Si è aperta una misteriosa voragine in SIberia

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Siberia: scoppia sacca di gas sotterranea, si apre cratere di 50 metri. Il permafrost sgela sotto l’effetto del forte riscaldamento in atto nelle zone artiche. La materia organica contenuta viene trasformata in metano che a un certo punto esplode

E con questo sono (almeno) cinque. In Siberia si è aperto un cratere profondo 50 metri, subito riempito di acqua, dovuto allo scoppio di una sacca di gas naturale, in gran parte metano. Dal 2014 erano già stati osservati quattro casi simili. La formazione di bolle di gas sottoterra nell’estremo nord siberiano è una conseguenza del riscaldamento climatico. A fine giugno in alcune zone sono state registrate temperature record di 38 gradi, che hanno anche innescato grandi incendi nella tundra.

Il riscaldamento fa sciogliere il permafrost, il terreno perennemente gelato che si è formato al termine dell’ultima glaciazione. Il permafrost contiene una percentuale considerevole di materia organica che, una volta scongelata, è attaccata da microrganismi che favoriscono la formazione di metano e altri gas naturali, che vanno ad aggiungersi a quelli che sono rimasti intrappolati e gelati da decine di migliaia di anni. Un recente studio ha stimato in circa 1.500 miliardi di tonnellate il carbonio contenuto nel permafrost artico di cui la metà potrebbe essere rilasciato entro la fine di questo secolo.

Esplosione

La bolla di gas sotterranea, però, a causa dell’alta pressione interna a un certo punto può esplodere e formare un cratere profondo. Per fortuna le zone dove avvengono le esplosioni sono completamente disabitate e non si producono danni.

I pingo

L’ultimo esempio, riportato in queste immagini, è stato scoperto per caso dalla troupe di una televisione siberiana che stava effettuando riprese aeree per altri scopi. Avvisati gli scienziati, gli esperti che sono arrivati sul posto, nella penisola Yamal, hanno trovato un buco profondo una cinquantina di metri, come un piccolo vulcano. Questo genere di esplosioni di solito avvengono in strutture ben note agli studiosi di morfologia glaciale, chiamati pingo con un termine di origine inuit. Si tratta di residui di ghiaccio sepolti sotto il permafrost, che con l’alternarsi di scioglimento e congelamento, deformano la superficie come una pagnotta cotta.

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