La guerra ha chiuso il sogno della globalizzazione economica

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“Vi spiego perché la globalizzazione è in crisi”. La versione di Tremonti Giulio Tremonti chi voterebbe tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen? Partiamo da qui, dal secondo turno della élection présidentielle, per ragionare con l’ex ministro dell’Economia sullo stato di salute della globalizzazione all’indomani della crisi pandemica e di una guerra che segna la fine della pax americana. “Sicuramente non voterei Le Pen – risponde secco Tremonti, presidente di Aspen Institute Italia – ma avendo conosciuto i Grandi del passato avrei enorme difficoltà a considerare i turisti di oggi”.

L’ex ministro bacchetta politici e banchieri. “Pace o condizionatori? Una frase da Maria Antonietta, non da Churchill”. “Le Pen? Non la voterei”. Intervista

Oltre metà degli elettori francesi ha espresso un voto antisistema, come a dire che l’indignazione verso Putin e l’intensa diplomazia telefonica del presidente Macron non hanno scalfito la voglia di cambiamento. “La fine della guerra, quando ci sarà, non segnerà la fine del disordine. E’ la fine dell’utopia e il ritorno della geografia”. Forse anche il ritorno della storia? Chi pensava che si fosse conclusa con il crollo del Muro di Berlino si sbagliava. “La storia è tornata con gli interessi arretrati, accompagnata dalla geografia. La struttura della globalizzazione viene definita nel 1994 con l’accordo Gatt (General Agreement on Tariff and Trade, ndr), contenuto nell’allegato 1.a dell’Accordo istitutivo della Wto, dove trade non sta per commercio ma mercatismo”.

Parola di cui lei detiene il copyright. “Il mercatismo è l’ultima ideologia del Novecento, un secolo che di ideologie si intende. Il mondo si unifica nella logica del mercato come matrice del bene economico politico morale, come un assoluto. E’ l’architettura del mondo: sopra il mercato e sotto gli stati pacificati in eleganti rapporti di competizione e concorrenza. La globalizzazione è un’utopia che nasce allora, l’‘assenza di luogo’ ne è la quintessenza. Chi, all’epoca, frequenta i circoli degli illuminati, sente ripetersi la parola ‘momentum’, il senso della ineluttabile e fatale necessità di fare tutto subito. Il poeta di corte è Francis Fukuyama, il teorico della fine della storia. Il disegno è quello della produzione in Asia e del consumo in occidente, l’Asia è la fabbrica del mondo e l’occidente, se produce qualcosa, produce servizi. Se un tempo il principio era soviet + elettrificazione, adesso è internet + container. Prima esistevano gli stati, i confini, la rule of law, le monete nazionali, le tasse. Tutto ruotava attorno alla triade ‘liberté égalité fratenité’, adesso soppiantate da ‘globalité marché monnaie’”.

Con la crisi ucraina il prezzo del denaro è tornato a crescere, per l’Italia la stagflazione è uno scenario concreto. “Ricordo quando la Bce definiva il due per cento un ‘limite insuperabile’ per garantire la stabilità dei prezzi. Oggi viaggiamo sopra i sette punti percentuali. Si è rotto il meccanismo globale e le cause del disordine sono antecedenti alla guerra. In questo momento la produzione in Cina è ferma, i cinesi non possono più esportare perché non hanno i vaccini, hanno solo il lockdown, oltre che una grave caduta della produzione agricola interna.

Le asimmetrie attuali sono causate dalla caduta dell’ordine globale: rarefazione di materie prime, inflazione, incertezza, speculazione. Abbiamo insieme inflazione e recessione, e non disponiamo di strumenti adatti a fronteggiare la crisi. Siccome nella storia conta l’iconografia, due anni or sono, a Francoforte si tenne il passaggio di consegne tra l’uscente Mario Draghi e la neopresidente Christine Lagarde, in platea ad applaudire c’erano i capi di stato e di governo. Lei avrebbe visto Cossiga, De Gasperi, De Gaulle, Adenauer, Mitterrand in platea ad applaudire i banchieri? L’asse del potere si è spostato dai popoli e dai governi ai banchieri centrali che non sanno più gestire l’eccesso di potere accumulato”.

Il presidente Draghi è a Palazzo Chigi, intanto. “E’ un segno dei tempi: i politici accorrono ad applaudire i banchieri che talvolta sostituiscono i politici. Nella Bibbia, che è un magazzino di immagini, si raccontano le dieci piaghe d’Egitto. Io ne ho contate sette fino alla guerra, adesso si è aggiunta l’ottava: le cavallette, vale a dire le conseguenze economiche negative che si stanno manifestando. E’ la concatenata rottura dell’ordine globale: non sono fatti da considerare a sé ma hanno una causa comune e una interazione negli effetti. La prima vera crisi della globalizzazione è datata 2008 quando, per compensare la classe operaia privata del lavoro, creano i mutui subprime.

L’anno successivo, nel 2009, si confrontano due visioni antitetiche sulla globalizzazione: il Global legal standard (Gls) e il Financial stability board (Fsb)”. Il secondo era presieduto da Draghi. “Esatto. Il Gls era un catalogo di regole economiche e politiche che segnavano il passaggio dal free trade al fair trade. Fu votato dall’Ocse, io ne parlai nel corso della lezione che tenni nel novembre 2009 a Pechino presso la Scuola centrale del Partito comunista cinese; per inciso, all’articolo 4 si parlava del rispetto di regole ambientali e igieniche. A fronte, c’era il Fsb il cui senso era: non servono regole per l’economia, servono semmai dei parametri per la finanza, scritti naturalmente dai finanzieri. Vinse l’Fsb: di stabilità neanche l’ombra, costoro sono stati costretti a inventare denaro dal nulla. Parte da lì la prassi di helicopter money, whatever it takes… La crisi della globalizzazione non viene regolata ma solo rinviata da questi artifici, attraverso la leva finanziaria. La ricchezza finanziaria, rispetto a quella reale, cresce in rapporto di 3 a 1. L’unità di conto era il million, ora diventa il trillion”.

Diranno che è il solito Tremonti, antiglobalista e nemico della finanza. Tra i dispacci disvelati da Wikileaks, ce n’è uno che la riguarda: il 30 ottobre 2008 l’ambasciata di Roma manda a Washington un cablo “confidential” che evidenzia la sua volontà, pubblicamente dichiarata, di attuare una “riforma radicale della finanza internazionale”, di abolire gli hedge fund, di ridisegnare il ruolo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale; nello stesso messaggio i diplomatici la descrivono come alfiere di una “filosofia economica abbastanza eclettica”.

“Vi spiego perché la globalizzazione è in crisi”. La versione di Tremonti “Che io abbia sempre espresso profondi dubbi sui benefici della globalizzazione è un dato di fatto, e sono fatti quelli a cui assistiamo dal 2008 in poi”. Ne “Il Fantasma della povertà”, pubblicato nel 1995, lei espone un set di idee per difendere il benessere dei cittadini. “Lo dicevo già allora: se i capitali vanno in Asia, esportiamo capitali e importiamo povertà. In democrazia il portafogli dei contribuenti è un fattore molto importante. E’ ridurre la povertà nel mondo mettere mezzo miliardo di cinesi su un’automobile? O è causa di un inquinamento ingestibile, essendo vecchie auto con vecchi motori? I fatti cui assistiamo sono tutti fenomeni che si manifestano contro il dogma della globalizzazione”.

Tra virus e guerra, il mondo sembra di nuovo scomporsi in una pluralità di macroregioni che si guardano in cagnesco. E nel confronto tra potenze l’Europa, se non sta unita, non conta. “La premessa è che la Cina non ha il vaccino: ha il lockdown. Io sto dalla parte dell’occidente e sono certo che vinceremo sull’oriente 3 a 0. Sa perché? I vaccini sono il trionfo della scienza e della libertà dell’occidente. Ciò premesso, credo di aver sostenuto con alterno successo posizioni fortemente europeiste: proporre la banconota da un euro come il dollaro è contro l’Europa o a favore dell’Europa? Dire che di troppe regole si muore è contro l’Europa o a favore dell’Europa? Proporre gli Eurobond è contro l’Europa? Il fatto è che l’America ha unificato le ferrovie, non i lavandini”. Le sue tesi però sono linfa per gli euroscettici. “La reazione dei popoli, talvolta, è stata contro l’Europa.

Ma la domanda è da che parte sta l’Europa, ovvero i fantasmi di Bruxelles. Prima di demonizzare i popoli, ci penserei due volte. Lei crede che in Ucraina si possa applicare la direttiva Bolkestein, magari sulle spiagge del Mar Nero? E che dire di Polonia e Ungheria che, fino a due mesi or sono, l’Ue voleva sanzionare escludendole dal Recovery fund? Entrambe erano considerate fuori del circuito democratico. Mi risulta che adesso abbiano ripreso la pratica contro l’Ungheria, non contro la Polonia. La Polonia è forse fuori dalla burocrazia ma è dentro gli ideali europei. Chi può dire adesso che la Polonia che accoglie milioni di ucraini sia fuori dall’Europa? La Corte di giustizia può aspettare. Da studente a Pavia seguivo le conferenze di Altiero Spinelli e l’espressione più bella sull’Europa la pronunciò nel 1957 Adenauer che, dopo la ratifica del Trattato di Roma, si augurava che la foresta non fosse tanto fitta da impedire la visione dell’albero. Questo è il senso profondo dell’Europa”.

A proposito di Europa, il Parlamento Ue ha richiesto l’embargo immediato di tutti i combustibili fossili importati dalla Russia. “Vogliamo la pace o il condizionatore”, ha detto il presidente Draghi. Lei che cosa sceglie? “Non è la frase che avrebbe usato Winston Churchill. La frase ricorda piuttosto Maria Antonietta. Qui il problema non è che finisce il gas ma finiscono i soldi per pagarlo”. Secondo il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, Francia e Germania difendono la loro industria come fattore di sicurezza nazionale mentre da noi questa consapevolezza manca.

“Quanto dura la guerra? Quanto dura il gas? Queste sono le domande. Primo, non è detto che l’embargo faccia terminare la guerra. E’ una questione di tempo. Ho sentito dire che la sostituzione può realizzarsi nell’arco di 22-24 mesi che in italiano vuol dire due anni. Come dicono i signori economisti, nel medio periodo siamo tutti morti”. La fine della guerra potrebbe coincidere con la parata del 9 maggio, anniversario della vittoria della Seconda guerra mondiale? “Le riferisco una ironia che si fa a Mosca, per la verità dai tempi sovietici: sfilano le bandiere, le accademie, i reparti scelti, i mezzi corazzati, la missilistica, in coda un drappello di borghesi più o meno disordinati. Il segretario, oggi presidente della Russia, convoca il comandante dello schieramento e gli chiede ragione di quel gruppo. Il comandante risponde: sono i nostri economisti, i nostri pianificatori, la nostra arma più potente. Qualche tempo fa si erano occupati del Pnrr che appunto è un piano. Ho come l’impressione che abbiano poco lavorato in Russia e siano molto attivi in Europa, soprattutto in Italia”.

Perché di fronte ai rischi economici e sociali di un infarto industriale, la destra sembra più in sintonia con le esigenze di famiglie e imprese? Un tempo non era la sinistra a occuparsi dei più deboli? “Buona domanda. C’è un oggettivo distacco dalla realtà. Quello che impressiona non è tanto il merito quanto il metodo a priori: l’astrazione dalla realtà. Se c’è un posto dove c’è ampissimo spazio di lavoro per psicoanalisti e psicologi questo è la Germania: quello che sta succedendo è Das Auto, la crisi del loro modello mercantilistico basato sull’industria dell’auto, variamente esportata o trapiantata in Asia. Adesso che la globalizzazione rende più difficile o strampalato produrre in Asia, e in Europa l’automobile non è più il sogno esistenziale dei giovani, in Germania si pone un problema. Il 40 per cento di una Das Auto è realizzata in Italia. Tutti contenti?”.

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