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Fa più “credenti” una teoria complottista che una notizia reale

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Bufale, il debunking fa più danni che altro. E le fake news resistono. Nuova indagine del gruppo internazionale a guida italiana che da anni smonta e spiega le dinamiche della diffusione di panzane e cospirazioni sui social network: “I post che spiegano con dati scientifici stimolano commenti negativi, non raggiungono il pubblico complottista oppure lo fanno reagire nel senso opposto a quello sperato”.

LE BUFALE? Chi le sgonfia è perduto. Una nuova indagine firmata da un gruppo di ricerca internazionale quasi completamente italiano e guidato da Walter Quattrociocchi, coordinatore del CssLab alla Scuola Imt Alti Studi di Lucca, torna sul chiacchierato tema delle menzogne e delle fake news in Rete per approfondire le dinamiche che si innescano fra le cosiddette “echo chamber”, camere di risonanza o bolle sociali, come le si voglia chiamare. Lo studio ha analizzato i post e le interazioni di 54 milioni di utenti in cinque anni, fra il gennaio 2010 e il dicembre 2014. In particolare, ha approfondito il ”consumo” sia delle informazioni fondate (ossia di quelle scientifiche e affidabili) da parte degli utenti statunitensi di Facebook, che di quelle infondate, cioè ricche di imprecisioni se non del tutto dedite al cospirazionismo assoluto (come accade con i vaccini) circolate sulle loro bacheche.

Il risultato? Le scoperte confermano non solo l’esistenza delle casse di risonanza, recinti chiusi della comunicazione digitale dai quali gli utenti faticano a fuggire perché vi trovano la conferma ai loro pregiudizi – e quindi si trovano perfettamente a loro agio – ma soprattutto approfondiscono gli effetti collaterali delle cosiddette pratiche di debunking. Quelle cioè di chiarificazione, argomentazione e spiegazione con cui altri utenti, spesso esperti del tema, cercano di smontare le sciocchezze che sembrano fare così tanti proseliti sui social network. L’indagine ha mappato il modo in cui le persone hanno interagito con 50.220 post di questo genere circolati nel complesso su 83 pagine Facebook di carattere scientifico, 330 pagine “complottiste” e 66 pagine dedicate proprio al debunking: se gli utenti li hanno presi in considerazione, come hanno commentato, come si sono comportati in seguito.

Suggerendo a dire il vero uno scenario piuttosto deprimente riassunto nelle conclusioni del paper, pubblicato su Plos One: “Le nostre analisi mostrano che i contenuti di debunking rimangono fondamentalmente confinati all’interno della camera dell’eco scientifica e che solo alcuni utenti di solito esposti ad affermazioni poco fondate interagiscono attivamente con questi post di correzione e spiegazione – si legge nella ricerca – l’informazione che dissente è ignorata e i sentimenti espressi” dopo la lettura “sono negativi”. Ma c’è di peggio: “Quei pochi utenti cospirazionisti che interagiscono con i contenuti di questo tipo manifestano una tendenza più elevata a commentare e interagire una volta rientrati nel proprio gruppo di partenza”.

In altre parole, gli sforzi di debunking tradizionali sembrano quasi del tutto vani. Chi incappa ad esempio in un articolo scientifico che documenta la totale inconsistenza del collegamento fra vaccini e autismo non viene affatto convinto ma sfrutta quel contenuto per consolidare la propria narrativa, rifluendo rapidamente nella propria rete di contatti ancor più motivato di prima rispetto alla frottola di turno in cui crede. E ricominciando a postare e pubblicare senza pietà. “I post di debunking stimolano commenti negativi, non raggiungono il pubblico ‘complottista’ oppure lo fanno reagire nel senso opposto a quello sperato” conferma Fabiana Zollo della veneziana Ca’ Foscari e della Scuola Imt Alti Studi di Lucca, ricercatrice post-doc al Dipartimento di Scienze ambientali, informatica e statistica di Ca’ Foscari e prima autrice dell’indagine.

Il risultato appena pubblicato fa parte di una serie di studi condotti dalla stessa squadra di ricercatori sulla disinformazione online, la circolazione delle fake news e delle bufale e soprattutto sulle strategie necessarie a combatterne la diffusione. Studi che hanno anche avuto un impatto sulle strategie dei media e nel dibattito internazionale sull’argomento, esploso a cavallo dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca: basti pensare che, dopo i primi “indizi” sull’effetto controproducente dello smontare le notizie false, la giornalista Caitlin Dewey ha deciso di chiudere la sua rubrica settimanale sul Washington Post dedicata al debunking.

Rimane da capire come si possa essere arrivati a questo scenario fatto di tribù contrapposte in cui chi spiega non riesce a convincere e chi dovrebbe rivedere profondamente le proprie convinzioni non riesce proprio a farsi convincere, neanche dai più affidabili dati scientifici. E anzi precipita nel suo pozzo di strampalate (o pericolose) convinzioni. Secondo le tesi che si leggono nel paper, la convinzione dei ricercatori è che la diffusione (e l’alto tasso di successo) dei contenuti fasulli sia da collegarsi a una serie di fattori precisi.

Anzitutto la sempre più scarsa fiducia delle persone nei confronti delle istituzioni, poi l’elevato e crescente livello di analfabetismo funzionale che si sta espandendo nei Paesi occidentali, cioè l’incapacità di capire appropriatamente e a fondo ciò che si legge o in cui ci si imbatte, e infine l’effetto combinato dei pregiudizi di conferma alle prese con uno sterminato bacino d’informazione spesso di scarsa qualità. Contro questo mix micidiale, dicono gli scienziati italiani Fabiana Zollo, Alessandro Bessi, Michela Del Vicario, Antonio Scala e Guido Caldarelli e i colleghi israeliani Louis Shekhtman e Shlomo Havlin, le campagne di debunking o le soluzioni algoritmiche pensate da molte piattaforme (purtroppo) non servono a molto.

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