Dipende solo da noi l’emissione di CO2 nell’atmosfera?

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Antico carbonio liberato dal permafrost artico. Nelle acque dei laghi canadesi ci sono tracce di carbonio e CO2 pre-industriali, rilasciati da resti vegetali finora conservati nel suolo congelato. Un segnale preoccupante o parte di un ciclo normale?

In migliaia di anni il Circolo polare artico si è trasformato, suo malgrado, in un’enorme riserva di carbonio: generazioni di piante hanno catturato CO2 dall’atmosfera e sono poi morte senza decomporsi del tutto, a causa delle rigide temperature del suolo che le intrappola. Le loro radici e altre parti vegetali si sono conservate nel permafrost (suolo perennemente ghiacciato), stratificandosi con gli anni e formando una sorta di “capsula del tempo” in cui gli strati più antichi di carbonio si trovano, in genere, alle profondità maggiori.

Ma la fusione del permafrost, imputabile ai cambiamenti climatici, fa sì che sempre più spesso porzioni di questa vegetazione del passato affiorino in superficie e vengano a quel punto demolite dall’attività microbica, rilasciando in atmosfera quell’antica CO2 – che va a gravare sul bilancio delle emissioni dannose.

A volte ritornano. Ora un nuovo studio condotto nel Canada settentrionale porta nuove prove della presenza di antico carbonio liberato e rimesso in circolo nei fiumi e nei laghi della regione artica. Sfruttando la datazione al radiocarbonio, i ricercatori della Vrije University di Amsterdam hanno trovato una prevalenza di carbonio e anidride carbonica di epoca preindustriale – del 1750 circa – nelle acque dei fiumi e dei laghi dei Territori di Nord-Ovest, in Canada. La ricerca ha anche evidenziato un caso di carbonio in gas metano più antico di 2.000 anni.

Gli scienziati conoscono i tempi precisi che una variante del carbonio presente in atmosfera, il carbonio-14, impiega per decadere in un’altra variante. Dal rapporto tra i vari isotopi di carbonio nei campioni analizzati si riesce quindi a dedurre “l’età” degli antichi elementi.

Come interpretarlo? I risultati dello studio, l’ultimo di una lunga serie a individuare tracce di CO2 del passato nei laghi della regione artica, sembrano suggerire un cambiamento del normale ciclo del carbonio in questo territorio, probabilmente innescato dai riscaldamento globale. La pensano così gli autori dello studio, ma non tutti sono d’accordo: per altri scienziati, prima di arrivare a dire che c’è una deviazione dalla norma occorrere definire lo standard di riferimento.

Come riporta il Washington Post, l’etichetta di “antico” o giovane per il carbonio rilasciato dal permafrost dipende in parte dall’ambiente artico dal quale emerge: in alcuni casi, non si può definire vecchio o antico a meno che non abbia tra i 5 e i 10 mila anni.

Una delle ragioni di questa sorprendente distinzione è un fenomeno chiamato crioturbazione, che consiste nel rimescolamento degli strati di suolo dovuto ai processi di congelamento e disgelo stagionali, che riportano a galla antico carbonio e spingono verso il basso quello più recente. Troppo presto, quindi, per affermare che il suolo artico si sia messo a liberare quantità sempre maggiori di antiche emissioni. Ma i campanelli d’allarme non mancano.

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