I social media diffondono teorie complottiste e bufale sulla pandemia

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La difficile lotta a bufale e teorie complottiste sul coronavirus. Gruppi di scienziati seguono la diffusione delle false informazioni riguardo a COVID-19 su mezzi di comunicazione e social network nella speranza di riuscire a contenerla, perché in una crisi sanitaria globale bufale e teorie complottiste non si limitano a trarre in inganno, ma potrebbero essere anche questione di vita o di morte.

Nei primi mesi del 2020, in rete sono spuntate sfrenate teorie complottiste su Bill Gates e il nuovo coronavirus. Secondo una di queste il miliardario Gates, cofondatore della Microsoft e filantropo che ha finanziato progetti per trovare terapie, vaccini e tecnologie con cui affrontare il virus, in realtà è il suo creatore. Stando a un’altra teoria l’ha brevettato, mentre una terza sostiene che usi i vaccini per tenere sotto controllo le persone. Le tesi false hanno proliferato silenziosamente tra i gruppi predisposti a diffondere il messaggio: persone contrarie ai vaccini, alla globalizzazione o alle violazioni della privacy permesse dalla tecnologia. Poi una è arrivata al grande pubblico.

Manifestazione a Washington contro il lockdown con la partecipazione di no-vax (© Science Photo Library / AGF) 
Manifestazione a Washington contro il lockdown con la partecipazione di no-vax (© Science Photo Library / AGF)

Il 19 marzo il sito web Biohackinfo.com ha sostenuto erroneamente che Gates prevedesse di usare un vaccino per il coronavirus come stratagemma per monitorare le persone iniettando loro un microchip, o attraverso un software spia basato su punti quantici. Due giorni dopo, su YouTube un video dedicato a questa idea ha cominciato ad attirare traffico, fino a sfiorare i due milioni di visualizzazioni. L’idea è arrivata a Roger Stone – ex consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – che ad aprile ha discusso la teoria in un programma alla radio, aggiungendo che non si fiderebbe mai di un vaccino contro il coronavirus finanziato da Gates.

Di questa intervista ha parlato il “New York Post”, che non ha smentito la tesi. Così su Facebook l’articolo ha ricevuto like ed è stato condiviso o commentato da quasi un milione di persone. “È una prestazione migliore rispetto a gran parte delle notizie sui media mainstream”, spiega Joan Donovan, sociologa della Harvard University a Cambridge, in Massachusetts.

Donovan sorveglia il percorso di questo pezzo di disinformazione come se fosse un’epidemiologa che segue la trasmissione di un nuovo virus. Come nel caso di un’epidemia, in alcuni momenti avviene un “super-contagio”: dopo che il “New York Post” ha trasmesso la notizia, varie figure di spicco, con quasi un milione di follower su Facebook, hanno postato a loro volta commenti allarmati, come se la storia di Gates che progetta vaccini per tracciare le persone fosse vera.

Le teorie complottiste su Gates fanno parte di un oceano di informazioni false su COVID-19 che si stanno diffondendo on line. Ogni notizia di grande rilievo è circondata da dicerie e propaganda, ma COVID-19 è “la tempesta perfetta per la diffusione di voci false e fake news“, commenta Walter Quattrociocchi, data scientist all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Le persone trascorrono più tempo a casa e cercano in rete risposte a una situazione incerta e in rapido cambiamento.

“L’argomento è controverso, spaventoso, coinvolgente. Ed è davvero facile per chiunque trovare inform© Science Photo Library/AGFazioni coerenti con le proprie credenze”, continua Quattrociocchi. L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha definito la situazione un’infodemia: “Una sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate, altre no – che rendono difficile trovare fonti attendibili e una guida affidabile”.

Per gli scienziati che studiano come si diffondono le informazioni, COVID-19 è un oggetto di ricerca ineguagliabile: “Permette di vedere come tutto il mondo segue un certo argomento”, spiega Renée diResta dello Stanford Internet Observatory, in California. Al pari di molti altri, si sta prodigando per seguire e analizzare le svariate falsità che circolano: sia la semplici informazioni errate, che però non sono deliberatamente ingannevoli (ovvero la “misinformazione”), sia la cosiddetta “disinformazione”, studiata a tavolino proprio per essere fuorviante.

In una crisi sanitaria globale le informazioni false non si limitano a fuorviare, ma potrebbero essere questione di vita o di morte se le persone cominciano ad assumere farmaci dall’efficacia non dimostrata, a ignorare le raccomandazioni per la salute pubblica o a rifiutare un vaccino contro il coronavirus, quando sarà disponibile.

Studiando le fonti e la diffusione delle informazioni false su COVID-19, i ricercatori sperano di capire da dove arrivano, come si sviluppano e magari anche come far sì che i fatti prevalgano sulle falsità. I ricercatori ammettono che la battaglia non si può vincere del tutto: non è possibile impedire alle persone di diffondere voci infondate. Ma, per dirla con il linguaggio dell’epidemiologia, si spera di trovare strategie efficaci per “appiattire la curva” dell’infodemia, in modo che la cattiva informazione non riesca a diffondersi così lontano e così velocemente.

Senza filtro

I ricercatori monitorano da anni il flusso di informazioni on line e sanno abbastanza bene come nascono e si diffondono le voci non attendibili. Negli ultimi 15 anni la tecnologia e il cambiamento delle norme sociali hanno eliminato molti filtri che una volta si applicavano all’informazione, come sostiene Amil Khan, direttore dell’agenzia di comunicazione Valent Projects di Londra, che ha lavorato per il governo britannico all’analisi della misinformazione.

I propagatori di dicerie, che una volta probabilmente sarebbero rimasti isolati nella propria comunità locale, possono collegarsi agli scettici con idee simili in tutto il mondo. Le piattaforme dei social media che usano sono gestite più per massimizzare il loro coinvolgimento che per promuovere le informazioni basate su prove. Dato che in questi 15 anni la popolarità di quelle piattaforme è esplosa, sono cresciute anche la faziosità politica e le voci scettiche verso l’autorità.Un algoritmo per controllare la credibilità dei tweet

Per studiare l’infodemia attuale, analisti di dati e ricercatori della comunicazione stanno studiando milioni di messaggi sui social media. Un gruppo guidato da Emilio Ferrara, analista di dati all’University of Southern California a Los Angeles, ha pubblicato un insieme di dati provenienti da oltre 120 milioni di tweet sul coronavirus. Manlio De Domenico, fisico teorico alla Fondazione Bruno Kessler di Trento, dove si occupa di ricerca sull’intelligenza artificiale, ha allestito quello che definisce un “osservatorio sull’infodemia“, usando un software automatizzato per monitorare ogni giorno 4,7 milioni di tweet su COVID-19. (Il numero effettivo è più alto, ma Twitter non permette al gruppo di seguirne di più.)

De Domenico e il suo gruppo valutano il contenuto emotivo dei tweet e, dove possibile, la regione da cui sono stati inviati. Poi eseguono una stima della loro attendibilità in base alle fonti a cui linka un messaggio. (Come molti analisti di dati, per distinguere fonti di notizie e affermazioni attendibili da quelle non attendibili si affidano al lavoro di fact-checking svolto da giornalisti.) Analogamente, a marzo Quattrociocchi e i suoi colleghi hanno presentato un insieme di dati relativi a circa 1,3 milioni di post e 7,5 milioni di commenti su COVID-19 provenienti da varie piattaforme di social media, tra cui Reddit, WhatsApp, Instagram e Gab (noto per la sua utenza di destra), dal primo gennaio a metà febbraio.

Uno studio del 2018 ha indicato che in genere su Twitter le notizie false circolano più velocemente di quelle vere. Ma nel caso di questa pandemia – spiega Quattrociocchi – non è sempre così. Il suo gruppo ha seguito alcuni esempi di notizie su COVID-19 vere e false – in base alla loro classificazione su siti di fact-checking – e ha scoperto che su Twitter i post attendibili e quelli falsi ricevevano lo stesso numero di reazioni. Si tratta di un’analisi preliminare, non ancora sottoposta a peer review.

I fattori che favoriscono la diffusione di fake newsFerrara afferma che, nei milioni di tweet sul coronavirus comparsi a gennaio, il dibattito non era dominato dalla misinformazione. All’inizio della pandemia gran parte della confusione dipendeva da incertezze scientifiche fondamentali sulla malattia. Le caratteristiche principali del virus, per esempio la sua trasmissibilità e il suo tasso di letalità, si potevano stimare solo con ampi margini di errore. Quando gli scienziati esperti l’hanno ammesso con onestà, spiega il biologo Carl Bergstrom dell’Università dello Stato di Washington a Seattle, si è creato un “vuoto di incertezza” che ha permesso a fonti solo apparentemente attendibili di intervenire pur non avendo un’effettiva competenza. Si trattava – continua Bergstrom – di accademici con poche credenziali in fatto di epidemiologia, o di analisti bravi a maneggiare i numeri ma privi di una conoscenza approfondita della materia di base.

Politica e falsità

Via via che la pandemia si è diffusa negli Stati Uniti e in Europa – spiega Donovan – le informazioni false sono aumentate. Buona parte del problema è di natura politica. In un briefing per il Parlamento europeo ad aprile è stato detto che la Russia e la Cina stanno “conducendo campagne di informazione parallele, per trasmettere il messaggio di fondo che gli Stati democratici stanno fallendo e i cittadini europei non possono fidarsi dei rispettivi sistemi sanitari, mentre i loro regimi autoritari sono in grado di salvare il mondo”.

Contribuiscono al caos politico anche i messaggi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e della sua amministrazione: per esempio l’insistenza di Trump nel parlare di coronavirus “cinese” o “di Wuhan”, il suo sostegno a “cure” non dimostrate (e perfino rischiose) e l’asserzione del segretario di Stato Mike Pompeo, non suffragata da prove, che il virus provenga da un laboratorio.

E non mancano le truffe organizzate: quest’anno – spiega Donovan – sono stati registrati oltre 68.000 domini di siti web con parole chiave legate al coronavirus. Ne ha esaminati alcuni che vendono pseudo-terapie per COVID-19 e altri che raccolgono informazioni personali. Gli algoritmi di ricerca di Google posizionano le informazioni dell’OMS e altre istituzioni sanitarie pubbliche più in alto rispetto a quelle di altre fonti, ma le graduatorie variano in base ai termini di ricerca inseriti. Alcuni siti truffaldini – continua Donovan – sono riusciti ad avvantaggiarsi usando una combinazione di parole chiave ottimizzate e mirate a un pubblico specifico, per esempio a chi ha appena perso il lavoro.

Diffusione di obiettivi

Molte delle falsità che circolano on line non hanno fonti o intenzioni evidenti. Spesso invece partono dalla mobilitazione di gruppi di nicchia che promuovono i propri obiettivi. Neil Johnson, fisico alla George Washington University a Washington, DC, ha riferito che narrazioni false su COVID-19 prosperano nelle comunità on line di estremisti e gruppi “di odio” di estrema destra, ospitati in piattaforme poco regolate tra cui VKontakte, Gab e 4Chan, così come altre che vanno per la maggiore, per esempio Facebook e Instagram.

Nella conferenza stampa del 23 aprile 2020 Donald Trump ha parlato di ipotetiche cure con disinfettanti (© AGF)
Nella conferenza stampa del 23 aprile 2020 Donald Trump ha parlato di ipotetiche cure con disinfettanti (© AGF)
Secondo lo studio, un “multiverso di odio” sta sfruttando la pandemia di COVID-19 per diffondere razzismo e altri obiettivi malevoli, trasformando una serie di messaggi inizialmente abbastanza differenti e incoerenti in poche narrazioni dominanti, come l’accusa a ebrei e immigrati di avere creato o diffuso il virus, o l’idea che sia un’arma usata dallo “Stato profondo” per limitare l’incremento demografico.

Una caratteristica preoccupante di questa rete è la sua capacità di attirare utenti dall’esterno sfruttando quelli che Johnson e il suo gruppo chiamano link “wormhole”. Si tratta di scorciatoie provenienti da una rete dedicata ad argomenti piuttosto diversi. Secondo i ricercatori, il multiverso dell’odio “si comporta come un imbuto globale, in grado di risucchiare le persone da un gruppo mainstream ospitato su una piattaforma che investe notevoli risorse nella moderazione, per indirizzarle su piattaforme meno moderate come 4Chan o Telegram”.

Di conseguenza – spiega Johnson – iniziano a circolare idee razziste anche nelle comunità no-vax. “L’aumento della paura e della misinformazione su COVID-19 ha permesso a chi diffonde malafede e odio di entrare in contatto con un pubblico di orientamento più convenzionale grazie a un argomento di interesse comune, potenzialmente spingendolo verso idee intolleranti”, afferma nell’articolo il suo gruppo.

Donovan ha visto emergere strane amicizie negli attacchi a Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. Alcuni gruppi con sede negli Stati Uniti, che spesso pubblicano contenuti di stampo nazionalista bianco, stanno diffondendo vignette razziste su di lui che somigliano a quelle postate da attivisti a Taiwan e Hong Kong. Questi ultimi gruppi da tempo accusano l’OMS di essere collusa con il Partito comunista cinese dato che, come tutte le agenzie delle Nazioni Unite, considera le due regioni parte della Cina continentale. “Stiamo assistendo alla formazione di alleanze insolite”, commenta Donovan.

Diffusione pericolosa

Via via che le informazioni false si diffondono, possono diventare letali. A inizio marzo, su Twitter alcuni imprenditori e investitori nel settore tecnologico hanno condiviso un documento che esaltava prematuramente come antivirale contro COVID-19 la clorochina, un vecchio farmaco antimalarico. Il documento, secondo cui il farmaco aveva ottenuto risultati positivi in Cina e Corea del Sud, è stato ampiamente diffuso prima ancora che il 17 marzo fossero pubblicati on line i risultati di un piccolo studio non randomizzato eseguito in Francia sull’idrossiclorochina, un farmaco simile. Il giorno seguenta Fox News ha dato spazio a uno degli autori del documento originale. E il giorno seguente, a una conferenza stampa Trump ha definito i farmaci “molto efficaci”, pur senza prove.

Con Google Trends, Donovan ha scoperto che a metà marzo su Google ci sono stati leggeri picchi nelle ricerche di idrossiclorochina, clorochina e chinino; l’aumento più consistente è avvenuto il giorno delle affermazioni di Trump. “Proprio come carta igienica, mascherine e disinfettante per le mani – continua – un prodotto necessario sarebbe andato a ruba.” E in effetti da qualche parte è successo proprio così, con preoccupazione di chi assume questi farmaci per curare malattie come il lupus. Gli ospedali hanno segnalato avvelenamenti in persone che hanno subito effetti collaterali tossici di pillole contenenti clorochina, e il farmaco è stato richiesto da un numero così alto di persone affette da COVID-19 che ha bloccato gli studi clinici su altre terapie.

I no-vax alla conquista dei social mediaÈ stato esaminato in particolare il ruolo di Fox News nella diffusione di informazioni false e pericolose. In un sondaggio telefonico effettuato a inizio marzo negli Stati Uniti su 1000 persone scelte a caso, gli studiosi della comunicazione hanno rilevato che i soggetti propensi a informarsi con i media radiotelevisivi e la stampa mainstream avevano conoscenze più precise sulla letalità della malattia e sulle misure di protezione dal contagio rispetto a chi si informava soprattutto con i media conservatori (come Fox News e il programma radio di Rush Limbaugh) o sui social media. E questo anche tenendo conto di fattori come affiliazione politica, genere, età e livello di istruzione.

Questi risultati fanno eco a un altro studio, non ancora sottoposto a peer review, in cui alcuni economisti dell’Università di Chicago, in Illinois, hanno cercato di analizzare come due conduttori di Fox News abbiano influito sull’opinione dei telespettatori a febbraio, quando il coronavirus ha iniziato a diffondersi al di fuori della Cina. Un conduttore, Sean Hannity, ha sminuito il rischio rappresentato dal coronavirus, accusando i democratici di usarlo come arma contro il presidente; l’altro, Tucker Carlson, ha riferito che la malattia era grave. Lo studio ha rilevato che nelle aree del paese in cui i telespettatori hanno visto di più Hannity, i contagi e le vittime sono stati più numerosi che nelle zone in cui era stato più seguito Carlson; questa divergenza è scomparsa quando Hannity ha cambiato posizione, cominciando a prendere sul serio la pandemia.

De Domenico è incoraggiato dal fatto che, di pari passo con la crisi, nelle persone si sia rafforzata anche la voglia di trovare informazioni più affidabili. “Quando COVID-19 ha cominciato a colpire ciascun paese – racconta – abbiamo osservato un comportamento molto diverso. Le persone hanno iniziato a consumare e condividere notizie più attendibili da fonti fidate.” Naturalmente – aggiunge Donovan – l’obiettivo è far sì che la gente ascolti i migliori consigli possibili sul rischio prima di vedere morire le persone intorno a sé.

Appiattire la curva

In marzo il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha cominciato a diffondere informazioni false sui social media – postando un video che sosteneva erroneamente l’efficacia dell’idrossiclorochina come terapia per COVID-19 – ma è stato fermato subito. Twitter, Facebook e YouTube hanno preso una decisione senza precedenti: cancellare i post di un capo di Stato a causa dei danni che avrebbero potuto provocare.

Le piattaforme dei social media hanno intensificato gli sforzi per segnalare o cancellare la misinformazione e guidare il pubblico verso fonti attendibili. A metà marzo Facebook, Google, LinkedIn, Microsoft, Reddit, Twitter e YouTube hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui spiegavano che stavano collaborando per “lottare contro frodi e la misinformazione sul virus”. Facebook e Google, per esempio, hanno vietato le pubblicità di “cure miracolose” o mascherine a prezzi eccessivi. YouTube promuove video con informazioni “verificate” sul coronavirus.

Spesso le piattaforme dei social media si affidano ai factchecker di organizzazioni mediatiche indipendenti per segnalare i contenuti fuorvianti. A gennaio 88 di queste organizzazioni in tutto il mondo si sono coalizzate per far confluire le loro verifiche delle dichiarazioni su COVID-19 in una banca dati gestita dall’International Fact-checking Network (IFCN), appartenente al Poynter Institute for Media Studies di St. Petersburg, in Florida. Attualmente la banca dati contiene oltre 6000 esempi e l’IFCN sta invitando gli accademici a esaminare i dati. (Un altro sito, il Fact Check Explorer di Google, comprende oltre 2700 verifiche su COVID-19.)

Ma alcune organizzazioni di fact-checking, per esempio Snopes, hanno ammesso di essere sommerse dalla quantità di informazioni che devono affrontare. “Il problema dell’infodemia è la sua dimensione gigantesca: collettivamente produciamo molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente analizzare e consumare”, commenta De Domenico. “Anche migliaia di fact-checker professionisti potrebbero essere insufficienti.”

La ricerca di Neil Johnson e collaboratori ha mappato la comparsa sul forum 4chan, a dicembre, di un contenuto ingannevole su una malattia simile alla polmonite, forse COVID-19. A gennaio da 4chan (<em>viola</em>) il contenuto si era diffuso in altre piattaforme di social media – Gab (<em>verde</em>), Telegram (<em>arancione</em>) e Facebook (<em>blu</em>) – tramite link che collegavano le pagine tra <span lang="it-IT">le diverse piattaforme (Da </span><a href="https://arxiv.org/search/physics?searchtype=author&query=Vel%C3%A1squez%2C+N"><span lang="it-IT">N. Velásquez </span><span lang="it-IT">et al.</span></a><span lang="it-IT">)
La ricerca di Neil Johnson e collaboratori ha mappato la comparsa sul forum 4chan, a dicembre, di un contenuto ingannevole su una malattia simile alla polmonite, forse COVID-19. A gennaio da 4chan (viola) il contenuto si era diffuso in altre piattaforme di social media – Gab (verde), Telegram (arancione) e Facebook (blu) – tramite link che collegavano le pagine tra le diverse piattaforme (Da N. Velásquez et al.)
Scott Brennen, studioso di comunicazione all’Oxford Internet Institute, nel Regno Unito, e colleghi hanno scoperto che le aziende dei social media hanno svolto discretamente il lavoro di eliminare i post ingannevoli, considerando la difficoltà del compito. Il gruppo ha seguito 225 notizie sbagliate sul coronavirus, che erano state indicate come false o fuorvianti nelle banche dati dell’IFCN o di Google da fact-checker indipendenti.

In un rapporto del 7 aprile il gruppo ha rilevato che entro fine marzo su YouTube e Facebook solo il 25 per cento circa di queste affermazioni false era ancora al suo posto senza messaggi di avvertimento, mentre su Twitter la quota era del 59 per cento. E Ferrara aggiunge che circa il 5 per cento degli 11 milioni di utenti di Twitter studiati finora dal suo gruppo nella sua banca dati su COVID-19 sono stati cancellati per avere violato le condizioni d’uso della piattaforma, ed erano per lo più account particolarmente attivi.

Alcuni creatori di contenuti – osserva Donovan – hanno però trovato modi per essere scoperti più tardi dai moderatori dei social media, sfruttando la cosiddetta “viralità nascosta”. Un modo è postare i contenuti nei gruppi privati di Facebook. Dato che la piattaforma si affida in gran parte agli utenti per la segnalazione di informazioni scorrette, le condivisioni di post ingannevoli nelle comunità private sono segnalate più raramente perché nel gruppo tutti tendono a essere d’accordo.

Donovan ha studiato i gruppi on line di suprematisti bianchi, e spiega che molti contenuti di stampo Alt-right [movimento della destra alternativa alle posizioni del conservazionismo tradizionale, NdT] erano segnalati ai moderatori solo quando trapelavano pubblicamente su Facebook. Usando CrowdTangle, uno strumento di monitoraggio dei social media appartenente a Facebook, Donovan ha scoperto che oltre il 90 per cento del milione circa di interazioni legate all’articolo del “New York Post” sul complotto di Gates con i vaccini erano in pagine private.

Un altro modo in cui i manipolatori aggirano la moderazione – spiega Donovan – è condividere lo stesso post da un altro punto della rete. Per esempio, quando su Facebook si è cominciato a condividere un articolo secondo cui in Cina COVID-19 avrebbe provocato 21 milioni di vittime, Facebook ha aggiunto un’etichetta per indicare che conteneva informazioni incerte e ne ha ridotto il ranking in modo che non ricevesse la priorità in una ricerca (la Cina ha confermato un numero di morti nettamente minore: 4638).

Subito però gli utenti hanno iniziato a postare una copia dell’articolo che era stata salvata nell’Internet Archive, un sito web che conserva i contenuti. Questa copia è stata condivisa 118.000 volte prima che Facebook aggiungesse al link un avvertimento. Un altro post, sul sito web Medium, è stato cancellato dal sito perché affermava erroneamente che tutte le informazioni biomediche note su COVID-19 erano false, e presentava una teoria poco plausibile. Prima di essere eliminato ha ottenuto alcune condivisioni, ma ne rimane una versione su un sito di archivio: ha raggiunto 1,6 milioni di interazioni e 310.000 condivisioni su Facebook, numeri che sono ancora in crescita.

Quattrociocchi spiega che, di fronte alla regolazione dei contenuti presenti su piattaforme come Twitter e Facebook, alcune informazioni false non fanno altro che migrare altrove: attualmente – continua – Gab e WhatsApp sono meno regolate. E la sorveglianza dei social media non può essere completa: “Se qualcuno si impegna davvero – aggiunge Ferrara – anche quando è stato sospeso, ricomincia creando un altro account”.

Un algoritmo per controllare la credibilità dei tweetDonovan concorda, ma sostiene che i gestori dei social media potrebbero applicare una moderazione più potente e veloce, per esempio scoprendo quando i post che sono già stati segnalati o cancellati ricompaiono con link diversi.

Inoltre – continua – forse queste aziende dovrebbero modificare la propria linea sull’ammissione del dibattito politico quando mette a rischio delle vite. Sostiene che sempre più spesso la misinformazione sanitaria è nascosta in messaggi che a un primo sguardo sembrano di natura strettamente politica. In Facebook il gruppo “Re-Open Alabama”, che incitava alle proteste contro la quarantena, ha presentato un video (visto 868.000 volte) in cui un medico sosteneva che i suoi colleghi avevano appurato che COVID-19 è simile all’influenza, “mostrando che le persone sane non hanno più bisogno di isolarsi”.

Simili messaggi – spiega Donovan – potrebbero indurre qualcuno a ignorare le direttive di salute pubblica, mettendo a rischio molte vite. Facebook però è riluttante a frenare questi messaggi perché sembrano esprimere opinioni politiche. Donovan aggiunge: “È importante dimostrare ai gestori delle piattaforme che non si tratta di moderare un dibattito politico. Devono vedere su quale tipo di misinformazione sanitaria si basa la loro tesi che le restrizioni siano ingiustificate”. (Facebook non ha risposto a una richiesta di commenti.)

Donovan sta cercando di insegnare ad altri a individuare i percorsi della misinformazione: come nel caso di un’epidemia virale, è più facile frenarne la diffusione se si identificano vicino alla fonte, quando hanno contagiato meno persone. Dai suoi finanziatori, tra cui Hewlett Foundation di Menlo Park, California, e Ford Foundation di New York City, dispone di fondi per oltre un milione di dollari per raccogliere casi di studio sul modo in cui si diffonde la misinformazione e per insegnare a giornalisti, ricercatori universitari e decisori politici ad analizzare i dati dei post e le tendenze della loro condivisione.

Conquistare la fiducia

Secondo DiResta, l’impegno per aumentare la visibilità delle informazioni attendibili, e applicare un’etichetta di avvertenza a quelle inaffidabili, non sempre può portare i risultati sperati. Spiega: “Se le persone pensano che l’OMS sia antiamericana, che Anthony Fauci sia corrotto o Bill Gates sia malvagio, mettere in evidenza una fonte alternativa non serve a molto, se non a far pensare che quella piattaforma sia in combutta con quella fonte. Il problema non sta nella carenza di fatti, ma nelle fonti di cui ci si fida”.

Brennen è d’accordo: “Chi fa parte di comunità complottiste – osserva – pensa di fare il proprio dovere: essere un utente critico dei media. Pensa di fare le proprie ricerche, e che quanto può trovare consenso nell’opinione pubblica sia a sua volta misinformazione”.

Quello stato d’animo si può intensificare se le autorità preposte alla salute pubblica non ispirano fiducia, per esempio dando di settimana in settimana indicazioni diverse sulle mascherine o sull’immunità a COVID-19. Secondo alcuni ricercatori, le autorità potrebbero spiegare meglio le prove, o la mancanza di prove, alla base delle loro decisioni.

Per ora, negli Stati Uniti i sondaggi indicano che l’opinione pubblica sostiene ancora i vaccini. Ma chi protesta contro di essi è più rumoroso. Per esempio, ai raduni di protesta contro i lockdown tenutisi a maggio in California, alcuni manifestanti portavano cartelli con scritto “No ai vaccini obbligatori”. I centri on line del movimento anti-vaccinazioni stanno cogliendo al volo l’occasione di COVID-19, spiega Johnson: “Sembra quasi che non vedessero l’ora. Dà corpo a tutto quello che hanno continuato a dire.”

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 27 maggio 2020. Traduzione di Lorenzo Lilli, editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

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