Ridotta del 16% la produzione petrolifera Russa

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Attacchi e sanzioni: così il petrolio russo comincia a vacillare. I droni ucraini fermano le raffinerie, mentre crollano le esportazioni verso India e Turchia. La svolta dallo scorso autunno, quando le misure occidentali contro Mosca e i suoi alleati hanno iniziato ad essere applicate con maggiore severità.

Da una parte i droni ucraini, sempre più potenti e precisi, tanto da aver messo ko un decimo della capacità di raffinazione russa nel giro di quarantott’ore. Dall’altra le sanzioni, che dallo scorso autunno hanno iniziato a “mordere” davvero, fino a scoraggiare le importazioni di partner di ferro come l’India e la Turchia.

Sul fronte del petrolio Mosca, a due anni dall’invasione dell’Ucraina, ha smesso di sembrare invulnerabile: una discontinuità rilevante, anche se è presto per definirla una svolta, che in futuro potrebbe incidere sull’andamento del conflitto oltre che avere un impatto rialzista sui mercati energetici. Gli ultimi sviluppi hanno già contribuito a riaccendere le quotazioni del barile, spingendo il Brent ai massimi da quattro mesi, vicino a 85 dollari.

Con una produzione di greggio che tuttora è stimata intorno a 9,5 milioni di barili al giorno, la Russia è seconda soltanto agli Stati Uniti. E rimane un fornitore di cui a livello globale è impossibile fare a meno per soddisfare la domanda. Le sue esportazioni nonostante l’embargo occidentale sono rimaste quasi invariate rispetto a prima della guerra: Mosca è stata abilissima nel dirottarle in tempi rapidi verso l’Asia, spostando i sacrifici soprattutto sulle spalle delle compagnie.

I profitti delle società russe dell’Oil & Gas sono crollati (di oltre il 40% solo nel 2023), a causa dello sforzo, logistico e non solo, per conquistare nuovi clienti e per la necessità di concedere forti sconti, in parte legata al “price cap”, misura sanzionatoria sui generis che vieta ai Paesi del G7 di fornire trasporti, assicurazioni o altri servizi a meno che Mosca non si pieghi a vendere al di sotto di un certo prezzo.

Ma nonostante tutto il petrolio, oggi come in passato, continua ad essere la prima fonte di entrate per lo Stato russo. Ed è una fonte che si è assottigliata molto meno del previsto.

Attacchi e sanzioni: così il petrolio russo comincia a vacillareDifendendo i volumi d’esportazione, lasciando svalutare il rublo e più che raddoppiando il carico fiscale per le società del settore, l’anno scorso Mosca è riuscita ad incassare l’equivalente di 108 miliardi di dollari grazie all’Oil&Gas: una cifra pari a un terzo delle entrate statali e in linea con il 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina (anche se inferiore al 2022, segnato da prezzi record per l’energia), come fa notare un’analisi dell’Oies su dati del ministero delle Finanze russo.

È soprattutto il petrolio a finanziare la guerra contro Kiev. Ed è proprio per questo che rappresenta anche il tallone d’Achille della Russia: il punto più vulnerabile, difficile ma non impossibile da colpire se si vuole fermare lo sforzo bellico. E qualche colpo pericoloso – per quanto non ancora decisivo – oggi ha cominciato ad arrivare.

Una variabile imprevista è quella dei droni ucraini, solo di recente perfezionati al punto da penetrare per centinaia di chilometri in territorio russo, andando a segno con precisione crescente su obiettivi strategici, tra cui proprio le infrastrutture petrolifere. In vista delle elezioni presidenziali russe (al via il 15 marzo) Kiev ha intensificato gli attacchi, riuscendo a danneggiare due tra le maggiori raffinerie del Paese: l’impianto Norsi di Lukoil, nella regione di Nizhny Novgorod, e l’impianto Rosneft di Ryazan, a 200 km dalla capitale.

C’erano stati altri attacchi a gennaio, che avevano ridotto di 400mila barili al giorno (o del 7%) la produzione di carburanti delle raffinerie russe, stima Viktor Katona di Kpler. In seguito c’era stato un parziale recupero, ma l’offensiva di questi giorni per l’analista potrebbe avere conseguenze più gravi, fermando fino al 14% della capacità totale.

Mosca ha già vietato l’esportazione di benzina per sei mesi a partire da marzo, per contrastare rincari alla pompa (e forse carenze) sul mercato domestico. Presto potrebbe essere costretta a limitare anche l’export di diesel e altri prodotti raffinati. «Niente di critico, vorrà dire che esporteremo più greggio», ha minimizzato il viceministro dell’Energia Pavel Sorokin secondo la Tass. Ma in realtà anche su questo fronte ci sono difficoltà crescenti.

L’export di greggio russo – rimasto piuttosto stabile da inizio anno, con una media di 3,48 milioni di barili al giorno – «probabilmente ha raggiunto un picco», si legge in un report di Gibson. Kiev ha anche intensificato le operazioni con droni sottomarini nello stretto di Kerch e al largo della Crimea, fa notare la società, e questo comporta «ulteriori rischi, oltre a quello delle mine, per le navi con carichi russi nel Mar Nero».

Ma gli ostacoli maggiori derivano dal giro di vite sulle sanzioni, su cui le potenze occidentali sono diventate molto più rigorose, cominciando dallo scorso autunno a punire le violazioni con maggiore frequenza e severità.

Da novembre in avanti gli Usa, seguiti dagli alleati europei, hanno messo in black list più di 40 navi e una serie di società di diversi Paesi, accusate di agevolare l’export di petrolio russo aggirando le regole sul price cap: una svolta che secondo il broker marittimo Poten & Partners ha scatenato «un esodo di armatori occidentali» dalle attività di trasporto.

La paura delle sanzioni Usa, scrive Reuters, ha spinto improvvisamente i registri navali della Liberia e delle Isole Marshall a ritirare le bandiere alle petroliere russe, ostacolandone la navigazione. Non basta. Nello stesso periodo Mosca ha iniziato ad accusare difficoltà anche in India e in Turchia: Paesi che avevano accolto a braccia aperte i barili russi, ma in cui gli acquisti sono crollati.

L’India in particolare ha fatto un dietrofront clamoroso, respingendo carichi di greggio Sokol mentre le petroliere erano già in viaggio, fino a “bloccare” in mare 18 milioni di barili. Ora si sono ridotti intorno a 10 mb, stima Bloomberg: molte navi si sono dirette in Cina, ma anche qui alcune hanno dovuto gettare l’ancora, in attesa di acquirenti che tardano a farsi avanti.

I problemi riguardano soprattutto i pagamenti, su cui ha avuto un impatto dirompente un ordine esecutivo firmato lo scorso 22 dicembre dal presidente Usa Joe Biden. Il provvedimento ha alzato la guardia su banche e altri intermediari finanziari, minacciando di tagliarli fuori dal sistema del dollaro con effetto immediato al minimo indizio di aver facilitato, anche in modo indiretto, «il finanziamento della macchina da guerra russa».

Moltissime banche, ovunque nel mondo, hanno rallentato le transazioni per passare al setaccio ogni documento che possa collegarle ad entità russe. E qualcuna – persino in Cina – si è spinta oltre, scegliendo di interromperle del tutto.

In Turchia la paura di sanzioni oltre alle banche ha contagiato diverse società non finanziarie. Il terminal marittimo di Dörtyol, sul Mediterraneo – che era emerso come uno degli snodi principali per il petrolio russo, con sbarchi per 11,7 milioni di barili nel 2023 – la settimana scorsa ha deciso per precauzione di vietarne il transito «anche in assenza di violazioni di leggi, regolamenti o sanzioni»: una scelta drastica, che secondo indiscrezioni di stampa sarebbe stata presa in seguito a forti pressioni esercitate dagli Usa.

«I russi – osserva Poten – stanno provando a contrastare questi sviluppi e cercano acquirenti alternativi»: di recente ci sono stati carichi esportati in Venezuela, Pakistan, Ghana e Brunei. Rimpiazzare i volumi di India e Turchia però «sarà una sfida», che «potrebbe rendere necessari sconti molto più alti».

Nel frattempo per il petrolio russo si è chiusa un’ulteriore porta di accesso all’Europa, quella verso la Bulgaria, uno dei Paesi che avevano ottenuto un’esenzione all’embargo da parte della Ue. Sofia – che ha sfruttato a lungo il privilegio, anche esportando carburanti prodotti con greggio russo – ha interrotto anche gli acquisti via oleodotto a inizio di marzo, con sei mesi di anticipo sui tempi concordati. Fino a poco tempo fa riceveva più di 150mila barili al giorno.

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