Luci a led blu per aiutare a contrastare il coronavirus

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Una lampada led a luce blu può bastare a sconfiggere il nuovo coronavirus? L’uso della radiazione per la sanificazione è una prospettiva interessante, ma a oggi non ci sono evidenze scientifiche che una lampadina sia sufficiente per eliminare un virus da un ambiente chiuso come una stanza. E in ogni caso la luce blu non basterà a risolvere la pandemia

In termini generali la questione è piuttosto chiara: scegli un tipo di radiazione elettromagnetica ad hoc, la utilizzi per bombardare un microrganismo patogeno, e questo viene distrutto. Di per sé non è certo una novità, se non per il fatto che esistono recenti applicazioni in cui la radiazione elettromagnetica in questione è luce visibile, e in particolare è luce di colore blu emessa da una lampadina led. Vale a dire, tutto senza raggi X o raggi gamma, e pure senza i molto più chiacchierati ultravioletti. Allora la domanda che subito sorge è: funzionerà anche per il Sars-Cov-2? Se sì, quanto e come?

Da mesi le notizie su questo fronte si rincorrono, per la verità più spesso sui media e nelle pubblicità che non a livello di pubblicazioni scientifiche. A ottobre una ricerca condotta dall’università di Siena ha portato a dimostrare come un opportuno settaggio dei parametri (lunghezza d’onda della luce blu, intensità, distanza e tempo di esposizione) possa effettivamente uccidere il coronavirus su una superficie”. E già dalla fine di giugno è ospitato su Medrxiv uno studio in pre-print secondo cui “studi preliminari in vitro mostrano per la prima volta come la radiazione led visibile possa inattivare il Sars-Cov-2″.

Una lampada led a luce blu può bastare a sconfiggere il nuovo coronavirus?
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Lo studio presenta come autori, tra gli altri, Florigio Lista del Policlinico miliare Celio, Gianni Rezza del ministero della Salute e la virologa Paola Stefanelli dell’Istituto superiore di sanità, anche se al momento non risulta ancora pubblicato da alcuna rivista scientifica né di conseguenza sottoposto alla peer review. E siamo ormai a distanza di più di un semestre dall’uscita del pre-print. Allo stesso modo, non si ha notizia di altri paper con revisione dei pari pubblicati sul tema, né in Italia (dove entrambe le ricerche sono effettivamente avvenute, e c’è un certo fermento) né altrove nel mondo.

Ma quindi, funziona o no?

In assenza di pubblicazioni scientifiche vere e proprie e con tutti i crismi del caso, diventa difficile trarre conclusioni. Quello che si può desumere da queste indicazioni preliminari, che peraltro non rappresenterebbero nemmeno qualcosa di inaspettato o inspiegabile, è che il coronavirus Sars-Cov-2 può essere in termini generali inattivato o ucciso dalla luce a led. Ma se ne deduce che questo possa avvenire solo con opportune condizioni al contorno: non è sufficiente, ovviamente, mandare un po’ di luce sulla superficie su cui si trova il virus, ma occorre scegliere la frequenza o la combinazione di frequenze capace di massimizzare il risultato, garantire una sufficiente intensità dell’irraggiamento (il che vuol dire, a parità di lampada, posizionarsi alla distanza giusta) e poi mantenere questo irraggiamento per un tempo abbastanza lungo.

E poi, naturalmente, non basta dire che funziona, ma occorre sapere anche quanto efficacemente funzioni. Vale a dire, un conto è dichiarare che in generale è possibile che la luce blu inattivi il virus, mentre molto diverso è affermare che lo stermini del tutto. E dato che l’eliminazione al 100% è una sostanziale utopia, occorre anche verificare quale percentuale di efficacia si ottiene in funzione dei vari parametri.

Per dare qualche numero (tratto dalle pre-pubblicazioni), si parla di un’efficacia molto alta e superiore al 99% nel caso di un’illuminazione per un arco di tempo di un’ora con una distanza tra la lampada e la superficie di una ventina di centimetri. Il che, però, è evidentemente un risultato di laboratorio in condizioni sperimentali ad hoc, piuttosto diverso da quello che accade nei luoghi in cui si può effettivamente installare una lampadina che avrebbe anzitutto la funzione di illuminare.

Citando un esempio pre-pandemia, qui ne avevamo parlato di un esperimento con un’illuminazione a led blu condotto presso una struttura sanitaria, in cui l’abbattimento della carica batterica (in quel caso non si trattava di virus) oscillava tra il 44% e il 67% a seconda del tipo di superficie e della distanza dalla lampadina, considerando comunque un mantenimento della luce accesa per tutto l’orario di servizio delle strutture. Esempi come questo confermano che l’effetto esiste ed è apprezzabile, ma (come avevamo sottolineato) non si tratta affatto di un risultato che possa far parlare di sterilizzazione delle superfici. Senza contare, poi, che una lampadina per sua natura lascia sempre delle zone d’ombra, su cui non può certo agire.

Contributi e soluzioni

Un punto essenziale della questione, al di là dei dettagli sperimentali che la comunità scientifica dovrà validare, è la possibile ambiguità che potrebbe crearsi tra il dare un contributo nella lotta contro Covid-19 e l’essere una soluzione in qualche modo definitiva per il problema. Se sulla prima questione la discussione è aperta, e pare plausibile che un contributo maggiore di zero possa effettivamente esistere, sul fatto che una lampadina possa essere risolutiva la risposta è certamente no.

Ammesso e non concesso che si possa ridurre in modo significativo la carica virale depositata su una superficie posta a una certa distanza, sappiamo comunque che nella grandissima parte dei casi la trasmissione del nuovo coronavirus da persona a persona avviene tramite le ormai celeberrime droplet, le goccioline in sospensione che sono il veicolo con cui si propagano le malattie a sintomatologia prevalentemente respiratoria.

Sul fatto che la luce di una lampadina possa intercettare al volo una gocciolina in sospensione con un’intensità sufficiente da sterilizzarla prima che questa raggiunga un’altra persona non c’è alcuna prova, né alcuno studio. E da quel poco che sappiamo sulla base dei parametri noti, pare molto improbabile che in qualche secondo e a distanze dell’ordine dei metri possa esserci un’azione antivirale efficace.

Va detto, poi, che all’interno della comunità scientifica ci sono diverse voci critiche secondo cui è improbabile che una lampada che opera alle frequenze del visibile produca un effetto molto diverso da quello delle normali lampadine a led a luce bianca comunemente in uso. E poi, è stato dichiarato al Fatto quotidiano, qualora lo spettro di emissione fosse molto spostato verso il blu e il violetto, bisognerebbe valutare pure (in base all’effettiva potenza) quali effetti potrebbe sortire sugli occhi umani. Più le frequenze sono alte avvicinandosi al violetto, e l’intensità è elevata, più l’effetto di uccisione dei virus è forte, ma allo stesso tempo diventa anche più rilevante la dose che colpisce le persone che stanno nello stesso ambiente.

I competitor della luce blu

Come si ripete ovunque da mesi, la prevenzione anti-contagio da Sars-Cov-2 è fatta da una combinazione di misure. Distanza interpersonale, utilizzo delle mascherine, pulizia delle mani, igiene delle superfici e così via. Senza scordare, ultimi solo in ordine cronologico, i vaccini. Uno strumento come la luce blu potrebbe (il condizionale è d’obbligo) al più diventare un competitor – o piuttosto una misura complementare – alla pulizia delle superfici, mentre non può certo essere un sostitutivo delle altre misure fondamentali. Tenendo conto peraltro che, se si volesse dare un ordine di priorità alle diverse azioni suggerite dall’Organizzazione mondiale della sanità, quella della pulizia delle superfici (soprattutto in ambienti che non siano critici come una metropolitana o un ospedale) non è affatto la più importante.

Addirittura, ci sono studi che mettono in dubbio che l’igiene di oggetti e ripiani sia una misura davvero rilevante contro il contagio. E le famose ricerche che affermano come il nuovo coronavirus possa sopravvivere anche per molti giorni su opportune superfici non indicano affatto che quella carica virale possa rappresentare davvero un veicolo di contagio.

Il rischio, infine, è che si incappi nella stessa fallacia logica che le mascherine spesso portano con sé. Vale a dire, indossare una chirurgica o una Ffp2 potrebbe dare l’impressione di essere protetti a sufficienza da non prestare attenzione a tutto il resto, mentre come noto è assolutamente falso che le mascherine da sole diano invincibilità di fronte al Sars-Cov-2. A maggior ragione, non può essere una lampadina a garantire la salubrità di un ambiente, né a fare la differenza da sola tra la praticabilità o impraticabilità di uno spazio chiuso come una scuola o una nave da crociera. Anche perché, sempre a proposito di competitor, non vanno scordate altre semplici soluzioni di comprovata efficacia come l’apertura delle finestre per cambiare l’aria e la disinfezione delle superfici con il calore o con opportuni prodotti.

Insomma, a prescindere da quanto il marketing voglia precorrere i tempi, l’iter scientifico sulle lampade anti-coronavirus capace di uccidere o inattivare il patogeno – in modo significativo, e in condizioni non di laboratorio ma reali – è ancora in corso. Fatto salvo che verbi come elimina e sconfigge, utilizzati per la luce blu nei confronti del Sars-Cov-2, sono del tutto irrealistici.

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