C’è vita extraterrestre nello spazio profondo

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La Nasa sta decidendo come ci dirà che ha trovato gli alieni. Serve un percorso più rigido di comunicazione, per sottrarre il tema a fughe sensazionalistiche.

Come raccontare al mondo, se e quando capiterà – e Bill Nelson, capo della Nasa, è davvero convinto che ci siano altri inquilini nell’universo, o almeno altre forme di vita – la scoperta di vita extraterrestre? Un bel problema, per l’agenzia spaziale statunitense, che sta già pensando a nuovi protocolli per trarre questo argomento fuori dalle secche del fantascientifico in cui è precipitato e restituirgli tutta la scientificità del caso. Anche con l’obiettivo di riportare il dibattito sul tema all’interno di confini rigidi, da raccontare con rigore e senza cedere a sensazionalismi o, appunto, a richiami che starebbero meglio in un film o in un romanzo che in uno dei più importanti istituti scientifici ed esplorativi del mondo.

Un gruppo di scienziati ha infatti appena pubblicato un commento sulla rivista Nature in cui chiede in sostanza una cornice chiara per l’eventuale comunicazione della vita extraterrestre, quando questa dovesse essere provata. Magari, come dice Lauren Fuge su Cosmos, attraverso un messaggio molto evidente captato da un radiotelescopio o individuando tracce di vita nell’oceano nascosto sotto la crosta ghiacciata di Europa, il quarto satellite di Giove su cui molti anni fa la sonda Galileo ci fornì informazioni preziose, o forse “segni di microbi che si contorcono negli aspri laghi marziani o fossili microscopici in un meteorite”.

“La nostra generazione potrà realisticamente essere quella che scoprirà l’evidenza di vita oltre la Terra” scrive in questa lettera James Green, chief scientist della Nasa, insieme ai colleghi. “Ma da questo privilegio potenziale derivano delle responsabilità”. In pratica il gruppo chiede di aprire un dialogo a livello di comunità scientifica sul modo più corretto di convogliare le informazioni su un argomento così complesso che “ha un elevato potenziale di scadere nel sensazionalismo”. Anche il modo in cui spesso i media trattano questi argomenti, per non parlare di come da decenni hanno colpito l’immaginario e si sono incuneati nella cultura popolare, non verte a favore di una razionale esposizione di ciò che eventualmente scopriremo a milioni di chilometri.

La Nasa sta decidendo come ci dirà che ha trovato gli alieniIl team spiega che spesso si pensa che trovare la vita extraterrestre sia “una proposta tutto o niente: o una missione restituisce prove definitive di vita o non ha raggiunto il suo obiettivo”. Non è così e non sarà così, in futuro. In altre parole, è probabile che le prove non arriveranno nella forma definitiva degli alieni per come il cinema ce li ha raccontati, o come una montagna di strampalate teorie hanno immaginato. Ciò che scopriremo ci risulterà forse perfino sconosciuto, avrà bisogno di analisi prolungate, osservazioni aggiuntive, insomma non avremo certezze di alcun genere da un giorno all’altro.

Secondo Green e colleghi questo aspetto dovrebbe essere chiarito fin da subito: dovremo riformulare una tale scoperta, quindi non avremo mai un singolo momento in cui gli alieni verranno annunciati al mondo. Invece, questo percorso dovrebbe essere rappresentato – e raccontato da esperti e media – come uno sforzo progressivo, che riflette il cammino stesso della scienza. “Se riformuleremo la ricerca della vita come uno sforzo progressivo trasmetteremo il valore di osservazioni contestuali o suggestive ma non definitive e sottolineeremo che le false partenze e i vicoli ciechi sono una parte attesa di un sano processo scientifico” scrivono gli esperti dell’agenzia statunitense.

La Nasa sta decidendo come ci dirà che ha trovato gli alieniDunque scienziati, esperti, giornalisti, divulgatori dovranno parlarsi per mettersi d’accordo su standard di evidenza di vita extraterrestre e poi sul modo migliore per comunicare eventuali scoperte, verifiche e fallimenti. Sul primo fronte, il gruppo propone una scala battezzata CoLD, che sta per “Confidence of life detection”, articolata in sette passaggi che conducono dalla prima individuazione di vita alla conferma definitiva. Ad esempio, al primo gradino della scala, “livello 1”, gli scienziati riferirebbero accenni di un segnale di vita, come “una molecola biologicamente rilevante – si legge sul sito della Nasa – un esempio potrebbe essere una futura misurazione di qualche molecola su Marte potenzialmente correlata alla vita. Passando al “livello 2”, gli scienziati avrebbero assicurato che il rilevamento non fosse influenzato dagli strumenti contaminati sulla Terra. Al “livello 3” mostrerebbero come questo segnale biologico si trovi in un ambiente analogo, come un antico lago sulla Terra simile al sito di atterraggio del rover Perseverance, Jezero Crater”.

E così via: “I livelli più alti della scala implicano la conferma del risultato iniziale da parte di linee di prova indipendenti e il rigetto di ipotesi alternative sviluppate dalla comunità specificamente in risposta al risultato iniziale” si legge ancora nell’articolo. Seguendo dunque uno standard da applicare anche a tutti i corpi celesti oltre il Sistema Solare, come gli esopianeti su cui spesso riponiamo enormi aspettative: si crede che siano più dei 300 miliardi di stelle della Via Lattea ma sono molto difficili da studiare. Missioni e tecnologie future saranno in grado, almeno si spera, di analizzare le atmosfere dei pianeti delle dimensioni della Terra con temperature simili a quelle del nostro pianeta e che ricevono quantità adeguate di luce stellare per sostenere la vita come la conosciamo. Il telescopio spaziale James Webb , che verrà lanciato entro la fine dell’anno, è il prossimo grande passo in questo settore: anche se forse servirà un dispositivo ancora più potente e sensibile per rilevare la combinazione di molecole che indicherebbero la vita.

Se tutti avranno ben chiaro il valore di questa scala, dai media all’opinione pubblica, sapranno dunque che a ogni livello i risultati a cui si è arrivati potranno essere scartati o compromessi. Uno schema scientifico che aiuterà a far fuori l’ingiustificata attesa del grande annuncio. Facendo un esempio attuale, il rover Perseverance che si trova su Marte dispone delle capacità di spingersi fino al livello 5 nell’analisi dei campioni dove eventualmente dovesse individuare marcatori chimico-biologici d’interesse. Ma per raggiungere il sesto e il settimo e definitivo livello dovremmo analizzare quei campioni sulla Terra (c’è un piano del genere, molto in là nel tempo, per riportare quelle “carote” incapsulate alla base) e individuare qualcosa di simile su corpi celesti differenti dal pianeta rosso.

Modifiche alla CoLD potranno ovviamente arrivare: per gli autori è solo una proposta, utile ad aprile il dialogo e fissare alcuni punti centrali di questo straordinario percorso alla ricerca della vita aliena. Le prossime missioni come Europa Clipper, un orbiter diretto verso la già citata luna di Giove alla fine di questo decennio (il lancio è previsto nel 2025), e Dragonfly, un drone ottocottero che esplorerà Titano, altra luna ma stavolta di Saturno, potrebbero fornirci informazioni vitali sugli ambienti in cui un giorno potrebbe essere trovata una qualche forma di vita. “Con ogni misurazione, apprendiamo di più sui processi planetari sia biologici che non biologici – ha detto Mary Voytek, responsabile del programma astrobiologico della Nasa e coautrice della proposta su Nature – la ricerca della vita oltre la Terra richiede un’ampia partecipazione da parte della comunità scientifica e molti tipi di osservazioni ed esperimenti. Insieme, possiamo essere più forti nei nostri sforzi per cercare indizi del fatto che non siamo soli”.

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