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Non è una sfida o un gioco, la psicosi Blue Whale miete vittime

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Blue Whale, cosa è e cosa (non) sappiamo davvero finora. È quasi psicosi sulla “sfida” che spingerebbe gli adolescenti all’autolesionismo. Nonostante numerose segnalazioni, l’esistenza del fenomeno in Italia non è – al momento – verificata. Ma non è escluso che, proprio sull’onda dell’emulazione, online ci siano o possano nascere gruppi di istigatori, per cui è utile prestare attenzione. Anche sui media.

Blue Whale, la sfida social che spingerebbe i ragazzi ad affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Sono decine le segnalazioni di casi sospetti arrivati alla Polizia postale, e altrettanti i messaggi di allerta inviati su WhatsApp, anche da parte di genitori preoccupati. È quasi una psicosi collettiva. Eppure la storia ha molti punti non verificati, e altri impossibili da verificare. Ecco un riassunto di cosa sappiamo con certezza e cosa no.

In che cosa consiste. Innanzitutto capiamo cos’è. È stato inopportunamente chiamato gioco e consisterebbe nel compiere una serie di gesti al limite, come camminare sull’orlo dei binari, da da immortalare e condividere online. L’ultima prova è togliersi la vita. Si verrebbe ingaggiati tramite social network: Instagram, WhatsApp, Facebook, chat. Ad orchestrare le operazioni, quello che è stato definito “curatore”: sarebbe lui a guidare i ragazzi psicologicamente vulnerabili prova dopo prova, dopo averli convinti di possedere informazioni che possono far male alla loro famiglia. Chi partecipa alla sfida si provocherebbe, prima di tutto, dei tagli alle braccia e pubblicherebbe post contrassegnati dall’hashtag #f57.

Le origini. Il primo a riportare la vicenda è stato Novaya Gazeta, il quotidiano di Mosca fondato da Anna Politkovskaja, giornalista investigativa uccisa nel 2006. In un’inchiesta pubblicata a maggio dello scorso anno, il giornale collega almeno 80 delle 130 morti avvenute in Russia tra il novembre 2015 e l’aprile 2016 a delle comunità virtuali su VKontakte, l’equivalente di Facebook in Russia, dove i ragazzi verrebbero istigati a togliersi la vita. Il lavoro è stato duramente criticato e un’altra investigazione condotta da Radio Free Europe dice: nessuna connessione provata tra i suicidi e le chat. Tra l’altro, è da notare che si parla di generici “gruppi della morte”: alcuni hanno preso a simbolo le farfalle, altri le balene. Quindi il nome Blue Whale (tradotto come balena blu o azzurra) è, in realtà, una montatura mediatica. Perché Blue Whale? Per via dell’abitudine delle balene a spiaggiarsi e morire, senza motivo.

I protagonisti. C’è da dire che i gruppi, tuttavia, sembrano esistere come riporta anche il sito di fact checking Snopes. La loro comparsa è successiva al suicidio di una ragazza, Rina, diventata una sorta di figura simbolo di un culto non meglio identificato. E l’unico che risulta incriminato per via delle chat è uno dei primi amministratori: il 21enne Phillip Budeikin, noto come “lis” (“volpe”) che, al momento, pare incarcerato in Russia. Secondo gli inquirenti di San Pietroburgo, avrebbe istigato al suicidio 15 teenager in 10 diverse regioni russe tra il dicembre 2013 e il maggio 2016. Il processo, però, è ancora in corso. Inoltre, se da un lato lui sembra confermare l’accusa vantandosi di aver contribuito a eliminare della “spazzatura biologica” in un’intervista che risale al novembre 2016, dall’altro c’è da considerare quanto dice More Kitov, creatore su VKontakte della comunità “Sea of Whales”: parlando al sito Lenta.ru, Kitov sostiene che l’amministratore della comunità #f57, cioè Phillip, voleva solo accrescere il numero di membri della propria pagina per attirare pubblicità usando una storia popolare tra i ragazzi e lanciando il mito di Rina. “Questa storia – conclude Snopes – è stata ripresa inspiegabilmente dai giornali mesi dopo, ma rimaniamo non in grado di verificarla”.

Come mai tutto nasce in Russia? Per capire le origini della storia, può essere utile partire da alcuni fatti. Il primo è che di hashtag associati alle “chat suicide” sui social russi ne appaiono almeno 4mila al giorno, dicono le stime diffuse il 20 gennaio scorso dal Rotsit, il Centro pubblico russo sulle tecnologie internet. Il secondo: il numero di minori che decidono di togliersi la vita in Russia è uno dei più alti al mondo. Con 720 vittime nel 2016, secondo i dati presentati alla Duma: tre volte sopra la media europea. Ma, stando a quanto annota La Stampa, i dati non risultano in aumento per via di questi gruppi online e il tasso di ragazzi che si tolgono la vita è molto più alto nelle città di provincia, poco digitalizzate.

Situazione in Italia. A portare il fenomeno all’attenzione del pubblico italiano è stata la trasmissione televisiva Le Iene che ha raccolto le testimonianze di quattro mamme russe di ex “giocatori”. Il servizio apre legando al “Blue Whale”, presentato come il tremendo gioco social del suicidio, la morte di un giovane livornese: si è ucciso a 15 anni, lanciandosi da un grattacielo. Secondo la Polizia postale non risulta alcun collegamento. Sono, invece, al vaglio circa una cinquantina di casi sospetti in varie regioni. Come ha detto a Repubblica una fonte della Postale, non ci sono prove per stabilire se si tratta di un fenomeno emulativo o se dietro questi episodi ci sia una mente criminale che spinge i giovani al suicidio. Solo l’analisi dei computer dei ragazzi, attualmente in corso, potrà chiarire questi aspetti.

Non è escluso che online ci siano gruppi che istigano all’autolesionismo e al suicidio, nati anche per via del clamore mediatico, per cui è utile prestare attenzione. Ma l’esistenza di un “gioco” strutturato di nome Blue Whale nato in Russia e dietro il quale ci sarebbe, per di più, una mente criminale non è – al momento – verificata.

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