Il Plutoverso – Krma 35

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Krma 35 in negativo
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Nel Plutoverso, sparso da qualche parte in uno dei suoi universi, esiste un pianeta molto particolare, Krma 35. Cosí almeno l’ho chiamato chiamato io.
Ci tengo a dire subito che l’universo non è comune agli altri, infatti, lo spazio che separa le diverse galassie e pianeti, si trova allo stato liquido. Nel mezzo di quello spazio sta un enorme palla gialla, qualcosa di simile al vostro sole ma non di fuoco, non ha gas ne continue combustioni che producono calore, ne tanto meno ruota. É una semplice sfera gialla di cui nessuno sa la composizione, nemmeno io. Si sa solo che c’é, che è gialla e che emana una luce gialla che permette ai diversi pianeti di sopravvivere.
Tra questi c’è Krma 35, la cui societá è molto affina alla vostra. Hanno guerre, capi, poveri, mari verdi e foreste azzurre, si mangia con le forchette chiamate peró macchine, e si gira su auto chiamate cucchiai, ma lunghe e strette come coltelli.
Un gran casino per chi viene dalla terra, per questo meglio lasciare stare i nomi.
Le auto sono simili a limousine ma con soli due posti a sedere e denti sul paraurti per tagliare in due la nebbia, perché su Krma 35 c’è una nebbia fitta tutto l’anno e che ricopre il pianeta per intero.
A vederlo dall’alto è una piccola sfera nebulosa e bianca, sembra una piccola scoreggia di fumo fatta nella vasca.
In questo ambiguo pianeta vive Hero. Pronunciato come si pronuncia su Jino 22, Ero. Un bravo ragazzo, fratello di altri quattro fratelli e tre sorelle in un appartmento in periferia di una delle più grandi cittá della sua regione, una metropoli costruita su tre livelli.
Sotto terra stanno i poveri, popolo di poveracci che sale in superficie solo per lavorare la terra dei borghesi e nutrirli, mentre il cibo per loro viene coltivato in piantagioni sotterranee con luci artificiali.
Nel mezzo, nel primo strato di superficie, a contatto con il suolo vive la classe media, sempre in continua fretta, come se la rotazione del pianeta dipendesse dal loro correre.
Infine al primo piano, se cosi si puó chiamare, galleggia la classe agiata, al di fuori dalle nebbie, a godersi la luce gialla riflessa dal grande cristallo in alto.
Hero, non é il più piccolo della sua famiglia, quello viziato o calpestato, nemmeno il più grande, sta nel mezzo e vive nel mezzo insieme a tutta la famiglia con un lavoro normale. Non ha super poteri, qualche dote o quello che ha di solito un protagonista di una storia. Protagonista casuale, potevo scegliere Monfri, che abita due case piú in là, o Nubu, che vive nei sotterranei.
Ho scelto lui perché é il primo che ho visto, ma potevo scegliere uno qualunque del pianeta, probabilmente merito del suo giubbotto bianco a righe nere, per trovarlo basta cercare un po’ tra la folla la versione arrabbiata di Wally nei disegni di Martin Handford.
Hero si pensa sfortunato, vive da sfortunato e probabilmente lo è anche, ma non sta a lui deciderlo, e nemmeno a me o voi, non su Krma 35.
La mattina Hero si alzava che la nebbia era ancora chiara chiara e con un profumo di pulito, Non si era ancora posto la domanda di come stava quella mattina che uscito di casa aveva pestato la cacca di uno di quei cani a sei zampe, che fanno la merda rosa e dalla forma di gelato alla fragola ma che emana un tanfo di pesce avariato.
Hero aveva maledetto il cielo e dio sotto lo sguardo di un uccello, un passerotto di cittá, che sopra un albero si era visto tutta la scena, ma che non aveva riso perché gli uccelli non ridono, questo solo su Net One,
Hero era salito sull’autobus con le scarpe ancora sporche, e fatto le venticinque fermate aveva percorso i due isolati che lo separavano dall’ufficio.
Una volta lasciata la scrivania, dopo diciannove tre quarti d’ora, dei quarantadue dell’intera giornata, si era fermato al solito bar, per poi tornare a casa.
Il passerotto era ancora lí. Fermo sullo stesso ramo.
Non poteva sapere che proprio quell’uccellino tanto grazioso di cui non sapeva nemmeno l’esistenza lo aveva seguito tutto il giorno.
Ne poteva sapere che le immagini fotografate dagli occhi minuscoli del pennuto venivano riprodotte sullo schermo di un computer. Nessuno la sapeva, tranne me e ora lo sapete anche voi.
A guardare le immagini un tizio camiciato e con la cravatta nera, che annoiato prendeva appunti su ogni suo spostamento, sulla cacca pestata e sull’autobus perso per un pelo e tutto il resto.
Durante la notte, mentre Hero dormiva e sognava di evitare una cacca per pestarne un’altra due passi dopo, l’impiegato dal viso d’angelo che lo aveva visto andare anche in bagno, si era diretto dal responsabile con i fogli della giornata dettagliatamente compilati, che il suo superiore, seduto alla sua scrivania dopo averli letti velocemente con gli occhiali, ha quindi firmato, consegnando poi un altro foglio uscito caldo dalla stampante che aveva timbrato e congedandolo con un “Ottimo lavoro!”, a cui il dipendente aveva risposto con un sorriso di cortesia.
La mattina seguente, ripetuta la stessa routine Hero era uscito di casa piú infuriato del solito..
Autobus, e lavoro, tutto nella norma.
Uscito dall’edificio dove firmava fogli contro altri poveracci come lui, si era diretto al solito bar a bersi il resto dei problemi.
Nel tragitto verso il bar, sovrappensiero, aveva calciato il cappello di un barbone che si era messo a raccogliere velocemente gli spiccioli chino tra i passanti.
Lui, imbarazzato aveva guardato la gente che lo sfiorava indifferente e aveva quindi ripreso la strada verso il bar, dove dopo qualche bicchiere si era diretto all’appartamento.
Il passerotto era li al suo posto. Una volta addormentato, l’impiegato era tornato nuovamente dal capo per poi tornare al suo posto con le istruzioni per il giorno seguente.
Hero si era svegliato particolarmente di buon umore quel mattino, e lo era fino a che, a pochi passi dalla fermata del bus, un uccello gli aveva scagazzato sulla giacca, prendendo anche la camicia, sotto gli occhi di tutti, e le le loro risate.
“Tiro perfetto!” e l’uomo si era lasciato andare sulla poltrona girevole soddisfatto.

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