Le due culture, la palla al piede della scuola Italiana

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La scuola e la trappola delle due culture. Per superare i limiti del disciplinarismo, la scuola italiana deve avere il coraggio di gettare alle ortiche il paradigma delle due culture, la vera palla al piede dell’istruzione.

Lo impariamo fin da piccoli: da un lato ci sono le materie umanistiche – culla del pensiero, del sentimento, dei valori spirituali, del bel dire e del bello scrivere – e dall’altra quelle scientifiche, regno dell’esattezza e della scrupolosità, del calcolo e della tecnologia, della misurazione e della lente del microscopio. Nessuna possibilità di interscambio, di comunicazione, di trasferimento di competenze. Tant’è che, come si suol dire, per riuscire nell’uno o nell’altro ambito, è necessario avere il “bernoccolo” di cui parlava don Lorenzo Milani. Se hai quello del letterato difficilmente avrai quello dello scienziato: è ben noto che chi va d’accordo con le metafore spesso fatica con gli integrali e viceversa. Sono cose troppo diverse tra loro. E se Madre Natura è stata avara di bernoccoli, occorre farsene una ragione e rassegnarsi a una vita di mediocrità.

L’esistenza dei due “bernoccoli”, delle due culture, è talmente radicata da non essere neppure oggetto di discussione: sembra, infatti, che non vi sia modo più razionale e scontato per approcciarsi alla cultura. Dal paradigma delle due culture discendono direttamente le “aree disciplinari” e, sotto certi aspetti, anche gli “assi culturali”, che non fanno che sottolineare come vi siano materie tra le quali si può intavolare un discorso comune e materie reciprocamente impermeabili. A scuola questo si traduce in una surreale separazione tra settore umanistico e scientifico: i professori di lettere, filosofia, lingue classiche e moderne da una parte e i docenti di scienze, matematica, fisica dall’altra, in una sorta di neppure tanto implicita rivalità, che si comunica giocoforza agli studenti. Sei bravo in chimica? Allora stai sicuramente trascurando il latino, e se lì andrai forte, qui il voto ne risentirà. E amenità simili. Così i nostri studenti finiscono con l’accostarsi a determinate materie convinti che potranno sfruttarne le relative competenze solo in un ristretto campo d’azione e che la cultura sia fatta di compartimenti stagni.

La famosa “Scuola di Atene” di Raffaello, dove si riconoscono Platone, Aristotele, Pitagora, Averroè, Eraclito e molti altri, che oggi chiameremmo scienziati o filosofi, prima che le culture scientifica e umanistica si scindessero. (immagine da Wikimedia)
La famosa “Scuola di Atene” di Raffaello, dove si riconoscono Platone, Aristotele, Pitagora, Averroè, Eraclito e molti altri, che oggi chiameremmo scienziati o filosofi, prima che le culture scientifica e umanistica si scindessero. (immagine da Wikimedia)

Ma non finisce qui. Le due metà del cielo di Minerva, i due ambiti del sapere, non sembrano avere pari dignità in Italia, dove l’uomo di scienza viene descritto certamente come amante del rigore, ma fondamentalmente freddo, ottuso, arido, come sarebbero i numeri cui sembra ridurre tutto lo scibile. Incapace di comprendere le ragioni dello spirito, di coltivare valori e di contemplare la bellezza, sarebbe simile agli automi che ha contribuito a costruire. Niente a che vedere con il cultore delle humanae litterae, delle arti liberali, della filosofia: quest’ultimo lo sovrasterebbe con la profondità delle istanze di cui si fa portatore, rappresentate dai grandi uomini del passato di cui si sente epigono.

Tra le gravi conseguenze di questa insensata visione vi è una generalizzata tolleranza nei riguardi dell’ignoranza scientifica, che fa sì che si accetti con indulgenza il fatto che non si sappia impostare una proporzione (se manca il “bernoccolo”… ), mentre si deride l’errore ortografico. Le scienze naturali sono, poi, il fanalino di coda dell’istruzione obbligatoria, perché sembra che quasi a nessuno interessi se un ragazzo che si diploma conosca l’evoluzione o sappia che cosa sono i cloroplasti.

Quanto stiamo pagando, anche dal punto di vista economico, una visione così illogica? Quanto ci tarpa le ali la divisione insanabile tra campi del sapere? La marginalizzazione della cultura scientifica ci rende poco competitivi sul mercato, ma essa è dovuta anche a un’istruzione che sottolinea la bipartizione, lasciando intendere che ci siano ambiti nei quali si può essere impreparati senza conseguenze. E poco importa se ciò si traduce in una diminuzione delle ricerche innovative e dei brevetti.

Cosa fare, dunque, per uscire dalle pastoie di un paradigma senza senso, che lo stesso Snow, cui si deve la definizione di «two cultures», introdusse solo per criticarlo aspramente? Intanto mettere da parte il concetto di aree disciplinari, retaggio di un manicheismo senza senso, e non perdere l’occasione per sottolineare l’importanza dell’interscambio tra le materie e, di conseguenza, tra i docenti.

Inoltre, restituire dignità alla cultura scientifica significa riconoscerne il profondo valore umanistico: dove c’è ricerca razionale, che conduce alla comprensione di meccanismi prima oscuri e all’accrescimento della conoscenza, lì l’humanitas è di casa. Lì ci sono Aristotele e Lucrezio, Descartes e Kant.

D’altra parte, siamo certi che non vi sia scienza nella storia, che non può prescindere dal vaglio critico delle fonti? O nella filologia, che adopera un metodo, quello lachmanniano, che è figlio della matematica, della statistica e del metodo sperimentale? O nella linguistica, nella filosofia, nella metrica?

E siamo certi che la curiosità intellettuale, la passione, il sacrificio e l’entusiasmo, che sono compagni di lavoro per l’uomo di scienza, siano poco “umanistici”?

Con buona pace di Gramellini che tempo addietro definì i ricercatori «aridi manichini del sapere moderno», a me sembra che chi ci aiuta a capire noi stessi e il mondo in cui viviamo sia dotato di grande humanitas, nell’accezione terenziana dell’«homo sum, humani nihil a me alienum puto».

Facciamo in modo che anche i nostri studenti lo imparino. A scuola.

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