Scienza Covid, variante Omicron: che cosa sappiamo

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Le origini di Omicron. Mentre si cerca di valutare l’impatto della variante Omicron della covid sulla nostra vita quotidiana, gli scienziati si domandano anche come si sia evoluta.

La comparsa della variante Omicron è l’ennesima prova che la scienza della covid (e la scienza in generale) è in continua evoluzione: si fanno supposizioni sulla base di indizi o guardando alle prove raccolte fino a un dato momento, che possono però essere smentite da evidenze successive. Fino a poco tempo fa molti esperti sostenevano che le future varianti del coronavirus si sarebbero probabilmente evolute dalla Delta, e che difficilmente avremmo avuto a che fare con una variante totalmente nuova. Omicron li smentisce: con un numero sorprendente di mutazioni (oltre 30 nella proteina spike), la nuova variante sembra essersi evoluta indipendentemente da qualunque altra variante finora conosciuta. L’insoddisfacente copertura vaccinale di alcune fasce di popolazione e di diversi Paesi è sufficiente a spiegarne le origini, o la nascita di Omicron è più complessa di quanto si pensi?

Le origini di Omicron. Mentre si cerca di valutare l'impatto della variante Omicron della covid sulla nostra vita quotidiana, gli scienziati si domandano anche come si sia evoluta.Nella comunità scientifica si fanno largo due ipotesi principali: quella di un’evoluzione parallela e silenziosa iniziata a metà del 2020, precedente, dunque, all’individuazione dei primi casi di Alpha (novembre 2020) e Delta (dicembre 2020); e quella di una zoonosi inversa, un “doppio salto di specie” in cui il virus è passato dall’uomo all’animale, e poi di nuovo all’uomo (subendo diverse mutazioni nel processo).

Nascondino. La prima ipotesi, quella di una mutazione parallela iniziata l’anno scorso, è condivisa da molti esperti: ma com’è possibile che non ce ne siamo accorti per oltre un anno? «La nuova variante potrebbe essere rimasta nascosta per mesi in altri Paesi africani, dove il processo di sequenziamento del genoma virale non è così efficace e frequente come in Sudafrica», ipotizza Christian Drosten, virologo al Charité University Hospital di Berlino. In più, «non credo esista al mondo un posto così isolato da impedire a una variante di diffondersi prima o poi in altri Paesi», sottolinea Andrew Rambaut (Università di Edimburgo).

Un’altra opzione è che la Omicron si sia evoluta in un malato cronico di covid, la cui risposta immunitaria era probabilmente compromessa da un’altra malattia o dall’uso di farmaci. Ma anche in questo caso, alcuni esperti sono diffidenti: «I virus mutati in questo modo sopravvivono poco nel mondo reale», ricorda Drosten, riferendosi al fatto che le mutazioni che permettono al virus di sopravvivere a lungo in un individuo sono ben diverse da quelle necessarie a diffondersi con successo in altri ospiti.

Zoonosi inversa. Diversa è invece la seconda ipotesi, secondo la quale la variante non sarebbe altro che il frutto di una zoonosi inversa: gli umani avrebbero infettato una specie animale (forse roditori), il virus si sarebbe diffuso tra quella specie e sarebbe mutato per poi tornare a fare il salto di specie e contagiare un umano. «Il genoma è così bizzarro, che l’ipotesi di una zoonosi inversa seguita da una nuova zoonosi è perfettamente plausibile», sottolinea a STAT News Kristian Andersen, ricercatore allo Scripps Research Institute (California).

Dare risposte certe pare dunque al momento impossibile: tutte le ipotesi sono sul tavolo e ci vorranno ancora delle settimane per avere un quadro più chiaro sulle origini di Omicron. Nel frattempo, speriamo di evitare che questa nuova variante ci faccia fare un salto indietro nel calendario pandemico.

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