Calabresi i capi di una organizzazione cyber criminale

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Venti le persone arrestate, di cui 9 nel paese balcanico. Come ipotizza l’indagine di Alberto Nobili, responsabile del pool antiterrorismo che si occupa anche del contrasto al “cybercrime”, e del pm Francesco Cajani, avevano dato vita a una banda che ha provveduto a svuotare i conti postali e online con relative carte ricaricabili delle loro vittime, grazie a una strumentazione tecnica in grado di mettere a segno facilmente «furti di identità», falsi siti “esca” di Poste Italiane, Che Banca e Banca Intesa, ed e-mail “trappola”.

Ad incastrare il gruppo criminale specializzato in “phishing” è stato un “trojan”, e cioè un virus inoculato nel computer di uno dei capi, che ha consentito di registrare in presa diretta e step by step l’attività della banda operativa a Milano, Brescia, Roma, Venezia, Pescara e Reggio Calabria, nonché a Bucarest.

A firmare le ordinanze di custodia cautelare eseguite in Italia è stato il gip Guido Salvini. In cella, tra gli altri, è finito Giuseppe Pensabene, uno dei capi di origini calabresi ma trasferitosi oltreconfine da dove avrebbe gestito l’organizzazione e il suo «punto di riferimento principale» su territorio italiano Salvatore Aragona (è suo il pc in cui è stato inserito dalla polizia il malware). I due assieme a due «abili esperti informatici» (si sta cercando un terzo tecnico) romeni, sono i promotori dell’associazione e, come è stato riferito, avrebbero avuto anche collegamenti con il clan Tegano: avrebbero coordinato l’attività illecita di una serie di complici sottoposti, dai «reclutatori» ai «cavallini» e le somme incassate illegalmente sarebbero state poi trasferite all’estero (anche in Spagna e in Russia) per poi rientrare come compensi dei “phisher” e di Pensabene.

Un'email "esca" con il finto profilo di Poste Italiane 
Un’email “esca” con il finto profilo di Poste Italiane

E che la banda fosse ben organizzata lo dimostra anche un promemoria con le istruzioni ricevuto via “Telegraph” e ritrovato sul cellulare di uno degli indagati, l’acquisto sul dark Web di mailing list con contatti da colpire e, come ha annotato il giudice a riprova pure della caratura di alcuni personaggi (in gran parte pluripregiudicati),la «difficoltà a scoprire i canali di comunicazione utilizzati». Il sospetto comunque è che il gruppo lavorasse da parecchio tempo – tant’è che Aragona in una telefonata intercettata si è lasciato scappare che è «da 5 anni che faccio questo mestiere» – e poi che il numero delle vittime sia di gran lunga superiore a quello accertato: «molte centinaia, – scrive il gip – considerato che spesso le vittime non fanno denuncia e, comunque, molte sono (…) all’estero». Da qui si spiega il “tesoretto” sequestrato a uno degli arrestati in una cassaforte a Reggio Calabria: circa 150 mila euro in contanti e 35 Rolex.

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