Germania: coi tassi negativi vince lo Stato, ma perde il privato

Il governatore Bce, Mario Draghi, e il suo grande critico tedesco, Wolfgang Schaeuble
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E’ almeno la quarta volta, nel giro di pochi anni. E’ successo con l’austerità e i peccati dei paesi del Sud, prodighi e scialacquatori. Con gli ostacoli all’unione bancaria (“non salveremo le banche del Sud”). Con la campagna contro l’alleggerimento del debito greco (“i debiti non si toccano”). E adesso con la polemica contro i tassi negativi della Bce (“salviamo i risparmiatori”). Con l’eccezione dei rifugiati, l’Europa continua a trovarsi di fronte il populismo tedesco, alimentato da serissimi e rispettabilissimi politici e media. L’ultimo esempio è un grafico diffuso dalla DZ Bank, in cui si calcola che, in virtù del calo dei tassi di interesse, da quando è stato creato l’euro, i risparmiatori tedeschi hanno perso 343 miliardi di euro. Nessuno, a quanto pare, che si sia alzato a far notare quanto, nel frattempo, hanno guadagnato le industrie tedesche con l’euro al posto del marco o quanto abbia risparmiato il governo di Berlino con il tasso zero sul proprio debito.
Un problema vero, alla radice, c’è. Le assicurazioni sulla vita tedesche (un giro d’affari di 100 miliardi di euro) hanno garantito, negli anni scorsi, ai loro numerosi clienti polizze con rendimenti anche del 5 per cento. Adesso, con gli interessi sui Bund decennali allo 0,25 per cento, o vanno sotto o sono costrette a cacciare investimenti sempre più rischiosi. Ma è singolare che giornali, politici e anche qualche economista accreditino l’idea che si possano avere tassi di interesse del 2-3 per cento, quando l’economia stenta, l’inflazione sta a zero, anzi, più spesso sotto, il bilancio dello Stato è in pareggio. I conti con l’estero mostrano che la Germania, grazie al suo export, ha un avanzo pari a quasi il 9 per cento del Pil. Questo spiegano i manuali, significa che ci sono risparmi in eccesso rispetto a quanto assorbe  la domanda interna. Quindi bisognerebbe rilanciare, con consumi e investimenti, pubblici e privati, la domanda. Il contrario dell’austerità. Ovvero, per “salvare i risparmiatori”, il primo passo sarebbe un’Europa meno tedesca.

La misura dei rischi che il montare della polemica comporta la dà il fatto che anche una icona della resistenza tedesca alle politiche espansive della Bce, come il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è dovuto scendere in campo per difendere i tassi negativi contro il populismo montante. E, da Washington, anche gli economisti del Fondo monetario internazionale si sono schierati. Lo studio del Fmi (“Gli effetti positivi dei tassi di interesse nominali negativi”) non trascura le controindicazioni che un periodo, in particolare se prolungato, di tassi sotto zero può avere sui bilanci delle banche e delle assicurazioni, che vedono restringersi i margini di guadagno e in generale sulla propensione a investimenti sempre più rischiosi. E riconosce anche che i tassi non possono scendere all’infinito. La soglia non è bene definita: ma, fra meno 0,75 e meno 2 per cento, l’economia sceglierebbe il contante. I benefici, tuttavia, dice lo studio, sono superiori. Anzi, entro i limiti di quella soglia, più ampia è la platea di banche commerciali costrette a depositare le loro riserve a tassi negativi, più efficace diventa la politica monetaria di stimolo. Tassi negativi spingono infatti le banche a investire, anziché in titoli pubblici, in azioni o obbligazioni, tendono a svalutare la moneta, aumentano la spinta ad allargare il credito. In effetti, da quando la Bce ha introdotto i tassi negativi, sottolinea il Fmi, i volumi di credito sono cresciuti più velocemente in Europa.
Tassi più bassi significano debitori più sereni, meno sofferenze, più richiesta di crediti. In prospettiva, maggiore crescita e meno deflazione, assicura il Fmi. Anche se – sembra di sentire l’eco delle parole ripetute spesso da Draghi – la politica monetaria da sola non basta.

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