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Riapre l’antica biblioteca di Fes grazie ad una architetta

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Riapre l'antica biblioteca di Fes, grazie a una donna
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È una delle più antiche al mondo. Fondata nell’859 d. C. da Fatima Al-Fihri nella città del Marocco, negli ultimi quattro anni al-Qarawiyyin è stata restaurata da Aziza Chaouni, architetta che ha battagliato per consentirne l’accesso a tutti: “Anche noi donne arabe possiamo avere un carattere forte”.  Voci di mercanti di verzura, urla di massaie, chiocciare di galline, scalpellare di artigiani che improvvisano il ritmo di una melodia. E ancora voci, urla, baccano. È la medina, cuore di Fès: la prima città imperiale del Marocco. Poi d’un passo il silenzio, rotto solo dall’invito alla preghiera. Con le orecchie, prima che con gli occhi, si mette piede nella biblioteca al-Qarawiyyin. Una delle più antiche al mondo. Qui quasi tutto è pronto. Dopo un restauro milionario durato quattro anni, le legnose porte d’ingresso dovrebbero presto aprire al pubblico. “Gennaio 2017”, bisbigliano gli addetti ai lavori. Anche se non c’è alcuna data ufficiale. Una lotta personale per Aziza Chaouni, architetta 39enne, a cui nel 2012 il ministero della Cultura di Rabat ha affidato il rinnovamento.

Anno 859 dopo Cristo, primo sabato di Ramadan: è Fatima Al-Fihri, benestante figlia di un mercante, a mettere in piedi la moschea. Piccola dapprincipio, appena quattro le navate iniziali. In seguito ha incluso: un’università che per il Guinness World Records è “la più antica istituzione educativa ininterrottamente attiva del globo”; e una biblioteca, al centro della vita studentesca. In origine, il catalogo dei tomi consultabili contava circa trentamila titoli. Tanto da fare di Fes “l’Atene dell’Affrica a cui accorrevano dotti e letterati d’ogni parte d’Europa e Levante”, scrive Edmondo De Amicis in Marocco, diario di viaggio del 1875. Abdou Handa, parte del gruppo che si è occupato dei lavori, lo ribadisce: “Era un ponte tra Oriente e Occidente, dove avveniva un continuo scambio tra diverse culture. Qui c’è la nostra storia”. Da questi banchi sono passati in tanti. Il filosofo ebraico Mosè Maimònide. Lo storico musulmano Ibn Khaldun. E persino un giovane con la passione per la matematica di nome Gerberto d’Aurillac che di lì a poco sarebbe diventato papa Silvestro II. Pensarli chini sui volumi è solo un gioco d’immaginazione. Che diventa meno difficile man mano che si scopre il nocciolo di al-Qarawiyyin. L’occhio si sofferma sui dettagli: l’alto soffitto in legno della sala di lettura, gli arabeschi che decorano tetto e pareti, i piccoli cortili interni piastrellati e coltivati a lavanda e rosmarino.

Una struttura cambiata nel corso degli anni. L’edificio, adiacente al luogo di culto e con affaccio sulla chiassosa piazza Seffarine, è stato costruito nel XIV secolo dal sultano Abou Inane. Ma le diverse dinastie che si sono susseguite al governo del Marocco l’hanno continuamente modificato; ricalcando le trasformazioni in atto nella medina. Fino al 1940, quando con il protettorato francese è cominciato un progetto di ammodernamento. E l’ha consegnato com’è ai restauratori contemporanei. Oggi ogni accesso alla moschea è murato, per consentire l’entrata ai non musulmani. C’è un nuovo impianto di drenaggio per contrastare le infiltrazioni d’acqua, un altro per il rinnovo dell’aria e il controllo della temperatura nelle stanze in cui sono conservati i libri più preziosi. La protezione di un sistema di sicurezza digitale ha soppiantato la vecchia porta in ferro del 1600 con quattro lucchetti: le chiavi erano in mano a quattro persone diverse. Adesso farà da ingresso a un piccolo museo. Al pianterreno un laboratorio: serve a preservare, digitalizzare e trattare i testi antichi. Mentre condizionatori ben nascosti da dei cassettoni rinfrescheranno i lettori. Invisibili segni di modernità, di cui anche una delle più antiche biblioteche della Terra ha bisogno.

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