La brexit segna anche la fine della cooperazione scientifica

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La Brexit sta già danneggiando la scienza europea. A sei mesi dalla scadenza dei termini per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’accordo sembra ancora lontano. Anche se l’ipotesi di uno scenario no deal si rivelasse troppo pessimista, l’incertezza si sta già facendo sentire pesantemente in molti settori scientifici, sia del paese sia dell’intero continente da Nature (editoriale non firmato).Ecco come si sta per concludere il rapporto del Regno Unito con l’Unione europea: non con un botto, o nemmeno con un gemito, ma con una serie di comunicazioni tecniche pubblicate sommessamente sul sito web del governo di Sua Maestà.

La serie di istruzioni – l’ultimo pacchetto è stato pubblicato all’inizio di questo mese – discute le possibili conseguenze nel caso in cui il Regno Unito non riesca a concordare con l’UE i termini della sua uscita. In queste circostanze – cioè nello scenario no deal – il Regno Unito verrebbe escluso da una serie di leggi e regolamenti condivisi, compresi quelli che regolano la libera circolazione di persone, beni e servizi all’interno dell’UE.

Con i sistemi regolatori tra le due sponde della Manica non più in sintonia, avvertono gli esperti, lo scenario peggiore potrebbe contemplare caos e interruzioni delle catene di distribuzione di merci, dei trasporti e della vita quotidiana.

Veduta panoramica di ITER, l'esperimento per la fusione nucleare che vede la collaborazione di diverse nazioni del mondo. Il nucleare è uno dei settori di ricerca su cui la Brexit potrebbe avere il maggior impatto (Wikimedia Commons)
Veduta panoramica di ITER, l’esperimento per la fusione nucleare che vede la collaborazione di diverse nazioni del mondo. Il nucleare è uno dei settori di ricerca su cui la Brexit potrebbe avere il maggior impatto (Wikimedia Commons)

Gli scienziati sono tra quelli che hanno esaminato con preoccupazione le comunicazioni del governo. I documenti includono previsioni sugli effetti sul finanziamento della ricerca (negativo), sull’accesso ai sistemi di navigazione satellitare (minimi) e sulla sorveglianza dei detriti spaziali pericolosi (si terranno le dita incrociate, sperando per il meglio).

I portavoce del governo si sono impegnati a minimizzare gli aspetti negativi evidenziati dalle loro stesse analisi, ma in ciascun caso il tentativo di rassicurazione è stato sempre dello stesso tenore: “Non si arriverà a questo. Stiamo cercando strenuamente di arrivare un accordo”.

Gli esponenti del governo non hanno che sei mesi per farlo: i due anni da quando il Regno Unito ha comunicato ufficialmente di voler uscire dall’UE scadono il 29 marzo 2019.

La maggior parte della pressione politica è concentrata su come distinguere l’Irlanda (che rimarrà in l’UE) dal’Irlanda del Nord (che ne uscirà) senza creare un confine rigido, che, nel peggiore dei casi, potrebbe riaccendere le violenze. Ma i punti interrogativi riguardano una serie di problemi, compreso il modo in cui il Regno Unito dovrebbe gestire la sua ricerca nucleare fuori dall’UE e se l’importazione di attrezzature scientifiche e reagenti ne potrebbe risentire.

Una valutazione sensata della situazione è che le conseguenze di un mancato accordo sono semplicemente così gravi che né il Regno Unito né l’UE lasceranno che accada. Sicuramente verrà fuori un compromesso: o una proroga della scadenza o un qualche tipo di impegno a prendere accordi nel prossimo futuro. Ma rimangono numerosi ostacoli, tra cui il fatto che i Conservatori al potere dovranno assicurarsi un voto in Parlamento, e molti degli intransigenti del partito non sono dell’umore giusto per scendere a compromessi.

Alcuni settori stanno giustamente prendendo accordi nel caso si arrivi allo scenario di un mancato accordo. L’Office for Nuclear Regulation del Regno Unito, per esempio, ha dichiarato che sta preparando il suo staff e sviluppando l’infrastruttura IT necessaria per lavorare al di fuori dell’Euratom, l’organismo ombrello dell’UE. E alcune università del Regno Unito stanno rafforzando i legami con le istituzioni estere nella speranza che questo le manterrà collegate ai flussi di finanziamento europei.

Indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un accordo, molti scienziati stanno già vedendo e sentendo l’impatto della Brexit, come riferiamo altrove. Anche se in apparenza può sembrare che le cose vadano come prima affinché non vengano prese decisioni cruciali, la scienza e gli scienziati nel Regno Unito stanno soffrendo per l’incertezza.

I ricercatori hanno meno possibilità di ottenere collaboratori sui progetti, perché gli accademici in Europa li considerano una scommessa rischiosa e stanno collaborando con università che hanno sede altrove. Alcuni trovano più difficile occupare le posizioni chiave. Altri non si sentono in grado di chiedere finanziamenti UE e il paese sta perdendo la sua reputazione di centro internazionale di ricerca di eccellenza. Molti scienziati si sentono stanchi e delusi. L’incertezza sta avendo un impatto personale ed emotivo.

Juice Images / AGF
Juice Images / AGF

Alcuni scienziati britannici vedono delle opportunità. All’inizio di questo mese, alcuni biologi vegetali hanno sottolineato che una Brexit senza accordo potrebbe risparmiarli da nuove e controverse manovre a Bruxelles per classificare le tecniche di editing genetico come modificazioni genetiche, rendendole quindi soggette a tutte le stesse rigide regole.

Questo potrebbe essere positivo per loro, ma rafforza anche una più ampia preoccupazione per il futuro della politica dell’UE.

Per quanto riguarda la regolamentazione delle colture geneticamente modificate e la ricerca con cellule staminali embrionali, il governo britannico è stato storicamente più spregiudicato di altre nazioni europee e questo ha contribuito a rendere il continente un leader mondiale in molti campi.

Senza il contributo britannico come voce moderatrice e razionale sulle decisioni chiave, l’atteggiamento dell’Europa nei confronti della scienza ne risentirà.

Su questo punto, l’UE può prendere alcune misure concrete per mantenere il Regno Unito al tavolo delle decisioni. Dopo la Brexit, i rappresentanti del Regno Unito non saranno più in grado di partecipare ai gruppi consultivi.

Inoltre, circa 100 scienziati britannici stanno attualmente lavorando a Bruxelles in posizioni di secondo livello, per esempio nel Joint Research Centre, che ispira la legislazione e i regolamenti dell’UE in diverse aree della politica, dall’ambiente alle migrazioni. Allo stato attuale, dovrebbero andarsene insieme con la Brexit. Consentire loro di restare sarebbe un gesto piccolo ma pragmatico per l’UE per alleviare l’impatto della dipartita della Gran Bretagna. Ma occorre anche altro. Un’Europa unita è una delle forze principali nella ricerca globale. Lo sarà meno dopo la separazione del Regno Unito.

L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 26 settembre 2018.

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