cui Clearstream, società controllata da Deutsche Börse, che avrebbe aiutato i suoi clienti a ottenere i presunti rimborsi illeciti. Nel corso delle indagini la sede di Clearstream, così come quelle di diverse banche tedesche, tra cui Commerzbank, sono state perquisite per ottenere informazioni sulla diffusione dello schema del “cum-ex” tra di esse. Alcune banche, come HypoVereinsbank e Deutsche Bank, hanno deciso di collaborare con gli inquirenti e di pagare delle multe al fisco tedesco ed altre come l’australiana Macquarie hanno chiesto scusa per il proprio coinvolgimento nella truffa.

Il New York Times racconta che la pratica del “cum-ex” è conosciuta da molti anni e che per due volte, nel 2007 e nel 2009, la Germania aveva introdotto alcune leggi per cercare di impedirla. Nonostante questo, però, rimanevano delle falle che permettevano ad alcune società straniere di sfruttarne i vantaggi, tra cui i fondi pensionistici statunitensi. «Questi piani pensionistici statunitensi sono diventati il Sacro Graal delle transazioni “cum-ex”», ha detto Niels Fastrup, coautore con Thomas Svaneborg del libro The Great Tax Robbery. «Sono stati visti dalle autorità fiscali come molto affidabili, e tutti i paesi europei avevano accordi con gli Stati Uniti, quindi questi piani potevano permettere il 100% delle tasse rimborsate». Il New York Times scrive che i trader statunitensi e britannici misero in pratica il “cum-ex” nei paesi europei e non negli Stati Uniti, dove le regole a riguardo sono più difficili da aggirare.

Secondo Frank Tibo, a capo dell’ufficio che si occupava di tasse alla HypoVereinsbank, «questi ragazzi provenivano da New York o si erano formati a Londra presso banche di New York e guardavano all’Europa come il loro parco giochi. C’erano persone ai massimi livelli che stavano collaborando per spennare quei paesi». Tibo ha raccontato di aver informato della preoccupazione per quelle manovre finanziarie i capi di Unicredit, proprietaria di HypoVereinsbank, a cui però non sembrò importare molto, visto gli alti profitti e i bassi rischi di quelle operazioni. Nel 2012 la sede di HypoVereinsbank di Monaco di Baviera venne perquisita su ordine delle autorità giudiziarie tedesche alla ricerca di prove di operazioni illecite, e la banca accettò di pagare circa 145 milioni di dollari tra multe e risarcimenti.

Le presunte truffe sono andate avanti fino al 2011, quando a un impiegato dell’ufficio federale delle imposte di Bonn arrivò una richiesta di rimborso sospetta. A farla era stato un fondo pensionistico statunitense che aveva comprato e poi rapidamente venduto azioni tedesche per più di 6 miliardi di euro, e ora chiedeva circa 55 milioni di dollari di rimborso. A insospettire l’impiegato ci fu soprattutto un fatto molto insolito: il fondo aveva un solo beneficiario, tale Gregory Summers, residente nel New Jersey, negli Stati Uniti. Negò quindi il rimborso e iniziò a fare delle indagini, ma ne ricevette in cambio delle minacce di azioni legali dagli avvocati del fondo. Alla fine l’impiegato denunciò l’operazione alle autorità, che diedero inizio alle indagini che hanno portato al processo in corso ora.

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