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L’immigrazione non ruba posti di lavoro, lo dice la scienza

L'immigrazione non ruba posti di lavoro, lo dice la scienza
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Studio condotto negli Usa su un arco di 20 anni e pubblicato dalla National Academies of Sciences: l’impatto dei flussi migratori su occupazione e bilancio dello Stato è positivo nel lungo termine.

Gli immigrati non rubano i nostri posti di lavoro, non abbassano le nostre retribuzioni. Sono un onere per il bilancio pubblico solo all’inizio (prima generazione) ma diventano contributori netti fin dalla seconda generazione. Non è il testo di un manifesto anti-Trump, non è un comizio di Hillary Clinton. Sono le conclusioni di un importante studio americano, realizzato dalla National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. Un’analisi ampia sull’impatto economico e demografico dei flussi migratori negli Stati Uniti, da 20 anni in qua, compreso l’impatto sul mercato del lavoro e sulle remunerazioni dei cittadini americani, nonché i costi e benefici sulle finanze pubbliche sia a livello federale che nei singoli Stati.

Una delle prime conclusioni è questa: a dispetto dell’enorme quantità di emozioni e di reazioni politiche che scatena, l’immigrazione nel lungo periodo sembra avere un impatto scarso sulle condizioni di vita dei lavoratori già residenti. In effetti le uniche conseguenze, leggermente negative, si percepiscono nella concorrenza tra immigrati: i più recenti fanno concorrenza a quelli arrivati prima e possono toglierli posti o deprimerne i salari, se si tratta di manodopera poco qualificata. Un’altra fascia a rischio sono i giovani che non hanno titoli di studio elevati, anche per loro l’effetto-sostituzione da parte degli immigrati è reale. Nell’insieme, la ricaduta netta dell’immigrazione sull’economia americana rimane positiva. In quanto all’onere sul bilancio pubblico, è limitato sostanzialmente al costo dell’istruzione per i figli di immigrati di prima generazione. Ma quando questi ragazzi diventano adulti, anche loro cominciano a pagare tasse, e così facendo “rimborsano” lo Stato per i costi che ha sostenuto per loro.

Le dimensioni dell’immigrazione negli Stati Uniti sono notevoli. 40 milioni di residenti negli Stati Uniti sono nati altrove, e quasi altrettanti sono i residenti che hanno almeno un genitore nato all’estero. Messi assieme, gli immigrati e i loro figli sono un quarto di tutta la popolazione americana. La percentuale della forza lavoro nata all’estero è passata dall’11% al 16% negli ultimi vent’anni. E i flussi continuano a crescere. Negli anni Ottanta in media entravano 600mila nuovi immigranti (legali: con Green Card) all’anno, negli anni Novanta gli ingressi sono saliti a 800mila l’anno, col nuovo millennio il ritmo è passato a un milione di nuovi arrivi ogni anno. Vi si aggiungono 11,1 milioni di clandestini. Questi ultimi aumentano anch’essi, a un ritmo stabile di 300 – 400mila nuovi arrivi all’anno.

Le cifre del loro impatto economico – costi e benefici – sono queste: alla prima generazione i costi sostenuti dalla collettività sono pari a 57 miliardi di dollari annui. A partire dalla seconda generazione, gli immigrati portano 30 miliardi di dollaro ogni anno alle finanze pubbliche Dalla terza generazione, il contributo netto degli immigrati ai conti pubblici balza a 223 miliardi annui.

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