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Treccani e Zingarelli in discordia sul termine “petaloso”

Treccani e Zingarelli in discordia sul termine "petaloso"
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“Il mio petaloso ha conquistato tutti, solo il vocabolario non si è arreso”. Il piccolo Matteo Trovò, e la maestra Margherita Aurora, nella scuola elementare di Copparo, nel Ferrarese. Era stata la maestra Margherita a scrivere alla Crusca per avere un parere sull’ “errore bello” petaloso. La parola inventata dal piccolo Matteo in un compito e approvata dalla Crusca è finita sulla Treccani online. Ma non sullo Zingarelli. La maestra: “Aspettiamo fiduciosi”.

Un anno è passato, Matteo si è fatto più grande, la maestra Margherita ha sempre i capelli viola e lo Zingarelli non è diventato petaloso: il vocabolario Treccani online invece sì. “Io sono contento di avere inventato una parola nuova perché molte persone hanno voluto conoscermi e ho ricevuto lettere da tutto il mondo”.

La scuola del paese è un bell’edificio bianco e giallo nella piazza con la fontana, davanti a tanti alberi molto fogliosi. Nell’aula della III E, dietro queste finestre così cristallose, un mattino sbocciò una parola come un fiore. In tanti fecero “oooh”, pure l’Accademia della Crusca, pure il telegiornale e pure il presidente del consiglio Matteo Renzi che adesso in verità è un po’ appassito. Il Matteo di petaloso, invece, è sempre bello vispo e ha appena finito la quarta elementare. “A volte i miei amici mi prendono in giro, altre volte mi dicono che sono stato bravo”.

Perché le parole sono davvero come petali, si colorano e poi volano se il vento le solleva o magari seccano se nessuno le usa, se la gente chiacchierando smette di annaffiarle. L’inedito aggettivo, quell’errore bello che tanto piacque all’Italia e che in poche ore divenne, come si dice adesso, virale, un poco di strada l’ha fatta. “Anche se noi stiamo sempre aspettando che entri nel vocabolario e non solo in rete”. La maestra Margherita Aurora, petalosa già al battesimo, è colei che ha accompagnato Matteo Trovò (e poi non diteci che nomi e cognomi non hanno un senso) nel gioioso viaggio di quattro sillabe nate in un tema e scoccate come dardi. “La prima volta, a novembre, con lo Zingarelli è andata male però noi siamo fiduciosi e aspettiamo”.

Ma per avere il bollino blu come la famosa banana, una parola deve passare non pochi controlli qualità. “Petaloso ha avuto straordinaria risonanza, tuttavia è rimasto più un argomento che un vocabolo d’uso”. Maria Cristina Torchia, ricercatrice della Crusca, non toglie le speranze a Matteo ma neppure lo illude: “Occorre tempo perché una parola nuova si stabilizzi, e non basta che un vocabolario punti sui neologismi per sembrare più fresco, più alla moda. Una lingua non vive di occasionalismi e non deve avere fretta”.

Per arrivare in questo petaloso paese di Copparo (l’accento è sulla a: parliamo di parole, dunque bisogna essere precisi) si attraversano campi e canali, si passa il ponte di Polesella con i vecchi ai tavolini sul barcone e il grande fiume, sotto, che brilla. Ci sono pescatori e silenzio. Il piccolo Matteo non è diventato un fenomeno da baraccone e neppure un Mozart del dizionario, “anche se ogni tanto mi capita di dire qualche parola inventata”. Tipo l’altro giorno, quando ha detto alla sua maestra “ma che bella spettinatura hai stamattina!”.

E comunque, la parola che non c’era ha combinato in un anno un sacco di cose. Intanto, il papà di Matteo, che si chiama Marco, l’ha depositata alla Camera di commercio di Ferrara: “La daremo in licenza a chi lo chiederà, e i proventi dovranno essere destinati a opere per i bambini del nostro territorio”. Ma siccome siamo in Italia, qualcuno ci aveva già pensato ed ecco analoghe domande di registrazione di “petaloso” da parte di un’azienda di Venosa (Potenza) e di un’altra di Trani, mentre a Torino hanno aperto un negozio con quel nome e su internet esiste un sito che vende magliette piene di petali, per così dire, “non ufficiali”. Ora toccherà al comparto marchi e brevetti del Ministero per lo Sviluppo economico stabilire chi può essere il vero papà commerciale della parola che non c’era, appena nata e già taroccata.

Ma il lungo viaggio di petaloso è molto di più. “Abbiamo visto un sacco di bei posti e conosciuto tanta gente, ci sono arrivate magnifiche lettere come quella delle suore di Betlemme, che promettono di usare la nostra parola, e una è arrivata addirittura dal Kansas. Matteo è stato premiato al festival delle lingue di Siena ma soprattutto siamo stati con tutta la classe all’Accademia della Crusca, a Firenze”. La maestra Margherita, che in fondo è la mamma di petaloso, non nasconde alcune ombre: “C’è tanta invidia nel mondo, abbiamo ricevuto anche insulti pesanti ma pazienza, questa per noi è stata un’esperienza di vita, un’occasione didattica e non certo una ricerca di pubblicità”.

Ma un bimbo di otto anni sotto i riflettori come mai più gli accadrà nella vita, non è un po’ troppo esposto anche alla delusione? “Ma no, questa cosa l’abbiamo fatta insieme, Matteo e i compagni, la lettera alla Crusca non l’aveva neppure scritta lui. E si sa che i bambini inventano parole, è normale, nessuno ha considerato Matteo un piccolo genio. È stato solo un bel gioco”. L’onda mediatica si è alzata, si è abbattuta e si è placata come sempre succede. “Abbiamo avuto qualche giorno assurdo, poi abbiamo deciso che era abbastanza e la famiglia di Matteo è stata d’accordissimo. Avranno detto no alla D’Urso una cinquantina di volte”.

E comunque, se si clicca nel sito della Treccani viene fuori: “Petaloso, agg. Provvisto di petali; pieno di petali”. Segue il riassunto di tutta la storia, compresi Matteo Renzi e la Crusca. Ma anche Michele Serra, che in un articolo del 1991 sul festival della canzone aveva scritto “i fiori di Sanremo sono iperrealisti: troppo petalosi e colorati”. Come a dire che le parole che non ci sono, a volte c’erano già state. Bisogna solo scoprirle, come terre lontane. “Più o meno quello che è successo quando siamo andati a visitare l’Accademia a Firenze, e ci è stato mostrato un atlante geografico del 1400 dove ovviamente l’America non c’era: i bambini hanno strabuzzato gli occhi”.

Poi li hanno portati nella Sala delle pale, il simbolo dell’Accademia usato per separare la farina dalla crusca, e Matteo ha donato agli accademici una pala in legno fatta da suo nonno Lino: stemma con la Torre Estense, la pianura, il canale, ovviamente la magica parola e un falco con un ramo fiorito nel becco e una frase dell’Ariosto, “vola, come falcon c’ha seco il vento”. I custodi della lingua hanno molto apprezzato, augurando ai bambini che il loro amato petaloso voli allo stesso modo. Non importa se per adesso è ancora giudicato, tecnicamente, “parola effimera”. Se son rose fioriranno, petali compresi.

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