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Il lavoro sommerso e non pagato degli stagisti

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Lo scenario di solito è questo: una laurea fresca in tasca, magari qualche corso di specializzazione, o addirittura un dottorato, e tanta voglia di cominciare la carriera. Si parte dal basso, per forza. E allora si dà la caccia allo stage in aziende prestigiose, multinazionali o startup che diventeranno il Google di domani. Si sostengono addirittura dei colloqui e dei test per essere scelti e quando finalmente arriva la buona notizia il sorriso è amaro. Perché si lavorerà, sì (tanto) e ci si faranno un sacco di contatti, ma spesso il salario mensile ammonterà a zero. E chi paga affitto, bollette, sopravvivenza ordinaria in città?

In Italia si sa come funziona, quasi nessuno stage viene retribuito e secondo uno studio di Unioncamere del 2012 soltanto il 10% dei lavoratori volontari viene poi assunto. Per gli altri un arrivederci e grazie.

Ma la situazione è tragica un po’ dappertutto e per una volta l’Italia non è la sola maglia nera. In Gran Bretagna, che l’anno scorso è stata l’economia più forte tra i Paesi occidentali, gli intern, come vengono chiamati gli stagisti, sono un esercito di invisibili.

Il deputato inglese Alec Shelbroke
Il deputato inglese Alec Shelbroke

«Non pagare i tirocinanti è diventato il volto accettabile del lavoro non retribuito nella moderna Inghilterra», spiega il deputato conservatore Alec Shelbrooke, che ha proposto una legge per bandire gli stage non remunerati. La norma però si è arenata ed è appena stata stoppata in parlamento per timore che potesse interferire con la vigente normativa sul lavoro. Oppure perché molti deputati inglesi offrono stage gratuiti ai neo laureati.

In teoria nel Regno Unito chiunque svolga mansioni definite e abbia orari di lavoro imposti deve essere pagato con il minimo salario orario approvato dal governo (7,20 sterline o 6,95 tra i 21 e i 24 anni). Ma in pratica niente vieta alle aziende di sfruttare i giovani.

Ogni anno in Inghilterra oltre 20.000 neolaureati lavorano gratis, secondo un sondaggio condotto da YouGov per conto di Intern Aware, un’associazione che fa campagna per i diritti degli stagisti.

intern-aware

Tra i settori che sfruttano di più: educazione, trasporto e distribuzione, turismo e retail. E l’industria più ricca, quella finanziaria? Nonostante in media un amministratore delegato di una banca quotata in borsa guadagni quasi 5 milioni di sterline l’anno, il 20% degli stagisti non vengono retribuiti affatto. Nel 2013 un tirocinante ventunenne di Bank of America, Moritz Erhardt, era stato trovato morto sotto la doccia dopo aver lavorato per tre giorni di fila. La notizia aveva dato la stura a un dibattito accesissimo che condannava i “fat cat” delle banche, dove i giovani in prova passavano (e passano) anche 14 ore al giorno.

Il blog inglese GraduateFog di Tanya de Grunwald, che pubblica consigli di carriera per gli universitari, ha denunciato e svergognato a più riprese le organizzazioni più spilorce. Tra queste: il reality show X Factor, il gruppo Arcadia (che comprende diverse catene di negozi di abbigliamento), l’ufficio di Tony Blair e la maison di Vivienne Westwood.

«Dal 2008, quando la recessione ha avuto inizio, datori di lavoro senza scrupoli hanno intravisto negli stage un’ottima opportunità. E così il ruolo dell’intern è diventato indistinguibile da quello di un lavoratore a tutti gli effetti. L’unica differenza: non ha salario», spiega de Grunwald.

A Londra, dove si spendono almeno mille sterline al mese solo per affitto e vitto, è impossibile vivere da stagista. Eppure c’è la fila. Non solo. Esistono addirittura agenzie apposite che mettono in contatto aspiranti intern con le compagnie più prestigiose.

Inspiring interns chiede alle aziende un contributo mensile per tutta la durata dello stage, mentre City Internship fa sborsare allo stagista stesso 3.000 sterline per un piazzamento di prestigio di otto settimane.

Secondo de Grunwald persino qualche datore di lavoro si azzarda a chiedere ai tirocinanti una piccola somma per fare avere loro le referenze. È successo al Think tank Civitatis International, che pretendeva 300 sterline a testa.

Ma la situazione sta migliorando, sostiene la blogger, anche grazie ai social dove le compagnie che sfruttano vengono prontamente messe alla gogna.

Negli Stati Uniti i neo laureati non se la cavano meglio. Sul milione e mezzo di stage offerti ogni anno ai giovani, più della metà non viene ricompensato. Quasi un milione di stagisti resta quindi a bocca asciutta, secondo Ross Perlin, autore del saggio Intern nation. Ed è tutto legale, basta che l’intern riceva un beneficio in termini di esperienza e di acquisizione di nuove competenze.

Tra gli schiavi dello stage ci sono anche quelli della Casa Bianca (circa 300) e chi faceva campagna elettorale per Hillary Clinton. A denunciare la candidata democratica alla presidenza è stata proprio un’aspirante tirocinante, Carolyn Osorio, su un editoriale per Usa Today.

Carolyn Osorio
Carolyn Osorio

Dopo quell’articolo Clinton aveva annunciato che avrebbe retribuito i suoi intern full time. Agli americani, comunque, va meglio che a noi. Secondo uno studio condotto nel 2015 dalla National association of colleges and employers il 52% degli stagisti viene poi assunto alla fine della loro esperienza.

E l’altra metà? Si ribella. Negli scorsi cinque anni molti ex tirocinanti lasciati a casa hanno denunciato il datore di lavoro. Le cause di sfruttamento sono fioccate sul gruppo Condé Nast, il magazine Harper’s Bazaar, Gawker Media, Nbc Universal e Fox Searchlight. Quella più nota è di Eric Glatt e Alexander Footman, che avevano lavorato non pagati sul set del film premio Oscar Cigno nero della Fox. Hanno vinto e ottenuto un rimborso di circa 7.000 dollari, ma non solo. La causa ha stabilito un precedente importante a Hollywood, dove sempre più studios e compagnie editoriali hanno ora deciso di compensare i giovani collaboratori. La cattiva pubblicità non giova agli affari.

In Canada danno la colpa alla gig economy, che ha reso il mondo del lavoro più precario. Un rapporto dell’associazione dei sindacati canadese, dal titolo Buttarsi senza paracadute, conclude che i millennials vengono spinti sul lastrico proprio da questa precarietà, siano essi stagisti non pagati o autisti di Uber o baristi a gettone. Il tradizionale impiego dalle 9 alle 5 non esiste più e tutta una generazione, quelli che hanno dai 15 ai 29 anni, rischia di diventare sommersa e invisibile.

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