La meditazione migliora le funzioni cognitive e le emozioni

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Cosa succede al cervello durante la meditazione. È una forma strutturata di silenzio: l’assenza di rumore permette alla nostra «materia grigia» di modificarsi, gestire le emozioni e potenziare la memoria.

Rumore e silenzio, croce e delizia delle orecchie, ma anche del cervello. E se quasi tutti cercano di sfuggire i rumori molesti, più articolato è il rapporto con il silenzio, che mette a confronto con se stessi e con gli altri, e forse per questo è talora temuto e rifuggito. Ma il silenzio svolge anche un importante ruolo di modulazione sul cervello, alterandone il funzionamento e la struttura, a causa della cosiddetta plasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi e adattarsi in relazione a richieste funzionali provenienti dall’ambiente interno ed esterno.

Cervello e MeditazioneA tal fine sono state molto studiate le tecniche di rilassamento, tra cui la meditazione, che può essere considerata una forma strutturata di silenzio. «Vari studi hanno dimostrato che la meditazione può produrre cambiamenti anche duraturi nell’architettura cerebrale, soprattutto se ripetuta regolarmente e per lunghi periodi di tempo» dice Filippo Carducci, responsabile del Laboratorio di neuroimmagini del Dipartimento di fisiologia e farmacologia dell’Università La Sapienza, di Roma, relatore al convegno Icons «Neurofisiologia del Silenzio», organizzato dalla Fondazione Patrizio Paoletti, tenutosi dal 26 al 28 luglio nel Monastero di San Biagio a Nocera Umbra.

«Questi cambiamenti includono il potenziamento di attenzione, memoria di lavoro e creatività, una migliore gestione delle emozioni, un incremento del comportamento pro sociale. La pratica della meditazione migliora inoltre il senso generale di benessere, riduce i sintomi di ansia e depressione e migliora il funzionamento del sistema immunitario».

Studi realizzati con la risonanza magnetica, hanno evidenziato la meditazione che può modificare l’attività di due network cerebrali antagonisti: il Default Mode Network (Dmn) e il Task Positive Network(Tpn). «Il Dmn è in funzione quando siamo in condizione di riposo mentale ed è costituito da corteccia prefrontale mediale, corteccia cingolata posteriore, ippocampo e amigdala» spiega Carducci. «Un’attività regolata di questo network riduce gli stati di insoddisfazione associati al vagare della mente e a processi di ruminazione mentale, e crea uno spazio di lavoro cosciente dove pianificare attività future anche sulla base di eventi passati significativi. Il Tpn è invece deputato allo svolgimento di processi che richiedono controllo ed è in grado di dirigere la nostra attenzione consapevole sia verso l’ambiente esterno che verso stati interni.

Il Tpn comprende corteccia prefrontale laterale, corteccia cingolata anteriore, insula e corteccia somatosensoriale. La meditazione è associata a un’aumentata attività del Tpn e, conseguentemente, a una diminuzione dell’attività del Dmn. Si tratta di un effetto molto importante in quanto è dimostrato che un aumento dell’attività del Tpn migliora l’attenzione e le prestazioni della memoria di lavoro, mentre un’attività bilanciata del Dmn è associata a un miglioramento delle prestazioni cognitive e a un aumento del benessere» Secondo quanto riportato da Kishore Deepak del Department of physiology dell’All India Institute of medical science di New Delhi, in India, autore di un articolo su Progress in Brain Research, chi entra in uno stato di rilassamento psicofisico riesce a contenere l’attività spontanea del Dmn, fino a creare una condizione di silenzio interiore, che paradossalmente corrisponde a un incremento delle capacità cognitive.

Tanto che, così come spesso si ricorre a una pausa caffè per recuperare energie psichiche troppo spremute, Deepak suggerisce di ricorrere anche a pause meditative, durante le quali il silenzio esteriore e interiore potrebbe fungere da momento di ricarica. Da un punto di vista biologico, la pausa meditativa sembra indurre una riduzione nel livello di alcune citochine, come l’interleuchina-1, nota per rappresentare un ostacolo naturale al buon funzionamento delle capacità cognitive. «Viviamo in una società densa di sollecitazioni, e il rumore permea tutta la nostra vita» dice Patrizio Paoletti, organizzatore, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e l’Haifa University israeliana, del convegno sul silenzio.

«Ma il silenzio ha un valore per l’umanità e può aiutare l’uomo a conoscere se stesso e a raggiungere uno stato di benessere. Avere accesso a questo spazio interiore, che da millenni chiamiamo vuoto, può migliorare la qualità della nostra vita. La pratica del silenzio influisce positivamente sulla concentrazione, sulla capacità di tollerare i disagi, sulla creatività, sulle emozioni, sull’empatia, sul rapporto dell’individuo con il proprio corpo e con l’ambiente».

La tendenza naturale della mente a vagare e quindi a riempire il vuoto che potrebbe crearsi in assenza di pensieri è la conseguenza del fatto che il cervello ha una tendenza proattiva, cerca sempre di anticipare il futuro e prepararsi per quello che potrebbe arrivare. «In conseguenza di ciò, il cervello non è mai passivo, raramente si lascia sorprendere» ha detto a Corriere Salute Moshe Bar del Gonda Multidisciplinary Brain Research Center dell’Università di Bar Ilan, in Israele, relatore al convegno. «Questa tendenza a pianificare e prepararsi è vantaggiosa per molti aspetti della vita quotidiana, ma allo stesso tempo è anche un ostacolo per godersi il presente. Una mente silenziosa potrebbe dipendere meno dalla memoria e più dalle sensazioni attuali, meno dalle aspettative e più dalle meraviglie davanti a noi. È importante distinguere tra i contesti nei quali è meglio avere una mente silenziosa e quelli nei quali è preferibile una mente proattiva».

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