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Il sorpasso della tv on demand sul palinsesto tradizionale

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Fra i giovani è già avvenuto e nel 2020 accadrà in tutto il mondo. Il rapporto sui media di Ericsson fotografa il cambio di abitudini, anche in Italia. Con alcune sorprese: da noi cala lo share di YouTube, Netflix raggiunge il 17% di chi guarda contenuti televisivi online e altrove il 20% di chi usa uno smartphone per vedere video, comincia a pagare i vari servizi.

“Guardare la serie tv o il film preferito quando si vuole e su qualsiasi schermo abbiamo. Ecco il modello che sta vincendo. Il sorpasso sul palinsesto tradizionale in Italia è vicino e nel 2020 sarà avvenuto ovunque nel mondo”.Aurelio Severino, direttore della divisione Tv & Media di Ericsson, racconta così la svolta certificata nell’ultimo rapporto sulla fruizione dei video in ogni loro forma pieno di conferme e sorprese come il calo dello share di YouTube. Per le reti della multinazionali svedese passa il 40 per cento del traffico mobile del pianeta, qualcosa come due miliardi e mezzo di utenti. L’analisi sulla tv studia il comportamento di un campione rappresentativo più ristretto, “appena” un miliardo e cento milioni di persone con 26 milioni di italiani fra i 16 e i 69 anni.

“Le generazioni più giovani da tempo sono passati all’on demand, soprattutto attraverso lo schermo dello smartphone”, continua Severino. “Quel che mi ha davvero colpito? Mai come quest’anno abbiamo notato un’attitudine diversa di consumo per fasce di età e tipologie di telespettatore trasversali: c’è chi guarda solo su mobile, chi usa per lo più i servizi streaming, chi guarda la tv lineare e chi passa dall’uno all’altra. Per restare rilevanti i network televisivi devono differenziare la loro offerta raggiungendo tutti. Non è un’operazione da poco”.

Il sorpasso della tv on demand sul palinsesto tradizionale

Il cambio nelle abitudini era inevitabile, si trattava solo di conoscere la data. Il modello Netflix è diventato patrimonio comune, le differenze di un tempo fra colossi del Web e i network cominciano ad esser sfumate. Mentre si attende l’arrivo in Italia di Amazon Prime Video nel giro di poche settimane, simile a Netflix ma che ora starebbe trattando negli Stati Uniti per trasmettere anche lo sport come già fa Twitter, l’altro ieri Sky ha cominciato ad usare un sistema per personalizzare le pubblicità su misura. Se abiti in una certa città, AdSmart sceglie réclame diverse rispetto a chi abita altrove. Google lo fa dal 2009 con il suo motore di ricerca. Netflix invece, frequentata dal 17 per cento del popolo dell’on-demand (il primo dato sull’Italia ad un anno dal suo arrivo), ha preso a pubblicare gli episodi di alcune serie una volta alla settimana alla vecchia maniera. YouTube?  Si è messa anche lei a produrre serie, da questa estate ha stretto accordi fra gli altri con Lionsgate. Forse perché oltre i teenagers non riesce ad andare. Anzi, la sua fetta di mercato cala da noi. E intanto nel 2016, su scala mondiale, il 20 per cento di chi guarda la tv su smartphone ha iniziato a farlo attraverso servizi a pagamento. Non era mai successo prima. Si vede che il telefonino non è solo il regno dei Live di Facebook, anche loro sulla via delle trasmissioni sportive, o dei vari PewDiePie o Favij. Inizia invece ad essere anche quello dei servizi basati su abbonamento e dei network televisivi, tutti ormai dotati di app. Gli stessi che un tempo avrebbero trasmesso Il trono di Spade o House of Cards solo ad una certa ora e solo su un certo canale.

A proposito di serie tv: assieme ai film sono quelle che guardano tutti, dai baby boomers alla generazione x, inserite in un palinsesto o avviate in streaming da un tablet. Apple e Spotify hanno deciso di scendere in campo, non a caso, con produzioni proprie. La prospettiva è che in dieci anni tutta la tv verrà distribuita attraverso Internet, grazie al diffondersi della fibra ottica e delle reti mobili 5G, almeno 40 volte più veloci di quelle attuali. “Il duello non sarà più fra il “nuovo” venuto dal Web e il “vecchio” che invece appartiene al passato della televisione”, commenta Andrea Rangone che insegna al Politecnico di Milano e per anni ha diretto l’osservatorio Internet Media. “Il duello sarà fra chi ha i contenuti migliori per i quali noi telespettatori siamo disposti a pagare e chi invece continuerà a trasmette gratuitamente contando sulla pubblicità”. Che oggi è in mano alle reti televisive tradizionali: 186 miliardi di dollari contro i 17 miliardi deel giro di affari pubblicitario dei video online alla YouTube e Facebook.

Insomma, se musica e stampa sono stati fagocitati dal Web, qui la partita è diversa. I cosiddetti contenuti “premium”, poco importa che si chiami Gomorrao in altro modo, sono di proprietà dei network e di quelli che network sono diventati. Per competere bisogna scendere su quel terreno, come fa Netflix e Amazon che puntando sempre più sui propri contenuti originali piuttosto che su catalogo preso in affitto quasi sempre troppo vecchio e limitato. Oppure comprare chi li fa da anni, strada percorribile da parte di aziende che hanno in cassa miliardi di dollari. Resta però un fatto: stavolta l’agenda non è solo quella dettata dai big della Rete. “La domanda del secolo? Chi alla fine vincerà questa partita”, conclude Rangone. Ma su una cosa non ci piove: l’offerta sta già lievitando e noi guardiamo sempre più video, soprattutto in Italia dove siamo passati da 29 ore a settimana a 36. Che sono 37 ore per chi ha meno di 35 anni e 33 per chi invece ne ha di più. Nel resto del mondo sono meno teledipendenti. Ma questa non è esattamente una novità.

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