Oggetto: Le parole della Psicologia

“Lo sviluppo delle relazioni oggettuali è un processo mediante il quale la dipendenza infantile dall’oggetto cede a poco a poco il passo ad una dipendenza matura dall’oggetto” W.R.D. Fairbairn
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Il termine oggetto è ampiamente impiegato in psicoanalisi secondo diverse accezioni.

Sigmund Freud iniziò a parlare di oggetto in relazione al concetto di pulsione; effettuò una distinzione tra una fonte, ossia la zona somatica connessa alla sollecitazione pulsionale, una spinta, ossia la carica energetica che fa tendere l’organismo verso, una meta, attraverso cui si assiste all’appagamento della tensione pulsionale e infine un oggetto, ciò in cui o con cui la pulsione può raggiungere la sua meta, ovvero una parte del mondo esterno, solitamente una persona o una parte del corpo, da cui proviene l’attrazione sessuale.

L’oggetto esiste per Freud solo in funzione del soddisfacimento pulsionale e non esiste specificità d’oggetto se non nella misura in cui esso permette il raggiungimento della meta.

Rispetto all’oggetto Freud opera una successiva distinzione: da un lato individua l’oggetto esterno, parte della realtà esteriore o del corpo del bambino, vissuta quale esterna a esso, e il suo corrispondente nella mente del soggetto che è l’oggetto interno, rappresentazione oggettuale della realtà esterna attraverso il processo di introiezione.

Effettuò altresì una distinzione tra l’oggetto totale, l’individuo colto come altro da Sé, con cui si rapporta concretizzando la possibilità di un rapporto psicologico e l’oggetto parziale, ossia quelle parti del corpo, reali o fantasmatiche e i loro equivalenti simbolici.

Nel campo dell’affettività, l’oggetto viene considerato in relazione all’amore e all’odio. Rispetto a queste due componenti, Freud sottolinea come questi vengano incontrati dal bambino quando è ormai entrato nella fase genitale e può instaurare con loro una vera relazione psicologica, non solo biologica.

È soltanto attraverso il superamento dello stadio narcisistico che diviene possibile la scelta oggettuale, con il riconoscimento dell’oggetto come altro e non unicamente come mezzo di gratificazione delle proprie pulsioni.

Tale scelta avviene consciamente, pur essendo influenzata da fattori inconsci: l’oggetto amato in età adulta di frequente ha qualità comuni con un oggetto d’amore che ha gratificato nell’infanzia.

Attraverso tali riflessioni si è giunti successivamente a porre le basi teoriche per lo sviluppo della teoria delle relazioni oggettuali.

Tale teoria riguarda la capacità, come funzione fondamentale dell’Io, di creare relazioni con l’oggetto reciprocamente soddisfacenti.

Si deve a Melanie Klein la creazione di un nuovo modello del funzionamento psichico e dello sviluppo mentale e affettivo, attraverso le osservazioni compiute durante le sedute di psicoterapia con i bambini.

Secondo la Klein, il bambino possiede una serie di immagini innate e inconsce che orientano gli impulsi istintuali ed esistono indipendentemente dagli input percettivi forniti dal mondo esterno.

La caratteristica del modello Kleiniano riguarda il porre al centro dello sviluppo del bambino, le relazione che egli ha con gli altri significativi; le immagini inconsce di cui parla l’autrice sono connotate di una doppia polarità, positiva e negativa, che rispecchia la differenziazione teorizzata da Freud tra pulsione di vita e pulsione di morte.

Ad esempio, l’impulso della nutrizione, è secondo la Klein organizzato intorno ad un’immagine soggettiva del seno materno che è presente già da prima della scoperta di quello reale e interagisce con esso: nel momento in cui questo è fonte di gratificazione si conferma l’aspetto libidico e positivo dell’immagine inconscia; nel momento in cui è assente o inadeguato al bisogno assumerà connotazioni negative.

Le relazioni oggettuali reali costituiscono quindi delle impressioni volte a confermare o “disconfermare” i contenuti innati di pensiero.

Attraverso questo meccanismo, è necessario, secondo la Klein, che lo sviluppo prosegui attraverso una maggiore esperienza di momenti gratificanti rispetto a quelli frustranti, di modo che le prime sviluppino gradualmente un’immagine interna positiva e rassicurante della figura materna.

Con questa nuova teorizzazione si assiste pertanto ad una sostituzione della teoria delle pulsioni con la teoria dell’oggetto, concependo lo sviluppo emozionale come caratterizzato dalle relazioni oggettuali più che dallo sviluppo pulsionale.

Attraverso tale “sostituzione” si assiste anche ad una divisione del mondo accademico tra la Psicologia dell’Io che cercava di mantenere intatta la validità delle pulsioni e i teorici delle relazioni oggettuali che cercavano di sostituire il primato pulsionale con la tendenza alla ricerca dell’oggetto.

A tal proposito le teorie di William Ronald Dodds Fairbairn si inseriscono nella tradizione del pensiero kleiniano; egli infatti sostituisce in maniera quasi totale il concetto freudiano di pulsione con quello di “relazione oggettuale”, sostenendo che l’indagine psicopatologica deve essere indirizzata allo studio degli oggetti verso i quali le pulsioni sono dirette.

Parlando di relazioni oggettuali come modello mentale diverso rispetto a quello pulsionale è opportuno introdurre anche il pensiero di Donald Winnicott; uno tra i suoi concetti più interessanti è quello di “esperienza transizionale”, ossia quel bisogno che si instauri tra mamma e bambino uno spazio simbolico, ludico e creativo.

Per Winnicott l’esperienza transizionale è una sorta di luogo psichico dove il bambino può giocare creativamente: all’interno di tale esperienza si inseriscono i cosiddetti “oggetti transizionali”, ossia oggetti inanimati come peluche, bambole o più semplicemente una coperta, che vengono utilizzati dal bambino allo scopo di evitare l’insorgere dell’angoscia, fungendo da mediatori tra il mondo esterno e il mondo interno.

L’oggetto transizionale rappresenterebbe la madre e consentirebbe al bambino di conservare un legame fantasmatico con lei, a mano a mano che se ne separa per lassi di tempo sempre maggiori.

Sulla via indicata dalla Klein, un altro autore, Wilfred Bion, ha sottolineato come sin dalla nascita il bambino sia minacciato dall’assenza di un oggetto, in particolare dalla mancanza del seno materno, cioè simbolicamente dalla privazione del nutrimento.

Le prime esperienze sono pertanto connesse a questa mancanza dell’oggetto-seno, da cui derivano le frustrazioni, i pianti e le proiezioni immaginarie angosciose che costellano la vita affettiva del bambino.

La madre dovrà quindi, secondo Bion, assolvere una funzione di “reverie”, ossia di contenitore di tali oggetti, non limitandosi ad un normale accudimento ma accogliendo le sensazioni negative cui è esposto il bambino.

Un altro esponente teorico delle relazioni oggettuali è Otto Kernberg che ha attribuito all’oggetto un significato che consente una comprensione delle relazioni umane.

In particolare Kernberg si è concentrato sulle rappresentazioni delle relazioni umane all’interno del fenomeno clinico: in sostanza quello da lui stesso definito disturbo borderline di personalità.

Secondo Kernberg, l’identificazione proiettiva è un meccanismo di difesa primitivo, osservato in gravi disturbi psicotici e di personalità, in cui il paziente ha bisogno di proiettare gli oggetti cattivi (rappresentazione dell’oggetto) e la rappresentazione del Sé.

Kernberg e i teorici delle relazioni oggettuali, in generale, sostengono che la struttura psichica sia costituita dalle “relazioni oggettuali interiorizzate”, ossia quelle rappresentazioni di una immagine del Sé in relazione a un’immagine dell’oggetto (cioè dell’altro), legate l’una con l’altra da un determinato affetto, cioè da uno stato emotivo che fa da substrato e le consolida.

Esse rappresenterebbero quindi, l’interiorizzazione delle relazioni avute fin dai primi anni di vita con le figure genitoriali, una sorte di specchio interno di questi rapporti, interconnesse con l’assetto biologico e motivazionale innato.

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