Cosa diceva Jung su Inconscio collettivo, religione e spiritualità

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Vorrei soffermarmi sul concetto di Inconscio Collettivo in Jung, e su come questo nella teoria junghiana influenzi l’anima del singolo. Secondo Jung l’Inconscio Collettivo (la cui definizione può essere trovata in un post precedente a questo sull’argomento Anima)  rappresenta un “patrimonio ereditario di possibilità rappresentative non individuale, ma comune a tutti gli uomini e forse a tutti gli animali, e costituisce la vera e propria base della psiche individuale”. Gli archetipi (forme tipiche della comprensione) e gli istinti che formano l’inconscio collettivo sono delle forme al di fuori della materia ma che attraverso la materia si sono sviluppate e tramandate nelle epoche storiche attraverso l’evoluzione dell’uomo. L’inconscio collettivo in altre parole viene tramandato e conservato e sviluppato attraverso il nostro patrimonio genetico: “A mio parere”, dice Jung, “la loro origine (riferendosi ad archetipi e istinti) non è spiegabile se non supponendo che sono sedimenti di esperienze sempre ripetute dall’umanità”. E ancora: “L’anima non è di oggi! Essa conta molti milioni di anni. Ma la coscienza individuale è solo il fiore e il frutto di una stagione, germogliato dal perenne rizoma sotterraneo”. E: “In un certo modo noi siamo parte di una grande anima unitaria o, per esprimerci con Swedenborg, di un unico, immenso essere umano”.

Intervista del 2001 a Brigitte Spillmann, nipote di Jung:

Dottoressa Spillmann, in quali termini si sentirebbe di riassumere il messaggio di Jung all’uomo del suo tempo e del Duemila?
In estrema sintesi, ritengo si possa affermare che Jung ha indicato la strada per il superamento dei conflitti interiori nonché interpersonali nella scoperta dell’anima e nella riconciliazione tra scienza e spiritualità. Ciò avviene sulla base di due intuizioni fondamentali : la scoperta dell’”incoscio collettivo” da un lato e della propria “ombra” dall’altro. Per quanto riguarda il primo, Jung ha compreso che, come il corpo umano rivela, al di là di ogni differenza culturale, un’anatomia comune, pure la psiche possiede, al di là di ogni differenza di cultura e di coscienza, un grande substrato comune, appunto l’inconscio collettivo, caratterizzato da modelli comuni a tutte le culture: gli “archetipi”. L’”ombra” é invece l’insieme delle componenti della personalità umana che tendiamo a rifiutare e censurare in quanto le percepiamo come meschine o spaventose. Ora, Jung insegna che é proprio trovando il coraggio di guardare e affrontare la propria ombra che l’uomo può entrare in contatto con la propria anima.

Si può con ciò affermare che egli abbia in qualche modo dimostrato l’esistenza dell’anima?
Jung si sarebbe rifiutato di impostare il problema in tali termini, essendo ben consapevole della diversità della dimensione spirituale rispetto a quella materiale, che come é noto si presta facilmente alla dimensione empirica. Egli spiegava di aver vissuto profonde e intense esperienze spirituali, dichiarando che queste costituivano il perno attorno al quale ruotava la sua vita. Tuttavia chiariva che si trattava di esperienze da vivere in prima persona, essendo possibile al massimo indicare la strada. La vita spirituale non risulta tuttavia affatto sminuita rispetto alla dimensione ordinaria da tale carattere spiccatamente soggettivo, giacché, per usare le stesse parole di Jung, “reale é ciò che si vive”.

Jung arrivò a rispondere, nel corso di una famosa intervista alla Bbc, due anni prima della sua morte, alla domanda se credesse in Dio e alla vita dopo la morte: “Non credo né all’uno né all’altra. So che entrambi esistono…”
Appunto, ma tale dichiarazione é da intendersi nel senso di una consapevolezza, frutto maturo della propria esperienza, al di fuori di qualunque pretesa di imporre o anche soltanto di convincere gli altri di quanto era arrivato a “sapere”. Non dimentichiamo che Jung fu sempre animato dalla sincera umiltà, tipica del serio ricercatore. D’altra parte, gli stava troppo a cuore la libertà dell’uomo per aderire a vecchi dogmi o fondarne di nuovi. “Io non vorrei essere considerato ‘maestro’ da nessuno, poiché so che la mia via mi fu mostrata da una mano che é ben al di sopra di me. Io cerco soltanto di essere un modesto strumento e mi sento tutt’altro che grande.”

In tale consapevolezza aveva avuto un certo rilievo una esperienza di “premorte”, come diremmo oggi, vissuta da Jung a seguito di un infarto, quando era ormai vicino alla settantina. A seguito di tale esperienza, di una bellezza indescrivibile, Jung dichiarò non soltanto di sentirsi liberato da ogni paura della morte, ma anche di vedere in sé rafforzata la consapevolezza che “questa vita é soltanto un frammento dell’esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo.”
Indubbiamente a Jung spetta il merito di aver compreso l’insostituibile valore dell’esperienza religiosa e spirituale ai fini dell’armonia, della serenità e della completezza della natura umana. Come psichiatra e psicoterapeuta, ebbe inoltre modo di constatare quante nevrosi, quanti conflitti interiori, insomma quanta infelicità fosse da ricondurre alla rimozione della domanda religiosa, che é poi esigenza di trovare il senso della vita, di sapere che la vita non finisce con la morte. Quello della vita dopo la morte é in particolare un problema al quale dedicò particolare attenzione, convinto della necessità imprescindibile per l’uomo di formarsi una concezione della vita ultraterrena, sulla quale riteneva possibile ottenere qualche informazione attraverso miti e sogni, riconducibili all’inconscio collettivo, punto chiave della psicologia e della filosofia junghiana.

Come é noto, in Occidente si riscontra da tempo una intensa sete di spiritualità e molti guardano a Jung come a un maestro in tal senso: egli aveva del resto preannunciato l’avvento di una nuova coscienza, caratterizzata innanzitutto da quella riconciliazione tra scienza e spiritualità di cui si diceva prima. Questo guardare a Jung é legittimo, non si tratta di “appropriazione indebita?”
È assolutamente legittimo, in quanto una caratteristica di fondo del suo pensiero e della sua opera è proprio l’apertura a trecentosessanta gradi. Egli si sentiva profondamente cristiano, ma al tempo stesso buddista, induista e altro ancora poiché, pur convinto della imprescindibile necessità di restare fedeli alle proprie radici, era giunto alla conclusione che Dio fosse sì uno solo, ma al tempo stesso dotato di mille volti e che a ogni cultura corrispondesse uno di questi, a lei particolarmente congeniali. Laddove le varie religioni sembrano contraddirsi, si tratta soltanto di apparenze, riconducibili al fatto che noi percepiamo soltanto immagini frammentarie di quel Dio che in fondo resta un grande, affascinante mistero.

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