Perché al mattino non ricordiamo i sogni ?

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Il mistero del sogno bianco. “Forse non l’abbiamo mai fatto”. Svegliarsi convinti di aver sognato ma senza ricordarsi nulla? Accade una mattina su tre. Lo scienziato ungherese Peter Fazekas – del team che ha analizzato i risultati di un esperimento della neurologa italiana Francesca Siclari – spiega perché questo sogno potrebbe non esserci mai stato.

Svegliarsi convinti di aver sognato senza riuscire a ricordarsi nulla è una sensazione frustrante e comune. Sono chiamati white dreams, sogni bianchi: ci accolgono circa una mattina su tre e non sono da confondere con i risvegli in cui sappiamo di non aver sognato. E’ inutile prendersela con la nostra memoria per ricostruire una trama da poche, vaghe, tracce: secondo una nuova teoria, molto probabilmente il sogno non è avvenuto. I sogni bianchi sarebbero una forma elementare di esperienza soggettiva e una promettente porta d’accesso verso gli stati profondi del pensiero e delle sensazioni.

La teoria ha preso avvio da un esperimento della neurologa Francesca Siclari dell’Ospedale dell’Università di Losanna: è stato chiesto a 32 partecipanti di dormire con gli elettrodi EEG attaccati allo scalpo per registrare le attività cerebrali. Al risveglio, in chi “ricordava” un sogno bianco, i ricercatori hanno notato che le aree del cervello solitamente accese dalla memorizzazione del sogno, non mostravano le attività ad alta frequenza tipiche dei sogni ricordati. Per la prima volta si vedeva la ragione della nostra dimenticanza. I risultati sono stati analizzati in una ricerca pubblicata sulla Sleep Medicine Reviews. Tra gli autori, Georgina Nemeth della Eötvös University di Budapest, Morten Overgaard della Aarhus University danese e l’ungherese Peter Fazekas, studi di fisica e scienze cognitive e in forze al Centre for Philosophical Psychology all’Università di Anversa, e che abbiamo intervistato.

Peter Fazekas
Peter Fazekas

Che cosa succede quando facciamo un sogno bianco?
“I sogni avvengono in tre fasi. La prima, in cui sono prodotti, la seconda in cui sono codificati in memoria e l’ultima quando, da svegli, li ricordiamo. Secondo l’interpretazione freudiana, i sogni bianchi sono come gli altri registrati in memoria, però impossibili da richiamare perché nel contenuto ci sarebbe qualcosa che attiva una censura. Una seconda ipotesi sostiene che il sogno c’è stato, ma non è inserito in memoria e quindi non è recuperabile. Per una terza, i sogni bianchi sarebbero esperienze prive di contenuto. Simili allo stato di coscienza vuota e pura della meditazione, quando si avverte la presenza dello spazio, del tempo e niente di più”.

Che cosa è cambiato con i risultati del team di Francesca Siclari?
“Il suo esperimento è stato il primo ad analizzare i sogni bianchi, mostrando come sogno e registrazione in memoria, abbiano luogo in aree distinte del cervello. Il sogno avviene nella zona posteriore, la memorizzazione riguarda la parte superiore e frontale. Nel confrontare chi ricordava i sogni e chi no, hanno notato differenze di attività nella zona in cui avviene la memorizzazione, concludendo che i sogni sono bianchi perché non registrati. Partendo da questi dati e con altri esperimenti, noi abbiamo notato che anche nella parte posteriore del cervello, dove i sogni sono prodotti, nel caso dei sogni non ricordati l’attività era meno intensa. Per noi i sogni bianchi sono definiti da una qualità minima, simile a quando, da sveglio, hai la percezione di un evento, ma non sei convinto, resti confuso, magari per la sua brevità. Un flash. Il problema nascerebbe quindi nella prima fase del sogno”.

Quali sono le conseguenze?
“Una delle domande centrali della scienza è se la coscienza sia un tutto o un niente oppure caratterizzata da una gradualità: se sei sempre cosciente nello stesso modo o possano esistere contenuti di alto livello che producano esperienze vivide e altri sfumati che non lascino tracce. La nostra teoria dà valore all’ipotesi della gradualità. In medicina è importante capire le condizioni di chi è in coma”.

Che fine fa la spiegazione freudiana?
“Se la natura dei sogni bianchi non è legata al recupero, ma alle fasi di produzione o memorizzazione, occorre accogliere questi dati sperimentali e riconfigurare l’idea di Freud. Di questo si occupa la neuropsicanalisi”.

A cosa può portare lo studio dei sogni?
“Già oggi alcune immagini elementari contenute nei sogni, in fase REM e non-REM, possono essere tradotte in segnali interpretabili da un computer, e riusciamo a dire se in un determinato momento il soggetto sta sognando una casa, un volto o altro. Tra pochi anni, grazie a una risoluzione delle immagini capace di tradurre anche i dettagli più piccoli, si otterrà una trascrizione dell’intero sogno mentre questo sta avvenendo. E da sveglio, uno potrà rileggerlo”.

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