I conti della brexit, gli 800 miliardi delle clearing houses

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Si appanna il mito Brexit: gli inglesi hanno cominciato a fiutare la trappola. Big della finanza in fuga, rischio di rincari massicci in alcuni settori, auto in primis, per via di dazi e svalutazione della sterlina. Ora tra i cittadini britannici cresce la consapevolezza che l’addio all’Unione europea non sarà un affare per il Regno Unito.

Non è una invenzione dei giornali: la Brexit – soprattutto la rottura, invece di un divorzio concordato – fa paura per davvero. Agli inglesi, ma anche agli europei. Questa settimana, Londra ha assistito con sgomento allo spettacolo  dei giapponesi – nella veste delle due maggiori banche del Sol Levante, Daiwa e Nomura – aggiungersi alla fila delle stelle della finanza che si incamminano verso Francoforte.

Per un paese che deve il 10 per cento del Pil, insieme ad una buona quota della occupazione meglio pagata, alla finanza è una processione carica di cattivi presagi. Infatti, nei giorni scorsi la Bce ha alzato il fuoco contro il quasi-monopolio di Londra sulle transazioni dei derivati in euro, un giro d’affari che sfiora gli 800 miliardi di euro al giorno. Più o meno i due terzi del volume delle transazioni viene garantito dalle clearing houses su suolo inglese e la Bce, da tempo, reclama un controllo diretto su questi flussi, che possono incidere sulla stabilità finanziaria dell’area euro: in caso di attacco speculativo alla moneta comune, ad esempio, Francoforte potrebbe imporre alle clearing houses di alzare i margini di garanzia che le parti devono versare sui contratti. Ma, oggi, non ha poteri diretti sulle case londinesi.  Li aveva chiesti nel 2011, ma la Corte di Strasburgo – su ricorso inglese – aveva risposto che le norme attuali non lo imponevano. Ed ecco che, in questi giorni, Francoforte ha ufficialmente chiesto a Commissione e Parlamento di emendare le regole per assicurarsi questo potere.

Un divorzio consensuale potrebbe consentire a Londra di tenere in casa 600 miliardi di euro di traffico in derivati, con qualche forma di coordinamento con la Bce. Una rottura, no. Ma questo vale anche dall’altra parte. Una rottura e un mancato accordo che rinviasse il commercio fra Ue e Gran Bretagna agli standard minimi del Wto, dice un rapporto appena diffuso da una grande società di consulenza, la Deloitte, avrebbe un impatto pesante sul gioiello più brillante della corona della Merkel: l’industria dell’auto.

L’anno scorso, le case tedesche hanno venduto quasi un milione di auto in Gran Bretagna. Con le regole Wto, le auto importate dalla Germania dovrebbero pagare un dazio del 10 per cento. Deloitte calcola che, fra dazi e svalutazione della sterlina rispetto all’euro, le auto tedesche costerebbero agli inglesi il 21 per cento in più di oggi. E le vendite di Volkswagen, Mercedes, Bmw, Ford e Opel crollerebbero, più o meno, nella stessa misura, mettendo a rischio almeno 18 mila posti di lavoro in Germania e, di rimbalzo, altre migliaia di posti di lavoro negli altri paesi, come l’Italia, legati alla catena produttiva dell’auto tedesca. Ne guadagnerebbero le case con stabilimenti in Inghilterra, come la Nissan? Neanche, assicura Deloitte, perché sui componenti auto il dazio Wto è del 4,5 per cento e, in un settore internazionalmente integrato come l’auto, l’importazione dei componenti è cruciale.

Anche senza leggere il rapporto della Deloitte, i consumatori britannici devono aver fiutato la trappola che li aspetta. L’immagine dell’elettore inglese, pronto a recidere tutti i legami con l’Europa, pur di liberarsi dell’ombra dell’idraulico polacco, a quanto pare, non è più vera. Il 58 per cento dei britannici è pronto ad accettare concessioni sull’immigrazione dalla Ue, in cambio di un accordo commerciale che sventi la rottura e l’orizzonte Wto. Anche chi ha votato Leave, ha paura e ci sta ripensando: la quota degli anti-Ue che ritiene l’immigrazione una priorità, rispetto al commercio, è crollata, in un anno, dall’83 al 69 per cento. Naturalmente, i sondaggi sono sondaggi e i ribaltoni vanno valutati con cautela. In questo sondaggio (curato, peraltro, dall’autorevole YouGov) risulta anche che, per la prima volta, gli elettori ritengono Jeremy Corbyn un premier più adeguato di Theresa May. Che, come ribaltone, a pensare ai sondaggi di due mesi fa, farebbe impressione.
 

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