Crisi economica pandemica, stagnazione e crescita dei prezzi

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Stagflazione: tre economisti spiegano che cos’è e perché fa così paura. Il termine è sempre più citato dagli esperti: significa un periodo in cui convivono la stagnazione dell’economia con un’alta inflazione. Ecco perché siamo arrivati a questo punto e quali rischi si corrono.

Nelle ultime settimane economisti e analisti mondiali sono tornati a parlare di “stagflazione”, un termine ibrido, poco conosciuto all’uomo della strada, che sta a segnalare una fase dell’economia in cui convivono stagnazione e crescita dei prezzi con alti livelli di disoccupazione. Fu utilizzato per la prima volta nel 1965 dal politico inglese Iain Macleod per descrivere quello che egli pensava essere “il peggio delle due parole, non solo l’inflazione da una parte e la stagnazione dall’altra ma una combinazione delle due”.
Il presidente della Fed, Powell (reuters)
Il presidente della Fed, Powell (reuters)

Insomma il peggio del peggio. La stagnazione si è poi effettivamente manifestata nel corso degli anni ’70 in seguito alle crisi petrolifere (qualcuno si ricorderà l’embargo Opec del 1973) che portarono le economie dei paesi più avanzati a una forte contrazione dell’attività e a una crescita a due cifre dei prezzi. Una specie di incubo del passato (in alcune città italiane si ricordano le domeniche di austerity in cui era vietato usare l’auto) e forse è anche per questo motivo che la parola “stagflazione” risulta molto ricercata su Google in questi giorni, almeno in Germania e nel Regno Unito. Perché in effetti la stagflazione può avere conseguenze indesiderate su diversi fronti.

Innanzitutto per la gente comune: il rallentamento dell’economia significa meno lavoro mentre un aumento dei prezzi erode il potere d’acquisto delle famiglie costrette a pagare di più per bollette, rifornimenti di carburante e cibo lasciando meno spazio agli altri consumi. Un po’ come sta succedendo in questo autunno, con le strozzature dal lato dell’offerta del post pandemia che stanno mandando alle stelle i prezzi del gas e del petrolio. L’economista Kenneth Rogoff ha addirittura fatto un paragone politico con gli anni ’70: “Un buon presidente democratico succede a un repubblicano impresentabile (allora la staffetta fu Nixon-Carter) ma presto si ritrova indebolito da una disfatta militare (Vietnam-Afghanistan), intanto si scatenano una crisi energetica e un’inflazione rampante. Ora c’è anche il Covid”, ha detto in un’intervista ad Affari&Finanza.

Il primo economista a evocare lo spettro della stagflazione è stato a fine aprile scorso Nouriel Roubini della New York University, cioè colui che si è fatto conoscere al mondo per aver previsto con una certa precisione la grande recessione del 2008-2009. Il suo partner italiano Brunello Rosa, ceo della Rosa&Roubini Associates, spiega così a Repubblica i pericoli di stagflazione nel breve periodo.

Brunello Rosa, ceo di Rosa&Roubini Associates 
Brunello Rosa, ceo di Rosa&Roubini Associates

“Nel breve periodo un aumento dei prezzi accompagnato da una stagnazione dell’attività produttiva si potrebbe manifestare nel seguente modo. Dal punto di vista dei prezzi si assiste ad un rincaro dei prezzi energetici (con un’enfasi sul gas), agli effetti base ancora esistenti visto il crollo dell’inflazione nel 2020 (con i prezzi del petrolio che andarono in negativo nell’aprile 2020), la ripresa dell’attività produttiva in settori specifici (esempio car rentals, hospitality, turismo), strozzature negli approvvigionamenti anche di beni di prima necessità. Dal punto di vista della crescita, l’attività produttiva potrebbe risentire delle suddette strozzature nelle forniture, di nuove chiusure e restrizioni dovute alle varie varianti del Covid, ai primi restringimenti di politica fiscale e monetaria”.

In realtà non tutti gli economisti sono concordi sul fatto che il pericolo stagflazione sia vicino e soprattutto in molti indicano una tempistica diversa tra Stati Uniti ed Europa. Andrea Delitala, responsabile advisory di Pictet, definisce l’attuale situazione in questo modo:

Andrea Delitala, responsabile advisory di Pictet 
Andrea Delitala, responsabile advisory di Pictet

“La combinazione tra mancanza di crescita e inflazione per essere temibile deve essere mantenuta nel tempo e oggi non ci sono queste caratteristiche. L’inflazione in particolare è un rischio più americano che europeo, basti pensare che la Bce non è mai riuscita a recuperare il livello del 2%. In Europa si sta soffrendo l’effetto perverso dei prezzi dell’energia, ma c’è anche crescita. In Usa il rischio inflazione è un po’ più elevato perché la domanda supera la capacità produttiva ma quando si scorporano dai dati gli effetti Covid e del mercato delle auto usate – perché mezzo punto è dovuto ai colli di bottiglia sulla catena dell’offerta – emerge un’inflazione non strutturale, che non esplode, di natura temporanea, che può rientrare anche tra un anno”.

Dunque la caratteristica fondamentale per poter parlare di stagflazione è la non temporaneità, cosa che oggi, almeno in Europa, non sembra verificarsi. Lo spiega bene Lorenzo Codogno, fondatore e capo economista a Londra di Lc Macro advisor:

Lorenzo Codogno, fondatore di LC Macro Advisory 
Lorenzo Codogno, fondatore di LC Macro Advisory

Secondo me è sbagliato parlare di stagflazione. Per stagflazione si intende un periodo prolungato di inflazione elevata e di crescita bassa. In effetti ora stiamo sperimentando un periodo transitorio di alta inflazione ma anche un periodo, probabilmente altrettanto transitorio, di crescita economica elevata. La fiammata dell’inflazione è prevalentemente dovuta allo squilibrio tra domanda e offerta in un periodo in cui le riaperture hanno scaricato un eccesso di domanda su una struttura produttiva che inevitabilmente fronteggia alcuni scompensi per rimettersi pienamente a regime. Anche se alcuni rialzi dei prezzi saranno di natura più permanente, bisognerà distinguere tra inflazione e un aggiustamento on-e-off nel livello dei prezzi in alcuni settori. Soltanto se i recenti rialzi genereranno una spirale prezzi e salari, questo metterà in moto l’inflazione”.

Quindi, per considerarsi in stagflazione bisogna prima capire se le fiammate inflattive che stiamo vedendo in queste settimane non siano più da considerarsi temporanee ma strutturali. E quali sono i segnali da tenere d’occhio a questo riguardo?

Secondo la visione di Rosa “l’effetto stagflattivo di medio periodo è più insidioso e potrebbe derivare, dal lato dei prezzi, dalla de-globalizzazione, dalla balcanizzazione delle catene del valore e delle forniture globali, da una meno iniqua distribuzione primaria del reddito tra lavoro e capitale, per esempio con un aumento dei salari minimi, e dai processi di transizione ecologica e tecnologica, che potrebbero essere inflattivi, dalla monetizzazione del debito”.

Il campanello d’allarme più temuto è quello dei salari, se la crescita dei prezzi si trasferisce a quel livello allora il fenomeno diventa serio. “Fino al 3,5% di inflazione il trasferimento sui salari potrebbe non verificarsi. Tuttavia poiché al momento c’è tanta offerta di lavoro ma poche competenze, le persone non sanno fare i lavori nuovi, questo può portare ad aumento salari. Il secondo stadio, infatti, quello più pericoloso, è quando l’inflazione si propaga, a quel punto non potrà più considerarsi temporanea e le banche centrali dovranno decidere cosa fare”, è l’analisi di Delitala.

Un pericolo, quello dell’aumento dei salari, che Codogno ritiene comunque difficile da realizzarsi. “Ci sarà un periodo prolungato di crescita più sostenuta grazie ai grandi programmi d’investimento introdotti da più paesi. Ma questo fenomeno di stimolo alla domanda è anch’esso transitorio, a meno che non riesca a mettere in moto effetti permanenti anche sul lato dell’offerta. Ciò avverrà solo se gli investimenti saranno in grado di aumentare lo stock di capitale produttivo e se le riforme strutturali saranno in grado di aumentare la crescita potenziale”.

Se entreremo in una fase di stagflazione o meno alla fine dovranno stabilirlo le banche centrali che dovranno anche decidere cosa fare, come agire. “Le banche centrali si trovano ad affrontare un dilemma tra incrementare la politica espansiva per evitare la stagnazione e inasprire la politica monetaria per frenare la crescita dell’inflazione”, conclude Rosa.

In effetti le mosse della Fed nei prossimi mesi saranno delicatissime, anche perché si rischia l’autogol. Delitala la vede così: “Le politiche monetarie devono essere dosate bene, perché per rintuzzare un’inflazione da offerta si rischia di ammazzare la ripresa in corso. La nostra previsione è che la Fed rimarrà più paziente che in passato, come lo è stata finora, in attesa di vedere un recupero più evidente sul mercato del lavoro. L’ideale è avere un po’ di inflazione con i tassi di interesse nominali che non schizzano e quelli reali che rimangono bassi, con l’obbiettivo di un recupero occupazionale. Nell’ultima riunione del 22 settembre, tuttavia, la Fed è sembrata un po’ più severa ed ha annunciato la fine del QE (quantitative easing) entro giugno. Per i tassi sui Fed funds, sarà determinante ciò che accadrà nei prossimi 12-18 mesi; con inflazione solo su food e consumi non alzeranno, con aumento dei salari forse sì. Di certo ciò che si è visto sinora nel 2021 con una combinazione di crescita con poca inflazione è storia, ora lo scenario è meno promettente”.

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