In internet, possiamo navigare davvero in anonimato ?

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Ma il vero problema di internet è la mancanza di anonimato. Non il contrario. Lo racconta il Washington Post che ha condotto una inchiesta sui 500 siti più visitati negli Stati Uniti  per scoprire che un terzo – compreso lo stesso Washington Post – prende le impronte digitali del nostro computer o telefonino.

Il 5 luglio 1993 sul settimanale New Yorker apparve una vignetta che raccontava cos’era Internet meglio di tante dotte dissertazioni. La firmava Peter Steiner e a questo proposito anni dopo avrebbe detto che lì per lì mica aveva capito di aver creato un meme destinato a durare nel tempo. Insomma, la vignetta era questa: si vedono due cani davanti a un personal computer, e il cane nero, vicino allo schermo e con le zampe anteriori sulla tastiera, dice a quello bianco: su Internet nessuno sa che sei un cane. Erano gli albori del web e stavamo scoprendo l’ebbrezza dell’anonimato online, che sarebbe diventato un diritto umano sancito dalla Nazioni Unite molti anni dopo. In realtà Internet si è evoluto in un direzione completamente diversa: il modello di business di Facebook e Google si basa sulla costruzione continua di nostri profili psicologici sempre più dettagliati sulla base di quello che facciamo in rete.

Computer cane anonimato

Ogni clic dice qualcosa di noi. Quando passiamo da un sito all’altro ci seguono decine e decine di pezzettini di software – cookies – che tengono traccia di tutto. E sebbene l’Unione Europea abbia varato norme che ci consentirebbero di scegliere quali dati condividere (il GDPR), quando entriamo su un sito web clicchiamo sbrigativamente per accettare tutto come se fosse una seccatura. Risultato: il problema di Internet oggi non è l’eccesso di anonimato, ma semmai il contrario. Sì certo teoricamente possiamo attivare la modalità di navigazione in incognito, oppure cancellare i cookie, o la cronologia. Ma anche così siamo individuabili. Lo racconta il Washington Post che ha condotto una inchiesta sui 500 siti più visitati negli Stati Uniti  per scoprire che un terzo – compreso lo stesso Washington Post – prende le impronte digitali del nostro computer o telefonino. Si chiamano proprio così, fingerprint, impronte digitali, e sono informazioni in grado di identificare il nostro device con una precisione del 99 per cento. Il 23 febbraio del 2015 i due cani sono tornati sul New Yorker, ma stavolta al computer c’era una persona. Il cane nero dice a quello bianco: ti ricordi quando su Internet nessuno sapeva chi fossi?

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