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L’Esperimento Alice del Cern rivela i quark strange

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L'Esperimento Alice del Cern rivela i quark strange
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La materia è più “strana” del previsto, lo conferma il Cern. L’esperimento Alice, a guida italiana, scopre che si possono produrre quark strange anche in semplici collisioni tra protoni. “Eravamo convinti che servissero energie molto più alte, come quelle scaturite dal Big bang” spiegano i fisici. “Ora sarà più facile ricostruire i primi istanti dell’Universo”.

La materia è più “strana” del previsto. La prova arriva dal Large Hadron Collider del Cern di Ginevra, il più potente acceleratore di particelle del mondo. Oggi i fisici che lavorano sul tunnel lungo 27 chilometri a confine tra Francia e Svizzera hanno annunciato, con un articolo sulla rivista Nature Physics, che l’esperimento Alice, uno dei quattro montati su Lhc e guidato da Federico Antinori, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha rivelato che molti quark strani sono frutto degli scontri fra protoni.

La convizione diffusa era che la stranezza della materia fosse caratteristica degli scontri fra ioni pesanti, come il piombo (quelli studiati principalmente da Alice e che mimano le condizioni del Big Bang), e in generale nei fenomeni ad altissima energia. Non ci si aspettava che i quark strange potessero derivare anche da collisioni di materia leggera come i protoni.

La scoperta fornisce ai fisici un nuovo strumento per studiare le condizioni estreme della materia primordiale, quella nata subito dopo il Big Bang. Finora le ‘zuppe’ di plasma erano state ottenute al Cern solo con collisioni di nuclei pesanti. “Il plasma di quark e gluoni, una sorta di ‘zuppa’ di particelle, è uno stato della materia che si pensa sia quello in cui si trovò l’universo nei primissimi istanti dopo il Big Bang”, osserva Vito Manzari, responsabile nazionale Infn di Alice.

Il risultato inatteso, che da un lato offre un modo “diverso” per indagare questo fondamentale stato della materia e dall’altro obbliga a rivedere alcuni dei modelli teorici che escludevano queste possibilità, “è comunque un fatto scientifico di grande rilevanza, al cui raggiungimento – ha precisato Manzari – hanno contribuito in modo determinante i ricercatori dell’Infn. E questo ci rende particolarmente fieri”.

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