Microchip sottopelle, tra le 30 e le 50 mila persone ne fanno già uso

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Lo scrive il Wall Street Journal. Chi lo ha fatto lo usa per aprire porte, per essere riconosciuti sul luogo del lavoro e altro ancora. Presto i chip epidermici potranno essere utilizzati anche in ambito medico.

I microchip sono parte integrante della vita moderna. L’idea di essere controllati e controllabili, grazie al loro impiego nei dispositivi che usiamo per la nostra esistenza digitale, è un qualcosa a cui siamo ormai abituati. Ma se qualcuno ci dicesse che oggi nel mondo ci sono tra le 30mila e le 50mila persone taggate con un piccolo microchip sottopelle e in un certo senso ognuno di loro è anche un dispositivo? Il conto lo fa il Wall Street Journal, secondo cui il dispositivo sottocutaneo è già ampliamente in uso in vari ambiti. E la nuova frontiera del microchip sarà la medicina.

Il quotidiano cita il caso di un olandese di 32 anni che ha scelto di farsi inserire nel proprio corpo diversi tag per facilitarsi la vita: per l’uomo non è più un problema, ad esempio, l’essersi dimenticato a casa le chiavi della macchina o del proprio appartamento perché con il microchip la porta di casa si apre da sola, si viene riconosciuti automaticamente all’ingresso dell’edificio di lavoro e altrettanto facile è entrare nel parcheggio aziendale.

Gli impianti sottopelle sono piuttosto piccoli, della lunghezza di pochi millimetri, e vengono inseriti nei tessuti grassi in pochi minuti. Una volta attivati, vengono letti da radiofrequenze come quelle utilizzate dagli smartphone o dai lettori di carte magnetiche e il loro impiego appare sempre più ampio. Presto, secondo i produttori, ci saranno anche applicazioni mediche: nel microchip sottopelle immagazzineremo informazioni necessarie in caso di interventi d’urgenza, come terapie seguite o condizioni mediche particolari.

La pratica, sottolineano però i critici, può avere implicazioni etiche negative. “L’uso di un tag è accettabile ad esempio per una persona che non può tenere una chiave a causa di un’artrite grave o che ha perso la mano”, spiega ad esempio Arianne Shahvisi della Brighton and Sussex Medical School, “ma se si usano per persone con demenza per trasportare le informazioni che le identificano e per essere sicuri che non perdano le chiavi potrebbe essere un problema, perché il paziente potrebbe non essere in grado di dare il proprio consenso informato”.

Il primo uomo a impiantarsi un microchip sottopelle fu lo scienziato britannico Kevin Warwick. Nel 1998 Warwick, con un’operazione di venti minuti, si inserì un microchip nella mano e gli bastava muoverla per aprire automaticamente porte e accendere luci. Di lì in poi, ogni giorno, migliaia di biohacker in tutto il mondo sperimentano soluzioni e ipotesi sempre nuove. In Australia c’è già chi sta lavorando a una soluzione per lasciare a casa banconote e tessere e fare shopping semplicemente muovendo un dito.
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