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Usa, così la polizia controlla proteste e sospetti sui social media

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Il Brennan Center, think tank non schierato, ha tracciato una mappa dell’uso (e la spesa) da parte delle forze dell’ordine statunitensi per il controllo delle masse attraverso i principali network.

La sicurezza nazionale passa anche dai social network. Resta da stabilire quale sia il limite del loro utilizzo da parte delle forze dell’ordine affinché privacy e libertà d’espressione non vengano calpestate. Quel che è certo è che il loro ruolo nel lavoro degli agenti è sempre più centrale. Negli Stati Uniti 151 dipartimenti di polizia hanno speso 4,75 milioni di dollari negli ultimi tre anni per software in grado di monitorare le attività di manifestanti e sospettati attraverso Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, Google+ e Vine. ”La spesa è sottostimata – ha detto al Washington Post Faiza Patel del Brennan Center for Justice, l’organizzazione attiva nel campo della giustizia penale americana che ha effettuato la ricerca -, ma la sua crescita è costante e va tenuta sotto controllo”.

Gli strumenti di controllo. Los Angeles e i dipartimenti di Texas e Florida sono in cima alla lista dei compratori. In tre anni hanno speso oltre 70mila dollari a testa per l’acquisto di otto strumenti di monitoraggio tra cui Geofeedia, SnapTrends e Dataminr. Questi software comprano dati e informazioni dai social network che vengono utilizzati da associazioni, imprese e investitori per restare aggiornati, ad esempio, sugli eventi organizzati in un’area circoscritta nella quale si pensa di avviare un’attività.

Le versioni più aggiornate e costose sono in grado di interpretare le sfumature sarcastiche nei post, di valutare la credibilità e l’influenza di un messaggio, di tracciare le relazioni tra gli utenti e di generare avvisi d’allerta scansionando immagini e traducendo in parole gli emoji.
Da qualche anno, però, anche la polizia americana si avvale di queste startup per controllare le persone sfruttando la localizzazione. Proprio per questa collaborazione, tra settembre e ottobre, Facebook, Twitter e Instagram hanno bloccato l’accesso a Geofeedia.
Il rapporto. Il dato complessivo di 4,75 milioni di dollari stimato dalla ricerca non comprende gli acquisti dell’Fbi, della Cia e di altre agenzie federali. È stato ricavato dalla somma delle voci di spesa indicate, città per città, dai database pubblici SmartProcure. Nel rapporto si tiene conto dei software pagati sia dagli organi di polizia che dai comuni (o dalle contee) che potrebbero non averli consegnati alle forze dell’ordine. Nel secondo caso si sono conteggiate le spese aventi come causale la ”sicurezza pubblica”. Non è detto poi che i software vengano utilizzati da tutti gli acquirenti per la funzione da cui il Brennan Center for Justice mette in guardia.
Il caso. Prima della pubblicazione del documento era stata l’American Civil Liberties Union a denunciare l’utilizzo di Geofeedia da parte della polizia per controllare gli spostamenti degli attivisti del movimento BlackLivesMatter durante le proteste a Baltimora per la morte di un afroamericano, avvenuta poco dopo l’arresto, nell’aprile del 2015.
I confini della privacy. In un sondaggio del 2015 dell’International Association of Police Chiefs il 96,4 per cento degli agenti americani ha dichiarato di utilizzare i social network a lavoro. Secondo le forze dell’ordine gli strumenti di monitoraggio sono utilizzati da alcuni colpevoli come ‘luogo’ dove vantarsi dei propri reati. Spesso permettono anche di trovare testimoni di una vicenda. Per chi invece invoca una regolamentazione più ferrea, la paura nasce dal fatto che i software di monitoraggio possano essere sfruttati per limitare le proteste, arginare la possibilità di riunirsi in spazi pubblici per manifestare e, nel peggiore dei casi, per perseguitare attivisti e dissidenti. Ad accrescere i timori, adesso, è il nuovo inquilino della Casa Bianca. Si teme infatti che con l’elezione di Donald Trump gli agenti abbiano sempre più margine di azione e strumentazione all’avanguardia che metta a rischio la privacy e il diritto di ogni americano di esprimere civilmente il proprio dissenso.
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