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Usa, “Assange aiuta la Russia”. L’attacco del Nyt al fondatore di Wikileaks

Usa, "Assange aiuta la Russia". L'attacco del Nyt al fondatore di Wikileaks
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Un dossier del quotidiano demolisce il direttore del sito di riferimento del Datagate. Le cui rivelazioni sembrano avere come fonte lo spionaggio russo. Come per il materiale sottratto nei siti dei Dem. In una campagna elettorale in cui Trump ha più volte appoggiato Putin. Julian Assange, il fondatore e direttore di WikiLeaks, si è trasformato nella “lavanderia” dei servizi segreti russi? L’accusa pesante, lanciata proprio in questi termini, non viene da un avversario qualsiasi. E’ il New York Times a pubblicare un imponente e implacabile dossier contro Assange. E’ una requisitoria dettagliata, documentata, dove lo stesso imputato ha la parola: Assange ha concesso un’intervista ai tre reporter del New York Times che firmano l’inchiesta, risponde alle loro accuse. Il verdetto finale su di lui però resta una condanna, secondo gli autori del rapporto investigativo.

E’ la prima volta che contro il creatore di WikiLeaks scende in campo un grande quotidiano indipendente con un lavoro così sistematico di demolizione del personaggio. Alla fine Assange ne esce come una marionetta manipolata dall’intelligence di Vladimir Putin, disposto a riciclare qualsiasi notizia che gli viene data, senza interrogarsi sui moventi della fonte. Gli basta che le notizie siano “contro” il suo bersaglio numero uno: gli Stati Uniti. Riservare lo stesso trattamento ad altre potenze non lo interessa, ammette lui, perché “tutti criticano la Russia, è noioso”. Nello stesso tipo di accanimento unilaterale rientra anche il gioco che Assange sta facendo nella campagna elettorale americana. Le rivelazioni di WikiLeaks vanno di pari passo con le incursioni di hacker russi; le vittime sono sempre da una parte sola: il partito democratico, l’Amministrazione Obama, i Clinton. Si direbbe che anche dentro la politica americana Assange ha fatto una scelta di campo. La stessa di Putin, peraltro, le cui affinità con Donald Trump sono emerse più volte alla luce del sole.

L’ampio dossier del New York Times ricorda l’irruzione di WikiLeaks nella scena mediatica fin dal 2010 con la divulgazione urbi et orbi di tante comunicazioni top secret fra vari rami del governo Usa, comprese le ambasciate e il Dipartimento di Stato. Ne emergeva una descrizione “cinica” della diplomazia americana, con sullo sfondo le guerre in Afghanistan e in Iraq. Di recente Assange ha fatto sapere che “ha ancora molto da dire” sul volto oscuro dell’imperialismo americano, il suo disprezzo per i diritti umani, l’avversione a quelli come lui che osano sfidare l’autorità costituita. Ma un bilancio dettagliato di tutte le rivelazioni di WikiLeaks porta a questa conclusione: non usa lo stesso criterio e lo stesso rigore nel mettere a nudo altri imperialismi. Certo non quello russo. Anzi, i metodi di governo usati da Putin (fino all’assassinio degli oppositori) godono di una sorta di immunità, non rientrano nei bersagli di WikiLeaks.

Di più: col passare del tempo le rivelazioni di WikiLeaks sembrano avere come fonte proprio lo spionaggio russo. E’ il caso del materiale sottratto di recente nei siti del partito democratico Usa in piena campagna elettorale. Una campagna in cui Trump ha più volte appoggiato Putin, facendogli anche delle aperture di credito sull’annessione della Crimea e l’invasione dell’Ucraina e auspicando un disimpegno americano dalla Nato. La conclusione del New York Times: “Sia che questo accada per convinzione, per convenienza, o per coincidenza, le rivelazioni di documenti da parte di WikiLeaks e molte dichiarazioni di Assange hanno spesso aiutato la Russia a scapito dell’Occidente”.

La risposta dell’accusato? Assange si difende accusando a sua volta i democratici Usa e la Clinton di “aizzare un’isteria neo-maccartista sulla Russia”. Aggiunge che “non esistono prove concrete” che WikiLeaks riceva le informazioni da servizi segreti stranieri. Ma anche se fossero loro la fonte, dice, accetterebbe ben volentieri quel materiale.

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