Cura per il covid-19 con il plasma iperimmune

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Nel sangue di chi è guarito la «migliore arma contro il Covid-19». Per la precisione nel plasma e negli anticorpi che contiene, la sperimentazione negli ospedali lombardi. L’immunologo: «Subito dopo l’infusione il paziente è già protetto», ma bisogna agire tempestivamente

Se il vaccino è ancora molto lontano, per la lotta al coronavirus l’arma più potente che abbiamo è il sangue di chi è guarito.

Per la precisione il plasma, la parte liquida che contiene gli anticorpi, che viene poi trasfusa nei pazienti affetti da Covid-19. La conferma arriva dagli ospedali italiani di Mantova, Brescia, Lodi e Pavia dove l’utilizzo sarebbe in corso con risultati molto incoraggianti.Nel sangue di chi è guarito la «migliore arma contro il Covid-19».

Non è una novità, spiega un articolo della Fondazione Veronesi, lo stesso procedimento con il plasma iperimmune era stato utilizzato per curare pazienti affetti da Sars, Aviaria ed Ebola così come i pazienti cinesi di coronavirus.

«È l’unica arma che abbiamo per cambiare le carte in tavola», conferma l’oncologo e immunologo dell’ospedale di Bresca Alessandro Santini al Giornale di Brescia, «non è una suggestione, ma un metodo supportato da solide basi scientifiche e anni d’esperienza».

Ma come funziona? «Da noi abbiamo trattato 600 pazienti in quattro giorni e decine di migliaia nelle prossime settimane. Quando una persona si ammala di Covid-19 sopravvive perché il suo sistema immunitario nel giro di 10-15 giorni produce anticorpi in grado di neutralizzare il virus», spiega Santini, «tuttavia, nella prima settimana di malattia chi è infettato è totalmente privo di anticorpi ed il suo futuro si gioca proprio in questi giorni».

In questa eventualità la terapia con il plasma risulta cruciale: «È necessario agire in fretta, nella prima settimana dalla comparsa dei sintomi, è l’unica cura efficace», così – infatti – si forniscono gli anticorpi neutralizzanti: «subito dopo l’infusione il paziente è già protetto».

Quello che manca – per ora – è uno studio a tappeto: «I pazienti trattati sono pochi, mentre la letalità rimane ancora molto alta. Serve uno studio allargato a livello nazionale, su modello americano», conferma Santin.

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