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Social e contropropaganda: la jihad si combatte in Rete

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La strategia. Obama ha lanciato molte iniziative per contrastare lo Stato islamico online. E l’Unione europea si sta muovendo nella stessa direzione.

Barack Obama lo ha detto subito dopo la strage di Orlando: “La propaganda online dello Stato Islamico è ancora molto efficace”. I suoi collaboratori del National Security Council indicano in Facebook, Twitter, Telegram, i social media preferiti per diffondere l’ideologia jihadista. Il direttore dell’Fbi, James Comey, conferma che il killer del Pulse Club “almeno in parte si era auto-indottrinato su Internet”. Hillary Clinton annuncia: “Da presidente lavorerò con le grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley. Con il loro aiuto dobbiamo intercettare le comunicazioni dell’Is, sorvegliare e analizzare le conversazioni sui social media, ricostruire i network jihadisti, e promuovere delle voci credibili che offrano un’alternativa all’estremismo”. A modo suo Donald Trump condivide l’obiettivo. Dopo la strage di San Bernardino (dicembre 2015), visto che anche quella coppia di terroristi apparve auto-indottrinata, il candidato repubblicano con la consueta iperbole propose di “chiudere Internet, almeno in parte”. L’Unione europea non è da meno, ha avviato una cooperazione con i colossi della Silicon Valley. Ma a che punto sono le contro-strategie per una cyber-guerra alla jihad? Esiste un esercito dei “nostri” che contrasta i messaggi islamisti sui social media?

Obama ha lanciato molte iniziative in questo campo: dai summit con i Padroni della Rete fino a un vertice internazionale. È una strategia che viene da lontano. Già dopo l’11 settembre 2001, quando il nemico era Al Qaeda e le tecniche di reclutamento molto diverse, gli Stati Uniti si posero il problema di contrastarle anche in Rete. Gli esperti americani dell’anti-terrorismo fanno risalire la presa di coscienza addirittura al 1995, cioè alla strage di Oklahoma City (168 morti e 600 feriti in un edificio federale con annessa una scuola). Non c’entrava nulla l’estremismo islamista, il terrorista in quel caso era l’estremista di destra Timothy McVeigh. Ma anche lui si era auto-indottrinato, sia pure su fonti “domestiche” e non straniere.

La controffensiva di Obama ha avuto gli ultimi sviluppi nel gennaio di quest’anno, per effetto della strage di San Bernardino. Si parlò molto del braccio di ferro tra Fbi e Apple per “decrittare” l’iPhone usato dai due terroristi in California. Ma quello scontro non ha impedito la cooperazione su altri terreni. All’inizio di gennaio una task force della Casa Bianca ha organizzato un summit nella Silicon Valley con Tim Cook (Apple), Sheryl Sandberg (Facebook), Susan Wojcicki (YouTube, filiale di Google) e altri. Nel riassumere l’esito il portavoce di Obama, Josh Earnest, fece un’analogia con la guerra alla pedo-pornografia online: “Quei chief executive sono dei cittadini americani patriottici, così come contrastano i pedofili online, allo stesso modo vogliono impedire che le loro tecnologie vengano usate per uccidere innocenti”.

I rami dell’Amministrazione Obama più impegnati sono la Countering Violent Extremism Task Force, che coinvolge Homeland Security e Dipartimento di Giustizia; il Global Engagement Center che fa capo al Dipartimento di Stato. Quest’ultimo ha la missione cruciale: agire sui contenuti, contrastare la propaganda jihadista nella narrazione, nella rappresentazione del mondo, sul terreno dei valori. Su questo tema Obama aveva convocato a Washington un summit mondiale nel gennaio 2015, pochi giorni dopo la strage di Charlie Hebdo. Lo sforzo fu per mobilitare “le voci di partner internazionali (cioè del mondo islamico, ndr), anche non-governativi, che siano credibili nel contrastare l’Is”. Ma è proprio su questo terreno che l’offensiva langue. Lo stesso direttore dell’Fbi Comey lamenta una penuria di contenuti alternativi che siano credibili, seducenti quanto i messaggi jihadisti. Ancora alla vigilia del summit della Silicon Valley una fonte vicina a Obama denunciava “la scarsità di materiale credibile”, confessava che “i contenuti da noi sponsorizzati non sono così efficaci, così sensazionali, non catturano l’attenzione dei social media come sa farlo l’Is”. Di recente la Casa Bianca ha chiesto aiuto perfino ai giganti della pubblicità e di Hollywood, per uscire dall’impasse. Proprio come ai tempi della guerra fredda contro l’Unione Sovietica. Anche allora la “battaglia delle idee” fu strategica. E non sempre l’Occidente aveva la meglio, soprattutto nelle prime fasi (anni Cinquanta e Sessanta).

Oggi la sfida è ancora più difficile, secondo l’ex vice consigliere per la Sicurezza nazionale Juan Zarate, perché “l’ideologia dell’avversario mette radici in una delle più grandi religioni mondiali, e si collega con una narrazione vittimista e piena di recriminazioni anti-occidentali diffuse in tutto il mondo islamico”. L’esperta del Council on Foreign Relations Farah Pandit ha lanciato un suggerimento che è stato raccolto da Obama: mobilitare artisti giovanissimi, dal mondo della musica rap e dei graffiti, per costruire una “narrazione alternativa” alla jihad che faccia presa sulle stesse generazioni e fasce sociali.

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