Misteriosa scomparsa di un grande fisico teorico del passato

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L’ultima ricomparsa di Majorana. Il mistero sulla fine del grande scienziato deriverebbe dai depistaggi della famiglia per nasconderne l’omosessualità. Stefano Roncoroni (un Majorana per parte femminile: sua nonna Elvira era la sorella di Fabio, il padre di Ettore) documenta questa tesi rileggendo “dall’interno” le ultime lettere.

“Ettore! Tua mamma e fratelli angosciati, attendono ansiosamente tue notizie!”. Questo è l’appello che il 12 maggio 1938 la famiglia Majorana fece pubblicare su “Il Giornale d’Italia”, quotidiano di Roma che Ettore leggeva abitualmente. Erano passati 47 giorni dall’ultima prova certa dell’esistenza in vita di un genio assoluto della fisica teorica: la lettera che Ettore scrisse il 26 marzo 1938 al professor Antonio Carrelli, suo caro amico e diretto superiore all’Università di Napoli.

La riproduzione fotografica di quell’appello drammatico è diventata la copertina di un libro che nello scorso dicembre Stefano Roncoroni ha pubblicato in proprio presso Yucaprint (Lecce, 230 pagine, 15 euro). Roncoroni, nato a Roma nel 1940, laurea in Lettere, autore di cinema e tv, non è un nome qualsiasi: è un Majorana per parte femminile, sua nonna Elvira era la sorella di Fabio, il padre di Ettore.

In flagranza di reato

L’interpretazione che Roncoroni dà della tormentata parabola esistenziale di Ettore farà scalpore. In breve, il suicidio si spiega con la sua omosessualità, che la famiglia condannava e/o non volle mai riconoscere, costringendolo a “curarla” come una malattia sotto la sorveglianza di una infermiera. Il detonatore della crisi fu l’Ammonizione con obbligo di fissare la residenza a Napoli che Ettore ricevette dopo un fermo in flagranza di reato e la schedatura per “atti contro la pubblica decenza”. Parole che oggi, con una moderna sensibilità alle differenze di genere, sembrano incredibili ma erano perfettamente in linea con il regime fascista.

Impietosa delicatezza

La tesi di Roncoroni non è una novità assoluta: l’aveva già abbozzata qualche anno fa e in parte documentata. Ma adesso questo libro, scritto con maestria narrativa e – se posso usare un ossimoro – con impietosa delicatezza, è come la nitida dimostrazione di un teorema, mette insieme tutti i tasselli del dramma, e lo fa, prima ancora che con dati di fatto oggettivi (che talvolta rimangono ambigui e carenti), con una analisi stilistica serrata degli ultimi messaggi di Ettore, riletti immedesimandosi nella visione del mondo (weltanshauung) familiare, che ovviamente Roncoroni conosce bene dall’interno per esserne stato partecipe.

Notte di Luna calante

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1938 Ettore Majorana viaggiò sul traghetto da Palermo a Napoli. La Luna, che era in fase calante avendo da due giorni superato l’ultimo quarto, si levò un’ora dopo mezzanotte e forse lo illuminò debolmente mentre dal ponte della nave scrutava le acque scure del mar Tirreno, chissà con quali pensieri. E’ possibile, ma non c’è certezza, che sia sbarcato a Napoli: qui si entra già nell’enigma. Aveva 31 anni.

L’ultima ricomparsa di MajoranaEnrico Fermi, Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo e Giancarlo Wick, che con lui conducevano ricerche pionieristiche sul nucleo atomico all’Istituto di fisica di via Panisperna a Roma, erano convinti che il mare lo avesse inghiottito. Amaldi e Segré lo hanno scritto esplicitamente e tutti me l’hanno confermato quando ho avuto la possibilità di intervistarli. Solo Pontecorvo fu lievemente elusivo, come era nel suo temperamento. Faceva propria la versione del suicidio anche il figlio di Giovannino Gentile, fisico amico di Ettore che andò in cattedra con nomina a bando nello stesso anno della nomina di Majorana alla cattedra di Napoli per chiara fama (Giovannino, morto prematuramente, a sua volta era figlio del filosofo e ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile; con Giancarlo Wick e Giulio Racah faceva parte della “terna” destinata alle cattedre messe a concorso). All’accettazione della penosa fine di Ettore si arrese anche la sorella Maria, che una volta riuscii a sentire brevemente al telefono, mediatore Erasmo Recami, fisico e attento biografo “ufficiale” di Ettore.

La narrazione di Sciascia

Tutti questi testimoni inclinavano per una profonda crisi psicologica, una fase depressiva senza scampo. I messaggi contraddittori che Majorana inviò per lettera e telegramma nei suoi ultimi giorni non rientrerebbero in un premeditato piano di fuga, come sostengono coloro che vogliono vedere nella vicenda un giallo irrisolto, ma un segno di grave disorientamento psicologico, condizione che non esclude la perfetta lucidità razionale. A tener vivi artificiosamente i dubbi contribuì il saggio di Leonardo Sciascia “La scomparsa di Majorana” pubblicato da Einaudi nel 1975, smantellato dalle puntuali e documentate critiche di Edoardo Amaldi. Oggi è chiaro che in quelle pagine lo Sciascia narratore prese il sopravvento sul saggista. I due ruoli, peraltro, nella sua opera sono spesso inestricabilmente intrecciati. Troppo attraente era per il romanziere adombrare un Majorana in crisi mistica dopo aver intuito la possibilità che le sue ricerche portassero all’arma totale, alla bomba atomica. Poco importava a Sciascia che la sua trama non reggesse all’analisi degli storici della fisica.

Tante versioni della “scomparsa”

Il resto è un susseguirsi di notizie indirette, indizi, voci, supposizioni, talvolta falsità deliberate, se non speculazioni: Majorana in convento, Majorana rapito per conto di una potenza straniera, Majorana in Germania sulla scorta di certe simpatie filonaziste, peraltro confutabili, Majorana barbone a Mazara del Vallo, Majorana in Argentina, Majorana in Venezuela, Majorana inventore di una mirabile macchina per produrre energia, Majorana ricercato alla trasmissione tv “Chi l’ha visto” (vicenda iniziata nel 2008, riaperta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani e conclusa il 4 febbraio 2015 con l’archiviazione del fascicolo), Majorana malato di tubercolosi quando la malattia era incurabile e socialmente rimossa (tesi del medico catanese Giovanni Forte, vedi lastampa.it del 1° settembre 2021).

18 lettere, una secretata

Insomma, dopo la scomparsa, tante improbabili ricomparse di Majorana. Ma il libro di Roncoroni ha le carte in regola per diventare l’ultima e definitiva ricomparsa. Diciotto lettere scritte nel periodo napoletano vengono prese in considerazione. Di queste otto sono notissime perché la famiglia ha concesso di pubblicarle e dieci furono tenute riservate. Ma di queste dieci nel 1964 Roncoroni ebbe la possibilità di leggerne nove, senza però poterlo copiare. Una rimane secretata. Le lettere alla madre, al fratello Salvatore e a Carrelli, che hanno in parte lo stesso contenuto, si illuminano a vicenda grazie a una scrupolosa analisi comparata che qui non è possibile riferire per mancanza di spazio: qualunque sintesi sarebbe un impoverimento, bisognerebbe riprodurre l’analisi di Roncoroni in scala 1:1, cioè ricopiare 150 pagine del libro. Mi soffermo solo su due parole chiave: “differente” nell’ultima lettera a Carrelli e (se) “potete” nell’ultima lettera “Alla mia Famiglia”, lasciata nell’albergo in cui risiedeva.

L’ultima ricomparsa di MajoranaLa “differenza”

Scrivendo a Carrelli, Ettore ritratta la lettera che gli aveva inviato poco prima e conclude: “Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”. Commenta Roncoroni: “Ettore dice in sostanza a Carrelli che, più di quanto ha fatto finora, è disponibile ad aprirsi con lui per spiegargli il senso di quello che ha fatto e che farà e perché, e gli parlerà dunque della sua omosessualità e gli spiegherà il senso di quella frase e di altre cose personali” (…) “Differente: quanta reticenza, quanta riservatezza, quanto pudore, quanta misura sono racchiusi in questo aggettivo anodino e ermafrodita, maschile e femminile nello stesso tempo (…) Sembra che Ettore stia parlando lo stesso linguaggio della sua amata particella, la sua creatura, il neutrino, che manifesta il suo genere solo quando viene contestualizzata. Differente, dunque, perché Ettore è un uomo ma che può essere scambiato per una ragazza ibseniana perché combatte anche lui le sue battaglie di libertà all’interno della famiglia, dei luoghi di lavoro e della società”.

“Se potete”

Quanto al “se potete” (“Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”), mentre di solito viene inteso come segnale del senso di colpa di chi, togliendosi la vita, procura un dolore a persone care, nell’interpretazione di Roncoroni è esattamente il contrario: una stilettata al cuore dei familiari che, con i loro comportamenti, la madre più di tutti, lo hanno spinto al gesto estremo: “Come non capire la sottile e crudele ironia di questa richiesta? (…) Questo e solo questo è il saluto che Ettore lascia ai suoi”, neppure una parola “ad personam”, tutti accomunati e indistinti nella “Famiglia”.

L’ultima ricomparsa di MajoranaSindrome di Asperger

Ci sarebbero tanti altri spunti da considerare nel libro di Roncoroni – per esempio i tratti della sindrome di Asperger rilevabili nel comportamento di Ettore – ma usciremmo dai limiti di una recensione. Basta concludere che il senso del libro risiede essenzialmente nella denuncia di ottant’anni di depistaggi dalla verità sulla fine di uno scienziato grandissimo e infelice, depistaggi freddamente attuati per la stessa “ragion di famiglia” (leggi “decoro” nell’accezione reazionaria e borghese) che spinse Ettore verso il baratro. Un monito contro l’omofobia. Purtroppo in qualche caso ancora attuale, come le cronache ogni tanto ci ricordano.

Un fuori classe

Tratti Asperger sono piuttosto frequenti negli scienziati di altissimo livello, e specialmente nei fisici teorici. Dirac ne è l’esempio più famoso. La superiorità di Ettore Majorana era riconosciuta da tutti i “ragazzi” di via Panisperna. Segré, Amaldi e Pontecorvo ne sono testimoni nei loro scritti. Nell’apprendere della scomparsa, benché profondamente turbato dall’aspetto umano dell’evento, Enrico Fermi valutò subito anche l’immensa perdita intellettuale classificando i fisici in tre categorie: quelli che svolgono un buon lavoro contribuendo al progresso della loro disciplina, quelli geniali che imprimono svolte di importanza fondamentale e quelli così fuori scala da stare al di sopra di ogni classificazione. In quell’occasione Fermi collocò Newton, Einstein e Majorana al livello più alto e – implicitamente – sé stesso a livello intermedio. A Majorana Fermi spesso ricorreva per averne aiuto in questioni matematiche. Non a caso nell’Istituto romano Fermi era soprannominato “il Papa” perché aveva sempre ragione, e Majorana “il Grande Inquisitore” per lo spirito critico eccezionalmente penetrante con cui esaminava (e se necessario demoliva) i lavori dei colleghi.

“Il Papa” e “l’Inquisitore”

Per completare il quadro, e magari precisarlo, è fortemente consigliabile leggere due libri di straordinaria qualità storica e narrativa, attualissimi benché usciti da qualche anno. Il primo, “Il Papa della fisica” di Gino Segré e Bettina Hoerlin, si concentra sulla biografia di Enrico Fermi e sulla nascita dell’era atomica (Raffaello Cortina, 2017, 412 pagine, 32 euro). Gino Segré (da non confondere con l’omonimo giurista a cui è intitolato un liceo di Torino) è nipote del Nobel Emilio Segré e professore emerito all’Università della Pennsylvania. Il secondo è l’unico saggio che tratti in modo specifico i rapporti scientifici e personali tra Enrico Fermi e Ettore Majorana: “Il Papa e l’Inquisitore” di Giulio Maltese (Zanichelli, 2011, 398 pagine, 27 euro).

Recami, studioso di riferimento

Per avere sotto mano una analisi rigorosa della personalità di Majorana e i testi di tutte le lettere sue o che lo riguardino, il lavoro di riferimento rimane quello di Erasmo Recami, “Il caso Majorana. Epistolario, documenti testimonianze” (Di Renzo Editore, 2011, IV edizione, 270 pagine, 12,50 euro). Recami, scomparso nella scorsa estate, ha dedicato tutto il tempo lasciatogli libero dalla ricerca e dall’insegnamento della fisica a ricostruire la storia di Majorana e dei suoi rapporti di ricerca e affettivi, in costante dialogo con la famiglia e con tutti coloro che ebbero il privilegio di conoscerlo. Tra questi c’è il fisico Giuseppe Cocconi, che per sei mesi fu assistente all’Istituto di via Panisperna e a Edoardo Amaldi scrisse: “Majorana aveva quel che nessuno al mondo ha; sfortunatamente gli mancava quel che invece è comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso”.

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