Aumento di casi della malattia di Kawasaki nelle zone affette da Covid-19

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Covid-19, c’è un legame tra il virus e la sindrome di Kawasaki nei bambini? A Bergamo c’è stato un vero e proprio “boom”: in soli due mesi dallo scoppio dell’epidemia si sarebbero registrati tanti pazienti bambini o adolescenti quanti se ne osservavano mediamente in diversi anni. La stessa evidenza si è registrata anche in Gran Bretagna

Infiammazione. Giratela come si vuole, ma ormai sembra proprio la risposta dell’organismo, in alcuni casi davvero eccesiva tanto da diventare essa stessa malattia, la chiave per comprendere la gravità dell’infezione da Sars-CoV-2.

E proprio una “superinfiammazione” sarebbe alla base di quanto si sta osservando, pur se fortunatamente in modo assai raro, nei bambini che in qualche modo sono entrati in contatto con il virus, magari anche senza sviluppare alcun sintomo o con disturbi sfumati legati a Covid-19.

Il problema che sta emergendo sempre di più, specie nelle aree in cui ci sono stati moltissimi casi d’infezione, si chiama vasculite. Tradotto in termini semplici, è un’infiammazione dei vasi sanguigni. Ed è un quadro che ricorda molto da vicino quello di una patologia rara, la sindrome di Kawasaki – così definita dal nome del ricercatore giapponese che l’ha identificata nel 1967 – legata proprio ai postumi di un’infezione.

Covid-19, c’è un legame tra il virus e la sindrome di Kawasaki nei bambini?Le cifre testimoniano l’attenzione che la comunità scientifica sta dedicando al tema e la necessità di far luce su questa associazione, che certo appare chiaramente dalle indicazioni epidemiologiche. A Bergamo, ad esempio c’è stato un vero e proprio “boom”, ovviamente relativo, di casi. Stando alle cifre, infatti, in soli due mesi dallo scoppio dell’epidemia si sarebbero registrati tanti pazienti bambini o adolescenti quanti se ne osservavano mediamente in diversi anni.

Dall’altra parte della Manica, peraltro, il Guardian segnala che il National Health System (Nhs) riporta una crescita nelle ultime settimane dei casi d’infiammazione che hanno portato al ricovero in terapia intensiva bambini di diverse età nel Regno Unito.

Insomma: il Sars-CoV-2 nasconde ancora molti dei suoi aspetti, in termini di manifestazione di malattia acuta e a distanza. E pur se rimane vero che i bambini appaiono maggiormente protetti dall’infezione, tanto da non sviluppare sintomi clinici chiari in molti casi, è altrettanto innegabile che i tasselli nel puzzle delle conoscenze aumentano ogni giorno, anche sul fronte dell’età pediatrica.

Partiamo però dalle certezze. «L’esperienza cinese e i dati dell’epidemia da Covid-19 in Italia hanno evidenziato che i bambini sono meno colpiti e hanno un rischio più basso di sviluppare le gravi complicanze legate all’infezione, prima fra tutte la polmonite interstiziale – spiega Angelo Ravelli, professore ordinario e direttore della Clinica Pediatrica e Reumatologia dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova -. Nelle ultime settimane è stato, tuttavia, segnalato, in particolar modo nelle zone del paese più colpite dall’epidemia da Sars-CoV-2, un aumento della frequenza di bambini affetti da malattia di Kawasaki».

Sul fronte dei numeri anche le cifre raccolte dal nosocomio pediatrico genovese sono sicuramente interessanti: sono stati osservati 5 casi nelle ultime 3-4 settimane, a fronte di una incidenza abituale della malattia di 7-8 casi all’anno.

La malattia di Kawasaki è una vasculite sistemica che si osserva soltanto nell’età pediatrica e colpisce soprattutto i bambini più piccoli, spesso i lattanti. Si manifesta con febbre elevata, rash cutaneo che ricorda in qualche modo quello del morbillo, ingrossamento delle ghiandole linfatiche sotto la mandibola, morbilliforme, ingrandimento dei linfonodi angolo-mandibolari, congiuntivite, fissurazione delle labbra e edema delle mani e dei piedi.

«La sua complicanza principale è rappresentata dallo sviluppo di aneurismi coronarici che, quando persistenti e di grandi dimensioni, possono esporre i soggetti affetti all’insorgenza di infarto del miocardio nell’età giovane adulta – fa sapere Ravelli -. La terapia normalmente si basa sulla somministrazione di immunoglobuline per via endovenosa a dosaggio elevato. È stato dimostrato che l’esecuzione di questo trattamento entro i primi dieci giorni di malattia riduce la frequenza di aneurismi coronarici dal 25% nei casi non trattati al 4-6 per cento».

Attenzione però: fino a questo punto stiamo parlando della malattia di Kawasaki “classica”. In tempi di Covid-19, però, si ha la sensazione che qualcosa stia mutando. «In alcuni centri pediatrici italiani è stato recentemente notato che in una percentuale non trascurabile di casi la malattia si è presentata con un quadro clinico non tipico e ha manifestato resistenza al trattamento sopracitato e tendenza all’evoluzione verso una sindrome da attivazione macrofagica (particolare quadro che si lega all’eccesso d’infiammazione) o una sindrome dello shock tossico, che hanno richiesto trattamenti aggressivi e, non raramente, il ricovero in terapia intensiva – riprende l’esperto -. Questa complicanza ha caratteristiche analoghe alla cosiddetta sindrome da tempesta citochinica (temine che ormai fa parte del lessico dell’infezione) osservata in molti pazienti con polmonite da Covid-19».

Tra le curiosità da segnalare c’è che non sempre il tampone ha consentito di identificare con certezza i pochi – vale sempre la pena di ricordarlo – bambini che hanno poi sviluppato il quadro. Infatti se è vero che una quota di questi bambini con malattia di Kawasaki ha presentato un tampone positivo per il virus Sars-COV-2 o ha avuto contatti con pazienti affetti, è altrettanto innegabile che alcuni di questi poi sono risultati positivi per la ricerca di anticorpi che segnalano l’avvenuta infezione, pur se con tamponi negativi.

A questo punto, per la scienza, c’è un’ulteriore questione cui rispondere. «Non è chiaro se il virus sia direttamente coinvolto nello sviluppo di questi casi di malattia di Kawasaki o se le forme che si stanno osservando rappresentino una patologia sistemica con caratteristiche simili a quelle della malattia di Kawasaki, ma secondaria all’infezione – fa sapere Ravelli -. Ciò nonostante, l’elevata incidenza di queste forme in zone ad alta endemia di infezione da Sars-CoV-2 e l’associazione con la positività dei tamponi o della sierologia, suggerisce che l’associazione non sia casuale. Queste osservazioni potrebbero, quindi, indicare che il Coronavirus sia implicato nell’innesco della malattia di Kawasaki e avvalorare, conseguentemente, l’ipotesi, costantemente adombrata nei cinquant’anni successivi alla sua prima descrizione, ancorché mai dimostrata, che questa malattia sia causata da un agente infettivo».

Insomma, c’è ancora molto da capire. E soprattutto occorre aumentare le conoscenze. Per questo motivo il Gruppo di Studio di Reumatologia della Società Italiana di Pediatria ha deciso di allertare la comunità pediatrica italiana sulla possibile insorgenza di una malattia di Kawasaki in bambini affetti da Covid-19 e di promuovere una raccolta dati di questi casi con l’obiettivo di caratterizzarne le manifestazioni cliniche, le terapie eseguite e l’evoluzione e indagare il possibile ruolo causale del virus Sars-Cov-2.

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