Echi medievali: le pandemie si associano sempre al diavolo

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Dai “Benandanti” ai virus, tremate le streghe son tornate. In alcune comunità straniere del nostro Nord-est circola la convinzione che il Covid venga sparso nottetempo sui pomelli delle porte da anziane zitelle inacidite. Il 31 dicembre 1618, dinanzi al giudice di Latisana, una donna di nome Maria Panzona raccontava che nei loro convegni notturni le streghe friulane offrivano al diavolo il proprio mestruo, il quale poi lo restituiva a ciascuna di esse “per nocere alle persone con farli infermare, stentare e anco morire ”. Panzona si vantava di appartenere alla schiera dei “ benandanti”, adusi a combattere le fattucchiere che inquinano il sangue dei bambini; ma ciò non le risparmiò un duro processo che giunse fino a Venezia, tre anni di galera e l’ esilio perpetuo dalla sua città.

IGNORO SE SIANO I TEMPI confusi e ammorbati che viviamo ad aver favorito la nuova edizione dell’ ormai classico studio di Carlo Ginzburg su I benandanti, che quando apparve nel 1966 rivelò al mondo una setta fino a quel momento praticamente ignota, fatta di uomini e donne del Cinque-Seicento “nati con la camicia”(ovvero involti nella membrana amniotica, che poi conservavano e portavano sempre con sé), alcuni dei quali periodicamente uscivano a combattere contro “li strigoni del diavolo, noi con le mazze di finocchio et loro con le canne di sorgo”, mentre altri partecipavano a processioni o cavalcate notturne con i morti.

Il saggio di Ginzburg, fondato sugli atti dei processi inquisitorî contro i benandanti, fu di straordinaria importanza non solo per l’ impulso che diede allo studio della magia e della stregoneria, non solo per il materiale che offrì agli studi storico-antropologici comparativi (inclusa l’ampia panoramica sul sabba e lo sciamanesimo condotta dallo stesso Ginzburg nel controverso Storia notturna del 1989), ma anche come incunabolo della cosiddetta “microstoria”. Il volume, scritto con piglio a tratti quasi romanzesco, meritava dunque senz’altro una ristampa: la postfazione, autobiografica, indaga la genesi e i presupposti culturali di questa ricerca (Delio Cantimori, l’inquisizione, la ricerca sulle classi subalterne, l’ origine ebraica dell’autore) e i suoi esiti più o meno attesi (I Benandanti è oggi anche il nome di un gruppo musicale italo-sloveno, non però “rock” come vuole Ginzburg, bensì –più sensatamente – etno-folk). È però un gran peccato che con la nuova edizione non si sia colta l’ occasione di discutere nel merito una ricostruzione affatto diversa di tutta questa storia, fondata su uno studio più ampio e completo del materiale d’archivio: intendo il libro di Franco Nardon, Benandanti e inquisitori nel Friuli del Seicento (Ed. Univ. Trieste, 1999), che Ginzburg menziona di sfuggita, senza chiarire che esso infirma non poche delle sue tesi.

LASCIAMO STARE la vexata quaestio delle battaglie notturne, nelle quali Ginzburg volle riconoscere la sopravvivenza di un rito agrario di fertilità atto a proteggere i raccolti, riprendendo la teoria di Margaret Murray sulla genesi della stregoneria, cui oggi credono in pochi; non, per esempio, la fresca e ambiziosa Storia della magia di Chris Gosden (Rizzoli). Il punto decisivo è che Ginzburg sostanzialmente rimuove il contesto dal quale emergono le confessioni dei Benandanti, trascurando che esse erano frutto di processi condotti da inquisitori mossi da propri interessi: è scrutando la mentalità e gli atti del giudice Giulio Missini, per esempio, che si capisce perché nel Seicento le pratiche dei Benandanti vengono assimilate e confuse con il sabba – una trasformazione che Ginzburg attribuisce a un trapasso culturale maturato dai protagonisti, e che invece è indotta da un paio di tenaci inquirenti, che incastrano una Maria Panzona ed estorcono a un Michele Soppe la confessione di sanguinosi infanticidi e di “aver basciato il culo al diavolo”. Così, la presunta scomparsa delle “processioni funebri” e delle battaglie agrarie (elementi che Nardon ritrova ancora nel folklore) non rivela una metamorfosi della setta, ma piuttosto il mutamento di interesse dell’Inquisizione in direzione del maleficio femminile – e ciò interseca il proliferare di accuse di stregoneria contro le donne anche alla luce dell’ allignante morale sessuofobica e misogina del pieno Seicento.

I benandanti furono anzitutto contro-stregoni e guaritori dotati di un preciso ruolo sociale, che si capisce nel quadro delle condizioni del Friuli dell ’epoca: in concorrenza coi medici patavini per i loro rimedi, con gli esorcisti di professione per le loro arti di cura. La loro stessa distribuzione geografica li mostra al crocevia fra tradizioni germaniche, slave e celto-latine: particolarmente ricca la zona tra Cividale, Aquileia, Monfalcone. È, fra l’ altro, la zona di Fiumicello, casa Regeni, dove il viaggiatore odierno – rammentando le innocue e colorite estasi dei benandanti, o i simpatici deliri di Anna la Rossa – potrà condividere le parole di Goya (uno che se ne intendeva): “Non ho paura di streghe, apparizioni, giganti… né di alcun altro essere, a eccezione degli esseri umani”.

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