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La Corte di Giustizia boccia gli accordi commerciali Ue. Ora il futuro europeo è a rischio

La Corte di Giustizia boccia gli accordi commerciali Ue. Ora il futuro europeo è a rischio
BERLIN, GERMANY - NOVEMBER 30: A flag of the European Union waves in the wind near a traffic light showing red on November 30, 2011 in Berlin, Germany. Many European leaders are warning that the growing debt crisis within the Eurozone is reaching critical proportions and that only weeks remain to take decisive action if the Euro is to survive. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)
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L’Unione europea si avvita sugli accordi commerciali e rischia un corto circuito fatale. Dopo l’affossamento del Ttip (l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti); il caos sul riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina che per questo ha intentato una causa al Wto e adesso minaccia di invadere il Vecchio continente di prodotti a basso costo; il sofferto via libera al Ceta (l’intesa con il Canada); ora è arrivata la Corte di giustizia europea a far notare che spesso le intese non sono ratificate come previsto dai trattati europei. E per questo non sarebbero applicabili.

Secondo il parere dell’avvocato generale – che nella quasi totalità dei casi viene fatto proprio anche dalla Corte – l’Ue non ha il potere di adottare accordi commerciali di nuova generazione senza il via libera di tutti i Paesi membri. La Ue, infatti, ha “competenza esclusiva” in materia di commercio delle merci e concorrenza, ma non – per esempio – di trasporti e normativa sul lavoro. Un problema non da poco per l’Unione che attraverso la politica commerciale ambisce ad aumentare il proprio peso politico internazionale. Un peso che – invece – è destinato a ridursi soprattutto se aumentasse esponenzialmente il ruolo dei Paesi membri.

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Xinhua/Avalon / AGF
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Xinhua/Avalon / AGF

Nelle sue considerazioni conclusive l’avvocato generale, l’inglese Eleanor Sharpston, riconosce che “da un processo di ratifica che coinvolga tutti gli stati membri a fianco dell’Unione possono derivare alcune difficoltà”, ma “tale inconveniente non possa incidere sulla risposta da dare alla domanda su chi sia competente a concludere questo accordo”. Insomma, se la Commissione non conosce i limiti delle proprie competenze non è un problema del tribunale, ma di Bruxelles che dovrebbe imparare ad agire di conseguenza.

Un problema non da sottovalutare, perché rischia di minare quel poco di credibilità che ancora hanno le istituzioni europee a livello internazionale. Anche perché a far crollare il castello europeo è il piccolo accordo negoziato nel 2013 con Singapore: se la Corte confermerà le conclusioni dell’avvocato generale, la sentenza farà giurisprudenza e l’Unione europea sarà costretta a far ratificare i suoi accordi commerciali da tutti gli stati membri. Peggio: non potrebbe neppure applicarli in via provvisoria come accade nel caso dell’intesa raggiunta con la Corea del Sud.

Le conseguenze sono evidenti: nessun partner avrebbe voglia di perder tempo con un’Unione azzoppata. Le politiche commerciali rimarrebbero ferme al palo. Il problema però dipende dalla confusione generata dall’eccesso di burocrazia. La politica commerciale è, infatti, competenza esclusiva dell’Unione europea con i trattati che impediscono agli stati membri di fare accordi da soli. I motivi di tensione, però, emergono di fronte a tutti gli accordi di ultima generazione che non solo commerciali, ma sono per definizione misti: non trattano solo di tariffe, ma entrano nel merito di diversi aspetti.

L’avvocato generale ricorda quindi che secondo i trattati la competenza della Commissione è condivisa con gli Stati membri quando si occupa di “scambi dei servizi di trasporto aereo, dei servizi di trasporto marittimo e di trasporto per via navigabile, inclusi i servizi intrinsecamente connessi a tali servizi di trasporto, tipi di investimento diversi dagli investimenti diretti esteri, disposizioni sugli appalti pubblici nei limiti in cui si applicano ai servizi di trasporto e ai servizi intrinsecamente connessi a questi ultimi, disposizioni attinenti agli aspetti non commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, disposizioni che fissano i criteri di base in materia di lavoro e di ambiente e che rientrano nell’ambito della politica sociale o ambientale, composizione delle controversie, meccanismi di mediazione e di trasparenza nei limiti in cui tali disposizioni si applicano (pertanto accessorie) alle parti dell’accordo per le quali l’Unione gode di competenza esterna condivisa”.

Tradotto: ogni qual volta che la Ue stringe un accordo commerciale toccando uno di questi temi avrà bisogno dell’ok dei 28 Stati membri. Peggio: fino a quando non sarà arrivato il via libera dell’ultimo Paese, i trattati commerciali non potranno entrare in vigore neppure in via provvisoria. Come successo, invece, nel caso dell’intesa della Corea del Sud: “Gli stati hanno impiegato cinque anni per completare le ratifiche – spiegano da Bruxelles -, ma nel frattempo i cittadini hanno goduto dei benefici connessi”.

Gli addetti ai lavori temono che il potere dei Paesi membri aumenti esponenzialmente, paralizzando definitivamente il progetto dell’Unione europea. Già minacciato dalle spinte populiste che attraversano la Francia e l’Italia fino alla Germania e ai Paesi del nord: “Un governo Le Pen non aprirebbe mai a un’intesa commerciale internazionale, come neppure i 5 Stelle che sono contro tutto. A quel punto per la Ue sarebbe la fine” chiosa un funzionario del Parlamento Ue.

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