Le esperienze pre-morte sono sogni o viaggi astrali?

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La scienza dietro alle esperienze pre-morte. Le ipotesi avanzate finora per spiegare le near death experiences, le esperienze misteriose e poco replicabili di chi si è trovato in bilico tra la vita e la morte: semplici allucinazioni? Viaggi spirituali? O il risultato di reazioni chimiche nel cervello?

Al confine tra ciò che possiamo percepire attraverso i sensi e il passaggio ignoto della morte, si trovano le Near death experiences (NDE), le sensazioni riportate da chi si è trovato a combattere per la sopravvivenza o è passato attraverso situazioni particolarmente intense dal punto di vista fisico o emotivo, descritte come momenti di affaccio verso altre dimensioni. C’è chi parla di una “luce bianca” alla fine di un tunnel, chi dice di aver riabbracciato parenti o amici defunti, chi si è guardato da fuori o dall’alto, e chi è stato allietato da voci o paesaggi ultraterreni.

Una luce bellissima: una delle immagini più ricorrenti, nelle esperienze pre-morte.|Shutterstock
Una luce bellissima: una delle immagini più ricorrenti, nelle esperienze pre-morte.|Shutterstock

Il fenomeno si presta a spiegazioni che sconfinano nel misticismo religioso, ed è letto da molti come una prova dell’esistenza di un “dopo” oltre la morte. Ma cosa ne dice, la scienza? Quando si verificano le esperienze pre-morte? In che cosa consistono? Come si spiegano, a livello neurofisiologico? Facciamo il punto partendo da questo articolo, pubblicato su The Conversation.

Che cosa sono. Le NDE sono esperienze psicologiche profonde rare, ma anche comuni in chi si è trovato in punto di morte (le riporta un terzo delle persone che hanno sfiorato il decesso). Possono verificarsi tuttavia anche in presenza di un forte dolore fisico, durante un’improvvisa perdita di coscienza o in alcuni stati meditativi, o ancora per effetto di sostanze allucinogene.

Spesso chi ha vissuto una NDE riferisce la sensazione di essere uscito dal proprio corpo e aver osservato la scena da fuori. | Shutterstock
Spesso chi ha vissuto una NDE riferisce la sensazione di essere uscito dal proprio corpo e aver osservato la scena da fuori. | Shutterstock

Che cosa si prova. I sintomi più spesso riferiti sono una sensazione di profondo benessere, l’impressione di separarsi dal corpo (le esperienze extracorporee), un rapido movimento lungo un tunnel che sbocca in una luce abbagliante, l’interazione con entità spirituali benigne e una sensazione di profonda quiete.

Bruce Greyson, psichiatra dell’Università della Virginia, autore di un test per misurare l’intensità dei sintomi associati a queste esperienze, ha individuato una serie di fattori che accomunano le esperienze pre-morte vere e proprie, e cioè:

  1. accelerazione o rallentamento dello scorrere del tempo;
  2. “velocizzazione” del pensiero;
  3. ricordo vivido di scene del passato, rivisitazione della propria vita come in un film;
  4. sensazioni di profonda gioia, pace e comprensione;
  5. comparsa di una luce brillante diffusa;
  6. passaggio attraverso tunnel con in fondo una luce;
  7. comparsa di paesaggi “celestiali”;
  8. impressione di uscire dal proprio corpo e di poter vedere l’ambiente dall’alto;
  9. incontri mistici, suoni di voci “ultraterrene”;
  10. sensazione di trovarsi a un punto di confine, a un limite oltre il quale non c’è ritorno;
  11. “incontri” con persone già decedute.

La maggior parte delle NDE riportate è positiva e, anzi, queste esperienze contribuiscono a costruire una visione meno angosciosa e più ricca di speranza del momento del trapasso. Vengono ricondotte a sensazioni negative quando associate a perdita di controllo, consapevolezza del decesso avvenuto, giudizio morale da parte di entità superiori sovrannaturali.

Come si spiegano. Età, religione e cultura di appartenenza influiscono sull’esperienza riportata. I bambini raccontano spesso di aver incontrato insegnanti o amici “nella luce”; gli induisti, di essersi trovati al cospetto del dio della morte, Yamraj. Gli americani di aver visto Gesù. Ma le spiegazioni scientifiche avanzate finora per spiegare il fenomeno non sono meno interessanti.

I neuroscienziati Olaf Blanke e Sebastian Dieguez hanno ipotizzato che esistano due tipi di near death experiences. Il primo, associato all’emisfero sinistro del cervello, comprende un senso alterato del tempo, e l’impressione di volare. Il secondo, che coinvolge sopratutto l’emisfero destro, è quello di chi riporta di aver visto spiriti o aver comunicato con essi, di aver udito musiche celestiali, o voci. I diversi tipi di interazioni tra regioni cerebrali possono spiegare l’ampia gamma di esperienze pre-morte riportate, e la loro diversità.

Anche un’attività anomala dei lobi temporali, un’area cerebrale implicata nell’analisi degli stimoli sensoriali e nella memoria, può dare ragione di esperienze di questo tipo. Altre possibili origini delle NDE sono la depersonalizzazione (una condizione psichiatrica caratterizzata da una alterazione della percezione e dell’esperienza del sé); una condizione di stress che induce il cervello a rievocare l’esperienza della nascita (il tunnel sarebbe allora una sorta di equivalente del canale del parto); o l’effetto di alterazioni chimiche in corso nel cervello, nei momenti più stressanti della vita.

L'attività elettrica del cervello in una immagine concettuale. Vedi anche il caso del cervello vissuto 10 minuti in più. | Shutterstock
L’attività elettrica del cervello in una immagine concettuale. | Shutterstock

Doping naturale. Ipotesi di lungo corso attribuiscono al rilascio di endorfine e altri neurotrasmettitori le sensazioni di calma, benessere e pace interiore sorprendentemente associate a un possibile momento di fine vita. E il trip allucinogeno indotto da un potente psichedelico, la dimetiltriptammina (DMT), somigliano molto da vicino alle sensazioni riferite in chi ha avuto esperienze di pre-morte. La DMT è una sostanza comunque presente nel nostro fluido cerebrospinale: è possibile che in prossimità di eventi traumatici come la nascita o la morte l’organismo ne produca maggiori quantità per proteggerci dallo shock di ciò che sta per succedere, innescando le allucinazioni (vedi).

Un altro fattore, l’assenza o scarsità di ossigeno nel cervello (anossia), potrebbe spiegare le allucinazioni e l’euforia percepita; i piloti che perdono coscienza nelle manovre di rapida accelerazione descrivono alcuni sintomi tipici delle NDE, come la visione a tunnel. L’anossia può causare fenomeni epilettici nei lobi temporali, e con essi le allucinazioni.

Quanto al fatto che i sintomi allucinatori vengano descritti come incredibilmente “reali”, non c’è da stupirsi: i circuiti cerebrali coinvolti nelle allucinazioni uditive, infatti, sono gli stessi reclutati nell’ascolto vero e proprio.

Ritorno alla coscienza. Una distorta percezione del tempo potrebbe inoltre fare in modo che le sensazioni salienti della NDE non siano quelle percepite, per esempio, durante il coma, ma quelle create dal cervello che sta ritornando alle sue piene funzioni.

Una delle ipotesi più condivise è quella del cervello morente, che vuole che le cellule cerebrali sperimentino, poco prima di morire, una sorta di iperfunzionamento, alla base delle sensazioni di “potenziamento dei sensi” raccontate da chi ci è passato. È una teoria plausibile, ma non sufficiente, da sola, a spiegare un fenomeno così complesso, che è più probabilmente originato da un insieme di fattori concomitanti.

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