Cyberbullismo, i giganti del web pensino anche all’educazione

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In pochi anni Internet ha rivoluzionato il modo con cui comunicano miliardi di persone. Dall’interagire prevalentemente di persona con un numero limitato di amici e parenti siamo passati a una platea sterminata dei possibili interlocutori, contattabili — grazie agli smartphone — in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo.
È un cambiamento la cui enormità forse stiamo iniziando ad apprezzare solo adesso.
Come affrontare un simile cambiamento, soprattutto nei suoi aspetti più negativi, come l’odio online o il cyberbullismo, quest’ultimo oggetto di una controversa proposta di legge di recente approvata dalla Camera?
Per provare a orientarci è utile guardare a cosa successe con un’altra rivoluzione tecnologica controversa, quella del telefono. Gli entusiasti lo avevano salutato come lo strumento che avrebbe portato prosperità e pace nel mondo, mentre gli scettici lo avevano dipinto come una violazione dell’intimità domestica e come strumento di depravazione.
Ci vollero decenni e un imponente sforzo educativo prima che l’umanità riuscisse a sviluppare norme sociali condivise che umanizzassero il telefono. Contemporaneamente si imparò ad accettare gli aspetti negativi del telefono, che poteva essere usato tanto per far parlare una nonna col nipotino quanto per organizzare un attentato, minacciare, diffamare, truffare, perseguitare. Aspetti negativi che si imparò a considerare come l’inevitabile prezzo da pagare per godere di quelli positivi. Col tempo, quindi, una rapina organizzata al telefono ridiventò una rapina e basta. Il mezzo era finalmente diventato trasparente.
Dall’esperienza del telefono possiamo imparare due lezioni principali.
La prima è che la società ha bisogno di molti anni per umanizzare rivoluzioni tecnologiche del calibro del telefono o, a maggior ragione, di Internet. È quindi del tutto normale se in questo momento storico la Rete ci rende, a seconda dei momenti, entusiasti e felici oppure disorientati e ansiosi. Siamo ancora agli inizi, ci vorrà tempo.
La seconda lezione, però, è che fin d’ora è necessario un grande sforzo di riflessione e di educazione affinché la transizione avvenga massimizzando il benessere sociale.
Riflessione per non prendere decisioni sull’onda dell’emozione, ma dati alla mano e con un’attenta valutazione delle conseguenze.
Educazione perché al centro di tutto ci sono i comportamenti delle persone. Alcuni comportamenti — come quelli misogini, xenofobi, morbosi — sono sempre esistiti nella pancia della società, ma ora Internet li facilita — perché in generale facilita la libertà di espressione — e, soprattutto, li rende visibili.
A tutto questo non c’è una soluzione rapida.
In particolare nessuna legge riuscirà mai a estirpare per decreto l’odio dal mondo e, quindi, dalla Rete.
L’unica strada seria — anche se lenta e impegnativa — è quella di educare le persone. Spiegare loro, per esempio, cosa sia il reato di diffamazione: pochissime persone lo sanno e ancor meno ne colgono le basi etiche. Far capire — raccontando storie, mostrando volti — che le parole possono ferire e persino uccidere. Coltivare, insomma, il senso morale in una società sempre più frammentata e insicura. Questo è il compito di cui tutti dobbiamo farci carico, a partire dalle famiglie e dalle scuole, ma con un ruolo particolare per le grandi aziende Internet. Ai tempi del telefono, infatti, furono le società telefoniche a investire molto per educare i propri utenti; ora è il turno dei giganti del Web di fare la loro parte. Con le loro enormi risorse e la loro creatività potrebbero usare i loro stessi mezzi per contrastare, informando ed educando, i principali comportamenti antisociali. In altre parole, a Google, Facebook, Apple, ecc., non dobbiamo chiedere di sviluppare improbabili algoritmi anti-odio, ma di progettare e realizzare una ambiziosa, pluriennale azione educativa.
Sarebbe una componente importante dello sforzo più ampio che dobbiamo fare per aiutare milioni di persone a ripensare i propri comportamenti e le proprie aspettative nell’età della Rete.

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