Fra Sterlina ed Euro nella finanza della Brexit.

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La slavina Brexit minaccia la City. E il contribuente inglese trema. L’Ue ha iniziato a mostrare i muscoli nel dialogo con Londra e le grandi banche d’affari si preparano a spostare truppe di broker e colletti bianchi in altri centri del Vecchio continente: è una fetta importante di Pil britannico che rischia di sloggiare, e con esso una delle migliori fonti di incasso per l’Erario del Regno.

Theresa May fa incetta di voti su e giù per l’Inghilterra, ma le sirene avvertono che la slavina della Brexit è iniziata, proprio dove fa più male, al portafoglio di tutti, ma anche al cuore di quella metà di elettori inglesi che ha voluto abbandonare la Ue, per nostalgia della gloria passata. La slavina sta colpendo, infatti, l’ultima ridotta dell’impero, se così possiamo chiamare il sistema finanziario londinese, pilastro di ciò che resta di un ruolo mondiale della Gran Bretagna. E, se prenderà velocità, come sembra oggi inevitabile, la slavina darà un duro colpo all’economia del paese, ma anche, a far bene i conti, direttamente alle casse dello Stato.

A testimoniare il clima, basta la decisione di Juncker, il presidente della Commissione, in trasferta giovedì a Firenze, di fare il suo discorso in francese, “perché l’inglese è sempre meno importante” nella vita dell’Unione. Non è solo una battuta e lo testimonia la cronaca gli ultimi giorni. Martedì, Parigi ha dato ufficialmente inizio, con tanto di proposta scritta, alla battaglia per sottrarre a Londra la sede dell’Eba, l’autorità bancaria europea. In fondo, fa notare Hollande, in uno dei suoi ultimi atti da presidente, a Parigi c’è già l’Esma, l’autorità di controllo dei mercati finanziari. In arrivo, la controproposta di Francoforte, che già ospita la Bce e l’organo di controllo delle banche dell’Eurozona. Ma il colpo più duro è di giovedì: quattro pagine di “comunicazione” della Commissione che, in buona sostanza, pongono esplicitamente il problema dell’euroclearing, ovvero il luogo in cui, fisicamente, vengono veicolate, compensate, risolte, ogni giorno, mille miliardi di euro di transazioni in derivati denominati nella moneta comune. E’ lo snodo fondamentale del sistema finanziario europeo e a Bruxelles ritengono singolare che, in caso di crisi, di intoppi, di instabiltà, a intervenire sia un regolatore estraneo e non direttamente chi risponde di quella moneta. Una decisione sarà presa a giugno, ma, o l’euroclearing trasloca oppure gli organismi che oggi, a Londra, lo realizzano accettano una stretta supervisione dalla Ue, contraddicendo uno dei comandamenti della Brexit.

Gli inevitabili effetti si sentono già: mercoledì Jp Morgan ha annunciato il trasloco da Londra di 400 dipendenti, avanguardia di altri 4 mila, già previsti. Goldman Sachs ne sposterà mille a Francoforte e duemila a New York. E così Morgan Stanley, Deutsche Bank, Ubs, Hsbc, Hsbc, Barclays. Chi vuol vedere la slavina in azione, non ha che da guardare ai portoni della City. Alla fine, ad andarsene saranno in 30 mila, dicono le proiezioni, ma, calcolando l’indotto (compreso chi porta negli uffici le pizze) i posti di lavoro che si perdono sono 230 mila. Secondo alcune stime, l’economia londinese vedrà volatilizzarsi così l’equivalente di 75 miliardi di euro. Ma, in Inghilterra, dove la finanza corrisponde al 10 per cento del Pil, un record per un paese così grosso, gli effetti sono anche più ampi e diretti.

Ad esempio sulle entrate fiscali. Un think-tank indipendente, l’Institute for Fiscal Studies, avverte che, per le casse statali, sta per iniziare un periodo di grave carestia. Tanti lavorano (appunto) nella finanza in Inghilterra, guadagnano tanto e, spesso, non sono neanche inglesi e potrebbero andarsene insieme alle grandi banche. Ma il 30 per cento di tutte le tasse (Iva compresa) viene pagato dal 10 per cento di famiglie più ricche, fra cui il mondo della finanza fa la parte del leone. In particolare, l’1 per cento di super-ricchi fornisce il 27 per cento di tutte le imposte sul reddito. Il 10 per cento più ricco, quelli che guadagnano più di 64 mila euro l’anno, fornisce quasi il 60 per cento del gettito dell’Irpef inglese. Ovvero, per ogni investment banker che se ne va, gli inglesi che restano dovranno farsi carico di chiudere il buco fiscale che lascia.

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