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Referendum, dai risparmi al quorum: bufale, sparate e propaganda

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Forzature e notizie false da una parte e dall’altra. Il kit anti-bugie di Renzi. “L’ultima è sul No di mia moglie”.

Ci sono le bufale-satira, che puntano a smontare gli allarmismi: Gigi D’Alessio col cartello che dice “Se vince il No smetto di cantare”. E ci sono le bufale semiserie, quelle più o meno anonime del web, in cui si rischia anche di cadere: “Non lasciare che cancellino il tuo voto, non usare le matite del seggio, portati la biro!”. Oppure: “Trovate a Rignano, paese di Renzi, cinquecentomila schede già segnate col Sì”. È una di quelle contro cui il premier si è scagliato ieri sera, nella sua diretta social #matteorisponde, lanciando il suo kit anti-bufale sulla riforma. Lui ne ha elencate una ventina: dalla lunghezza dell’articolo 70 alla deriva autoritaria fino all’immunità parlamentare. “L’ultima è quella su mia moglie, Agnese che vota No”. E per smontare la tesi del Senato “dopolavoro di non eletti” Renzi ha mostrato un fac-simile della scheda con cui i cittadini sceglierebbero i senatori. Anche se la legge, come lui stesso ha ricordato, ancora non c’è.

Referendum, Renzi mostra facsimile scheda in diretta su Fb: ”Usate il cervello”

Insomma bufale e forzature spuntano anche nella propaganda ufficiale, controfirmata dai comitati del Sì e del No. Ecco quelle più vistose.

LE BUFALE DEL SÌ
I tagli. “Con la riforma si risparmieranno almeno 490 milioni l’anno”. L’ha detto la ministra Maria Elena Boschi, lo spiega così il vademecum del Sì: “Abolite le indennità dei senatori (80 milioni); razionalizzazione dei servizi del Senato (70 milioni); superamento delle Province (320 milioni); soppressione del Cnel (20 milioni)”. Peccato che siano cifre senza riscontri. L’unica stima che ha il bollino della Ragioneria generale dello Stato quantifica in 57 milioni l’abolizione delle indennità dei senatori. Lo stop alle Province invece è già previsto dalla legge Delrio del 2014. A ricordarlo è anche Roberto Perotti, ex consigliere economico del governo Renzi che, sulla Lavoce.info, ha stimato in 161 milioni annui i tagli della riforma: 131 milioni in tutto dal Senato, 3 dall’abolizione del Cnel, 17 dagli stipendi dei consiglieri regionali, 10 dall’azzeramento dei fondi ai gruppi regionali.

Il Pil. “Se vince il Sì aumenta il Pil”. Lo dice il sito Bastaunsì, ma è un automatismo impossibile da dimostrare, anche se le previsioni di Confindustria (contestatissime) vanno in questa direzione. Certo la vittoria del Sì potrebbe assicurare stabilità e quindi effetti positivi sulla crescita, che dipende però da molti altri fattori. A settembre l’Ocse abbassava le stime sul Pil (0,8% nel 2017) affermando: “Non siamo in grado di pronunciarci sugli effetti potenziali” del referendum. Nelle ultime previsioni la riforma viene definita “un passo avanti” ma, a prescindere dall’esito referendario, la stima sale a + 0,9%.

I governi tecnici. La vittoria del No ci “condanna a governi tecnici in eterno”. L’affermazione campeggia sul sito Bastaunsì. Ma un conto è dire che se la riforma viene bocciata c’è il rischio di un governo tecnico, altro è sostenere che non avremo altro da qui all’eternità. Se vince il No resta la Costituzione attuale, che in 70 anni ha consentito numerosi governi politici.

LE BUFALE DEL NO
Camere illegittime. “La riforma è stata approvata da un Parlamento illegittimo perché eletto con una legge bocciata dalla Corte costituzionale”. È una tesi frequente tra i sostenitori del No, ma in realtà è un giudizio politico non un fatto. La stessa sentenza della Consulta che ha dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum conferma la piena legittimità delle Camere elette con quel sistema. “Le Camere”, scrivono i giudici, “sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare”.

L’elezione del Colle. “Sarà possibile eleggere il presidente della Repubblica con 10-15 voti”. La tesi, falsa, è circolata nel fronte del No, ma i numeri sono stati corretti nel tempo. L’ultima versione è così: “Dal settimo scrutinio, quando il quorum scende a tre quinti dei votanti, basteranno 221 parlamentari per scegliere il capo dello Stato, a patto però che le opposizioni abbandonino l’aula”. Ma perché dovrebbero farlo visto che se sono tutti presenti di voti ne serviranno 439, cioè ben 99 in più dei 340 deputati che l’Italicum (se resta) assegna alla maggioranza?

Il referendum. “Con la riforma sarà più difficile proporre referendum abrogativi perché aumenta il numero di firme per richiederlo”. Non è vero. I requisiti attuali restano in vigore: 500 mila firme per presentare la richiesta, un quorum minimo della maggioranza degli aventi diritto perché il risultato sia valido. Ma si aggiunge una nuova possibilità: se si raccolgono 800 mila firme il quorum scende alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche.

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