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Il web ha 28 anni, lettera aperta del suo fondatore

Tim Berners Lee , fondatore del web
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La lettera aperta di Tim Berners Lee pubblicata dal Guardian in occasione del 28esimo anno vita della sua creatura, suggerisce alcune riflessioni. Tra privacy negata, marketing senza regole, fake news e passività dinanzi a tutto ciò. Ma non si parla di una una vera educazione al digitale. L’unica che può scongiurare la trasformazione del web in una grande televisione.

A leggere la lettera aperta che Sir Tim Berners Lee l’inventore del web ha scritto sulle colonne del Guardian, domenica scorsa nel giorno del 28° compleanno della sua creatura, viene da pensare che sia in atto un’autentica mutazione genetica all’esito della quale il www è destinato a trasformarsi in una grande tv. Berners Lee, infatti, nella sua lettera identifica i tre principali mali che oggi minaccerebbero il futuro del web nella perdita del controllo dei nostri dati personali dei quali ci stiamo spogliando per approfittare di servizi “gratuiti” online, nella disinformazione che circola nei canali social e, più in generale sul web e nella pubblicità politica sempre meno trasparente.

Tante le analogie tra lo scenario tratteggiato da Berners Lee e quello di cui è stata – ed in parte è – protagonista la televisione, strumento di controllo di massa davanti alla quale è nata ed è cresciuta la generazione precedente a quella figlia del web. Ieri eravamo soggetti passivi delle grandi emittenti televisive che che sfruttavano commercialmente la nostra presenza davanti allo schermo per vendere pubblicità agli investitori, un tanto al chilo, secondo dati e proiezioni opinabili indicate dall’auditel e oggi siamo soggetti altrettanto passivi – o almeno poco reattivi – davanti ai giganti del web ai quali cediamo i nostri dati personali perché li rivendano ai loro investitori o, comunque, li sfruttino commercialmente.

Ieri pranzavamo e cenavamo bombardati da una pioggia di notizie false o “diversamente vere” che entravano nelle nostre case attraverso la tv ed oggi siamo bombardati, a flusso costante, via smartphone, tablet o computer dalle stesse notizie alle quali, anzi, talvolta finiamo con il fare da ripetitori e amplificatori – consapevoli o inconsapevoli – condividendole e facendole rimbalzare lontano. Ieri eravamo target di campagne politiche occulte attuate manipolando le informazioni e persino i contenuti delle trasmissioni di intrattenimento ed oggi siamo vittime delle medesime manipolazioni attuate in maniera più sofisticata grazie a moderni algoritmi capaci di fagocitare e analizzare miliardi di dati e orientare il nostro modo di leggere la storia, il presente e il futuro.

E’, insomma, una sorta di ritorno al passato, uno scenario a tinte fosche, quello che traspare dalle preoccupazioni sul futuro del web condivise con il mondo intero dal suo inventore. Ma è davvero così? E, soprattutto, cosa si può fare per scongiurare il rischio che tale scenario si trasformi in realtà?

Tim Berners Lee, nella sua lettera, isolati i tre nuovi – si fa per dire – virus suggerisce tre possibili rimedi: collaborare con i giganti del web per restituire agli utenti il controllo dei loro dati esplorando anche modelli di business alternativi, incentivare Google, Facebook, Twitter e gli altri gestori delle piattaforme online a continuare la loro lotta contro le fake news scongiurando, ad un tempo il rischio, “di creare un organo centrale che possa decidere cosa è vero è cosa non lo è” e chiudere il più presto possibile “il punto cieco di internet” nella regolamentazione delle campagne politiche”. Tutte indicazioni terapeutiche di grande buon senso, naturalmente.

Ma, forse, c’è un’assenza rumorosa tra le soluzioni proposte da Berners Lee, un farmaco che può consentire ai cittadini di tutto il mondo di approfittare degli straordinari vantaggi – enormemente maggiori rispetto a quelli offerti dalla tv di ieri – posti a loro disposizione del web senza rinunciare – o rinunciando in modo ponderato – alla propria libertà in tutte le sue dimensioni. Il farmaco in questione si chiama educazione culturale al digitale, al web, all’informazione condivisa e di massa. E’ un medicinale “salvavita” ma non è ad effetto istantaneo. Funziona o, almeno, può funzionare innescando un autentico processo di evoluzione darwiniana della specie.

Un processo culturale di questo genere – indiscutibilmente mancato davanti al fenomeno televisivo – può sviluppare nei cittadini di tutto il mondo la naturale attitudine a pesare il valore dei propri dati personali e a condividerli in modo consapevole, magari reclamando dai fornitori di servizio il diritto di scegliere se condividere di meno e pagare qualche euro di più o continuare a condividere di più a fronte della gratuità del servizio.

E lo stesso processo culturale può certamente sviluppare nei lettori di news via social del mondo intero il sacro fuoco della curiosità, spingendoli – oggi che a differenza di ieri è possibile e a portata di click – a verificare che una notizia che appare vera lo sia effettivamente o, almeno, che sussistano elementi che suggeriscono di considerarla tale. Ieri, davanti alle notizie raccontate dai telegiornali  questo, semplicemente, non era possibile. E, infine, potrebbe essere lo stesso farmaco culturale a vaccinare i cittadini del mondo intero da chi prova a trasformare il voto – suprema conquista democratica – in una specie di gioco a premi dove tutto e permesso pur di totalizzare più punti dell’avversario.

Ha ragione Sir Tim Berners Lee, quando scrive: “Io posso aver inventato il web ma ciascuno di voi mi ha aiutato a renderlo quello che è oggi”. Forse, quindi, tocca a ciascuno di noi fare la propria parte per attivare quel processo culturale che solo può scongiurare la trasformazione del web in una grande tv facendoci perdere una delle più grandi opportunità che la tecnologia abbia, sin qui, regalato al mondo.

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